L’avventura burocratica del tesoro del Cigno Nero

Il tesoro del Cigno Nero, Guillermo Corral & Paco Roca
(Tunué, 2020 – trad. D. Fiocco)

cigno_cover_HR_rgb-600x846 Nel maggio del 2007, da qualche parte nei pressi dello stretto di Gibilterra, la nave Explorer della più importante società mondiale di recupero tesori, Ithaca Deep Sea, rinviene un relitto maestoso e riporta in superficie 17 tonnellate di monete d’oro e d’argento. Frank Stern, a capo di Ithaca, non ha voluto rivelare alla stampa nessun dettaglio sulla localizzazione o sull’identificazione del relitto, che viene attribuito a un misterioso vascello leggendario chiamato “Cigno Nero”. I sospetti sul ritrovamento iniziano a serpeggiare in giro per il globo, e si insinuano persino negli uffici ricolmi di scartoffie del Ministerio de Cultura di Spagna. Secondo alcuni, infatti, il Cigno Nero potrebbe essere in realtà una fregata spagnola, e il ministro non vuole certo lasciarsi scappare questo immenso cimelio della storia della nazione.

Entrano così in gioco i veri protagonisti di quest’avventura, Álex, un giovane diplomatico appena assunto nel dicastero, ed Elsa, una storica e archeologa che lavora presso il servizio di protezione del patrimonio sottomarino. I due giovani legano subito e mettono anima e corpo nella loro missione. Passa il tempo e finalmente si riesce a riscoprire l’identità del relitto: si tratta della fregata Nuestra Señora de las Mercedes, partita da Montevideo alla volta di Cadice nel 1804 e affondata dalla marina britannica al largo di Gibilterra.

Inizia a tutti gli effetti, un contenzioso legale tra Ithaca e il governo spagnolo, che chiede la restituzione dell’intero tesoro sottomarino. La contesa si sposta nelle aule dei tribunali statunitensi, ed è una sfida emozionante, senza esclusione di colpi, siano questi legali, politici, mediatici. Entrambe le fazioni sfruttano a proprio vantaggio le risorse di cui dispongono e gli spagnoli non devono sottovalutare gli assi nella manica di Stern e dei suoi alleati, la cui influenza si spinge fin dentro le mura del Campidoglio di Washington DC (quindi del Congresso degli Stati Uniti d’America).

La storia raccontata è realmente accaduta, sebbene i nomi e i tempi siano stati cambiati per esigenze narrative. Guillermo Corral è uno scrittore e un diplomatico, ed è stato consigliere del Ministerio de Cultura di Madrid ai tempi della disputa legale sulla Merced. Nel 2012, al termine della vicenda, Corral ha pensato di realizzare un’opera che parlasse proprio di quella avventura moderna di durata quinquennale. La scelta di Paco Roca come co-autore è stata immediata una volta che il diplomatico aveva individuato il fumetto come mezzo di espressione più adatto per accogliere la storia da lui vissuta in prima persona. È nato così un rapporto di lavoro molto solido, manifesto non solo nelle interviste che i due autori hanno svolto per la promozione del libro, ma anche a tutti gli effetti nelle pagine stesse che ci troviamo a sfogliare: si percepisce un equilibrio profondo, che si trasmette poi alla narrazione.

Non farebbe strano leggere in copertina Tintin e il segreto del Cigno Nero, e talvolta – con scarso sforzo di immaginazione – sembra di sentire l’eco delle storie belghe del dittico marinaro Il segreto del Liocorno-il tesoro di Rackam il Rosso, o della sfida navale per raggiungere il prezioso meteorite ne La stella misteriosa. Tuttavia, seppur riproposta e omaggiata platealmente in più di una occasione (testuale e grafica), ne Il tesoro del Cigno Nero l’anima dell’opera di Hergé – così come di molte altre storie di avventura come quelle di Blake & Mortimer, Martin Mystere, Indiana Jones viene declinata in un atipico contesto burocratico.

L’azione rimane sì tale, ma diventa legale; le terre inesplorate diventano uffici e aule di tribunale; i nemici non hanno più pistole, ma tengono in pugno i politici, muovendo così i fili di misteriosi interessi nazionali. L’avventura viene trasportata in un ambiente insolito, ma altresì emozionante; la correlazione è minima, me ne rendo conto, eppure già lo Shin Godzilla di Hideaki Anno e Shinji Higuchi ci aveva mostrato il lato entusiasmante degli uffici amministrativi, anche se in quell’occasione la sfida era rappresentata da un Kaiju.

Il contenzioso legale e la sfida internazionale che ne deriva sembrano quasi assumere le fattezze di un mostro gigantesco, ben al di sopra delle forze dei protagonisti. Infatti, nonostante Álex ed Elsa siano ben caratterizzati e l’evoluzione del loro rapporto sia adeguatamente costruita, i due appaiono alle volte incapaci di fronte alle sfide che si parano loro davanti. A questo proposito, non ho molto apprezzato il fatto che due snodi narrativi  fondamentali (l’identificazione della nave e il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, quindi l’ultima udienza), vengano risolti grazie all’intervento di personaggi totalmente esterni alla vicenda  o poco coinvolti: non so se si tratti di finzione narrativa o della effettiva verità dei fatti, tuttavia mi sono sembrate risoluzioni un po’ semplici, quasi deus ex machina che annichiliscono i protagonisti.

Lo stile con cui Paco Roca ha realizzato quest’ultima opera non si discosta molto da quello che ha contraddistinto le sue pubblicazioni negli ultimi dieci anni: l’autore ci regala delle tavole ricche di vignette, al cui interno si muovono personaggi – piccoli, generalmente a mezzo busto o figura intera – distinti da un tratto spesso, preciso e pulito. I volti sono appena abbozzati e caratterizzati da pochi elementi, eppure emergono distintamente le emozioni. Ecco che Roca preferisce adoperare poche linee e, talvolta, incostanti; queste infatti possono interrompersi bruscamente, lasciando al colore il compito di ritagliare le figure.

Un colore che mantiene anche in questo caso le stesse caratteristiche a cui l’autore spagnolo ci ho ormai abituato: la palette cromatica è varia e composta di colori tendenzialmente spenti, tendenti a tonalità sporche, grigie (in molte scene è proprio il grigio a dominare); le diverse tinte permettono a Roca sia di collocare nel tempo e nello spazio le vicende, sia di comunicare l’atmosfera (e l’emozione) del momento, come ben testimoniato anche nelle precedenti opere, come I solchi del destino oppure La casa (Tunué, 2013 e 2016), in cui il colore giocava un ruolo fondamentale al fine della comprensione e dell’immedesimazione.

Eppure, proprio dalla semplicità del tratto di Roca, emergono maggiormente le variazioni che alle volte l’autore decide di impiegare nelle sue storie: in questo caso lo stile viene modificato opportunamente per raccontare il passato, in particolare per il resoconto del viaggio e del tragico naufragio della Merced. Le tavole che narrano l’avventura oceanica della fregata diventano così pagine invecchiate di un classico romanzo d’avventura, in cui un breve testo viene corredato da grandi illustrazioni.

Il tesoro del Cigno Nero è un’opera ricca di questi e altri espedienti visivi e narrativi che rendono la lettura scorrevole, mantenendo sempre viva l’attenzione sugli avvenimenti. Nonostante l’opera sia realizzata a quattro mani e nasca dalla volontà di Corral in primis, sono comunque ben evidenti alcuni elementi cardine della poetica di Roca, come il valore della memoria, il rapporto con il passato, e il dialogo continuo tra Storia e storie personali. Ci troviamo di fronte a un fumetto estremamente piacevole, una storia di tesori sottomarini, intrighi internazionali e intrecci sentimentali già affascinante di suo e resa ancora più intrigante dal lavoro congiunto di Corral e Roca, che hanno saputo infondere le pagine di un ritmo magnetico. 

Francesco Biagioli

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