Le isole di Norman e dintorni

Le isole di Norman, Veronica Galletta
(Italo Svevo – Gaffi, 2020)

isoleQuando la giuria del Campiello ha dichiarato Le isole di Norman vincitore del premio Opera Prima, la mia sorpresa è stata tanta. Proprio in quel momento, stavo tenendo quel libro dalle mani, lo stavo leggendo per farne oggetto della mia prossima recensione. È stata una vittoria inattesa, e un attimo straniante.

Al di là del fattore meramente soggettivo, la proclamazione a vincitore di questo romanzo d’esordio, uscito dalla penna della bravissima Veronica Galletta, mi ha spiazzato per un duplice motivo. Il primo, è perché Le isole di Norman è stato pubblicato nemmeno due mesi fa. Questo vuol dire che è bastato davvero poco tempo perché questo romanzo bruciasse alla velocità del fulmine qualsiasi altro esordio compreso tra, circa, maggio 2019 e giugno 2020. Ognuno interpreti questo fatto come vuole, in base alla sua (anche mancata) esperienza di lettura e percezione del libro. Il mio discorso non vuole essere una valutazione binaria del merito o meno del premio, ma qualcosa che parte da questo evento per guardare un po’ più in là, nei dintorni di questo romanzo.

Da parte mia – ed eccoci al secondo motivo –, Le isole di Norman mi è sembrato un romanzo che vanta una voce ben salda, che invidiabilmente conosce già i suoi equilibri e le sue capacità; nonché un’opera ben tratteggiata e delicata. Eppure, mancante di una certa forza, quella stessa forza che, se la giuria l’ha individuata e premiata, dalla mia parte non ha soffiato abbastanza per spazzare via i dubbi. Per convincere. No, allora: Le isole di Norman non è un romanzo che mi convince, men che meno come una vittoria Opera Prima.

Non voglio togliere nulla all’eccellente Galletta, le cui qualità sono comodamente attestate da una finale al premio Calvino e dall’ospitalità di importanti riviste letterarie. Ci mancherebbe. E quando parlo di forza non parlo di dinamismo: lasciamo i feuilleton alle epoche a cui appartengono. No, la forza, il mordente, la grinta sono quelli linguistici, immaginativi, poetici. Le isole di Norman è un romanzo soprattutto assorto. Assorto nel paesaggio dell’isola di Ortigia, vero protagonista del romanzo; assorto nella mente sensibile e vertiginosa del narratore in prima persona: Elena, una matricola universitaria che, nella ricerca lungo tutta l’isola di sua madre scappata di casa, non cerca altro che una mappa di sé, nuove coordinate per ritrovare un io sfranto e labile. Assorto in una storia placidamente contemplativa (del dentro come del fuori) che, se è facilmente in grado di conquistare qualsiasi palato con la sua atmosfera e lo sguardo intimo verso i propri personaggi, forse manca di convincere chi oggi è arrivato a esigere qualcosa di più dagli esordi e dagli autori contemporanei in generale. Soprattutto se finiscono poi premiati da realtà illustri quali il Campiello.

Elena, la protagonista, si muove lungo un duplice percorso: in lungo e in largo per l’isola, alla ricerca della madre; a ritroso del tempo, evocato da facce note, situazioni, momenti epifanici. Eppure, l’atmosfera, il gusto del romanzo, restano quelli del piccolo paesaggio all’interno della pallina di vetro: un mondo accogliente precluso all’adesione, perduto nel passato e con il passato, a cui guardare con nostalgia. Un occhio abbastanza attento e allenato nel (provare a) seguire i funzionamenti e le produzioni del nostro gargantuesco mercato editoriale si può accorgere facilmente di come questo gusto narrativo spunti e sia spuntato anche presso tantissimi altri romanzi e romanzieri. Tanti gli scrittori e le scrittrici della generazione precedente alla mia (parlo di autori e autrici che oggi vanno per o hanno superato la quarantina d’anni) che si fanno statue rivolte a contemplare i passati, e con essi gli interni del proprio animo, attraverso un legame indissolubile con un luogo e un tempo personali che si tenta di rendere condivisi e condivisibili. Penso a chi, da quando collaboro con Il Rifugio dell’Ircocervo, mi è capitato tra le mani, recensiti e no: Patrignanelli, Longo, Forgione, e ora Galletta, sono i primi che mi vengono in mente. Ma ce ne sono davvero tanti altri.

È un discorso il mio, quindi, che approfitta proprio della vittoria de Le isole di Norman per guardare anche nei dintorni di questo romanzo, esulando dal tipo della semplice recensione-resoconto. Soprattutto, facilitato dal fatto che c’è un altro premio letterario in arrivo, e sempre per esordienti, che per di più è praticamente omonimo del Campiello Opera Prima: cioè il POP della Fondazione Mondadori. Premio diverso e, ovviamente, esordienti candidati diversi (tra cui un altro della Italo Svevo – Gaffi, segno che questa piccola rinata realtà, insieme all’eccellente Dario De Cristofaro, sta lavorando davvero bene). E se si guarda ai nomi e ai romanzi di quella decina, ci si accorge quanto siano non solo molto diversi tra loro, ma anche molto diversi dal prima. Senza entrare nel merito: semplicemente, voci che comunicano novità e capacità di interessare. Ecco, allora, le due mancanze che non ho potuto ignorare nel leggere e commentare Le isole di Norman. Un buon esordio, che una giuria ha reputato valido di un prestigioso premio, certo: ma altre realtà stanno spingendo, o almeno cercano di mostrare e di dimostrare, non solo come un “altro” esordio sia possibile, ma che forse davvero ce n’è bisogno: da parte di altri premi, altri editori, altri lettori, altri critici e para-critici.

Certo, Le isole di Norman rimane, come ho detto prima, un buon libro nonché un’opera prima di notevole capacità. E resta innegabile il talento di Galletta, che personalmente mi piacerebbe vedere cimentato in tanto altro. Ma vederlo premiato al Campiello mi ha dato la sensazione di una vittoria già celebrata troppo spesso. Già festeggiato, già dato: un po’ come Francesco Guccini, ma questo è un altro discorso, e qui mi fermo.

Michele Maestroni

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