“Il nome della madre”, ovvero come raccontare un’assenza

Il nome della madre, Roberto Camurri
(NNE, 2020)

1790687330Chi ha letto l’opera prima di Camurri, A misura d’uomo, potrebbe divertirsi a cercare somiglianze e differenze con Il nome della madre. Di simile c’è l’ambientazione, Fabbrico, città natale dell’autore, che non sembra mai né bella né brutta, né felice né triste, e i suoi abitanti sono gli abitanti di qualsiasi piccola cittadina italiana, eppure pare quasi che entrambe le storie potrebbero essere raccontate solo tra le sue strade, nei suoi bar, nelle sue case. È simile lo stile, fortemente ancorato a quello che i personaggi vedono, sentono, fanno e pensano. Ma il vero filo rosso tra le due opere è la loro forte aderenza al reale, all’umanità assoluta dei personaggi, al loro essere quasi concreti.

Dopo aver esordito con un romanzo molto frammentato, in cui le vite di diversi personaggi si toccavano e si allontanavano di continuo, con Il nome della madre la storia si fa più solida e compatta. Ci sono un padre, un figlio, e il ricordo di una donna, moglie e madre, che un giorno se n’è andata per non tornare mai più. Camurri questa volta si concede il tempo di entrare lentamente nella narrazione, seguire i dettagli della vita dei suoi due protagonisti per raccontare una storia talmente vera e realistica da non sembrare nemmeno una storia.

Nella cittadina di Fabbrico vive quindi un uomo, Ettore, ingabbiato in un matrimonio che non si sa se lo rende felice oppure no, con un figlio ancora piccolo costantemente in lacrime, e una moglie imbronciata e triste. Un giorno Ettore prende il figlio, Pietro, e si rintana con lui in montagna per aiutarlo a superare la pertosse. Quando torna a casa, la moglie è sparita. Il fantasma del suo ricordo diventerà un’ossessione martellante prima in Ettore, che dovrà imparare a fare i conti con la sua assenza, e poi in Pietro, che quella donna non l’ha mai conosciuta, ma che gli ha lasciato in eredità un vuoto impossibile da riempire.

Il nome della madre è quindi prima di tutto il racconto di un padre e di un figlio, di una genitorialità vissuta con sofferenza, di un bambino che cresce fino a diventare a sua volta adulto, senza alcun grande colpo di scena, nessuna scelta rivoluzionaria, non un momento così forte da dirottare la vita dei personaggi verso direzioni inaspettate. Tutto al contrario, Il nome della madre non vuole essere imprevedibile. Il lettore segue la vita di Pietro da quando piange nella culla fino all’età adulta, lo vede cercare l’amore del padre e poi disobbedirgli, nascondersi negli angoli del cortile della scuola elementare a disegnare dinosauri, vivere il suo primo rapporto sessuale, fumare, drogarsi, andare all’università. Una vita che tutto sommato prosegue anche senza la madre, nonostante la sua assenza pesi come un macigno, così che infine ci si domanda, volenti o nolenti, se le cose sarebbero state diverse se lei non se ne fosse mai andata.

Di certo quindi Il nome della madre non è un romanzo dinamico. Non ha forti spinte narrative, la sua struttura è lineare e compatta, le poche cose importanti che accadono lasciano di rado un segno indelebile negli eventi successivi, ma d’altro canto è esattamente quello che ci si attende da un racconto che vuole ricalcare l’andamento della vita vera. La scrittura molto curata accompagna la narrazione con uno stile pieno di virgole, per elencare dettagli, azioni e pensieri concreti, rivolti alla realtà materiale. Persino quando la narrazione sembra divagare, in realtà sta solo assecondando il ritmo dei pensieri dei vari personaggi.

Ettore e Pietro sono il cuore della storia, la loro personalità traspare dai gesti, dal modo in cui si rapportano tra di loro, e dal gioco di silenzi e accuse represse che scandisce il loro legame. Il padre è taciturno, silenzioso, burbero, ama ma non lo sa dimostrare, tiene al figlio eppure lo rimprovera per nulla, rischiando di farsi odiare, e quando lo guarda pensa sempre un po’ a lei, alla madre che se n’è andata. Il figlio è solo e ha ereditato le stesse difficolta di comunicazione del padre, si fa trascinare dagli eventi e non gli importa se questi lo portano verso scelte sbagliate; sa essere buono ma non riesce davvero scendere a patti con i suoi sentimenti e capire cosa desidera davvero. In mezzo a loro c’è lei, la madre innominabile, che per Ettore rappresenta un punto fermo e doloroso dei suoi ricordi; per Pietro, invece, è solo un vuoto a cui nessuno ha mai provato a mettere una pezza.

Il nome della madre è un viaggio nella vita di Ettore e Pietro, due persone comuni nate e cresciute in una piccola città. È una storia vera, anche se immaginata. È un racconto in cui i personaggi non hanno obiettivi ma solo conflitti, e non sempre riescono ad affrontarli. Come chiunque di noi, fuori dalle pagine di un libro.

Anja Boato

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