Eredità scomode di famiglie disfunzionali

Eredità, di Vigdis Hjorth
(Fazi Editore, 2020 – trad. M. Podestà Heir)

ereditaPossiamo davvero esistere al di là della nostra famiglia o siamo l’inevitabile conseguenza di ciò che ci viene fatto durante l’infanzia?
Questa e altre domande vengono sollevate dalle pagine di Eredità, il romanzo con cui la scrittrice norvegese Vigdis Hjorth ha raggiunto la fama mondiale, ora nelle librerie italiane per Fazi Editore nella traduzione di Margherita Podestà Heir. Bergljot, protagonista e voce narrante, con la sua famiglia ha tagliato i ponti da più di vent’anni, da quando i suoi genitori e le sue sorelle hanno rifiutato di accettare l’orribile trauma da lei subito da bambina ed emerso durante le sue sedute di psicoterapia. L’unico che, forse, le crede è suo fratello Bård: anche lui ha un ricordo della prima infanzia tutt’altro che idilliaco. Le due sorelle minori, invece, Astrid e Åsa, sono saldamente legate alla versione dei genitori: solo Astrid cerca di mantenere una posizione di mediazione, ed è tramite lei che Bergljot sa quello che succede alla sua famiglia.

L’ordine delle cose viene spezzato da una diatriba sull’eredità: il testamento dei genitori prevede che i quattro figli, nonostante tutto, ereditino in parti uguali alla loro morte – forse per generosità, forse in modo da placare un persistente senso di colpa. Le due case di famiglia al mare, però, vengono cedute alle due figlie minori ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato: questo istiga Bård a cominciare una battaglia che metterà inevitabilmente Bergljot e il resto della famiglia davanti ai nodi irrisolti e irrisolvibili del passato.

Al di là della trama, quindi del cosa succede in senso stretto, Eredità analizza minuziosamente dinamiche famigliari in cui, nonostante la situazione di Bergljot sia estrema, tutti possono riconoscersi: le litigate più meschine, la durezza più ingiustificabile sono qui sviscerate in maniera precisa e impietosa. Particolarmente ben costruito è il personaggio di Astrid, la sorella che cerca di far da voce della ragione e in cui, almeno all’inizio del romanzo, è facile identificarsi.

Astrid e Bergljot comunicano per email: ogni parola di Astrid è soppesata e ragionevole, mentre le parole di Bergljot sono spesso irose e impulsive. Astrid si comporta come ci sia aspetta che faccia un adulto razionale, è pronta a mediare e giustificare ambo le parti, mentre il modo di agire di Bergljot e Bård è spietato e assoluto. Man mano che la vicenda prende forma, però, risulta evidente che il metodo di Astrid non può funzionare proprio perché il dramma dei suoi fratelli è ancorato all’infanzia e non c’è un modo per assumere una posizione intermedia a riguardo: bisogna scegliere. Bergljot stessa, in più punti, soffre perché non riesce ancora a pensarsi adulta, perché si sogna bambina e deve continuamente dimostrare a se stessa di essere cresciuta.

La riconciliazione implorata a Bergljot è compito delle donne: sono le sorelle a fare da intermediarie, la madre, fragile e opportunista, a fomentare una rete di sensi di colpa; perché proteggere e perdonare pare essere un ruolo esclusivamente femminile. Di certo non è richiesto uno sforzo al padre, unico vero polo oppositore della protagonista, che rimane granitico nelle sue posizioni e dal quale la protagonista non si aspetta alcun passo in avanti. Le altre donne della famiglia si affannano intorno all’uomo, alle sue presunte verità e bugie, e cercano di preservarne l’immagine di marito e padre esemplare come la più sacra delle reliquie.

Nostro padre amava nostra madre a tal punto e in modo così impulsivo da volerla possedere, dominare e controllare. E perlopiù ci riusciva, ma non poteva sapere ciò che lei provava dentro di sé, e per nostro padre era terribile non poter controllare al cento per cento la sfera più intima di nostra madre. […] Se non si fosse sottomessa a lui al cento per cento, mia madre avrebbe dovuto pagare per il gelo che la madre di mio padre aveva mostrato, e fu questo che mia madre cercò di fare. Non aveva scelta, ma mio padre non poteva mai essere al sicuro, non poteva mai essere certo che non fosse rimasto qualche residuo, uno zero virgola cinque per cento di riserve nei suoi confronti da parte di mia madre, e questa cosa gli risultava insopportabile, dentro di sé mio padre odiava mia madre e tutte le donne, perché si sottraevano al suo controllo totale e perché lui aveva così tanto bisogno di loro. Povero papà. [p. 156]

Freud, Jung e la psicanalisi sono fortemente presenti nella vita di Bergljot, sia per l’impatto che la terapia ha avuto sulla sua persona, sia nella chiave di lettura che applica ai comportamenti della sua famiglia. I momenti onirici si alternano alle parti raccontate e sono costruiti sapientemente, con le atmosfere tipicamente confuse del sogno ma con eloquenti dettagli che collocano tali immagini nel contesto più ampio della narrazione.

Ma è davvero così importante riconciliarsi con una famiglia che sembra così in equilibrio senza di noi, solo perché di famiglia si tratta? Se in Eredità i legami di sangue sono nel migliore dei casi inconsistenti e nel peggiore fonte di dolore, le amicizie sono invece un’ancora di salvezza, l’unica certezza di confronto con un altro empatico e presente.

Il romanzo di Vigdis Hjorth è doloroso e senza pietà, non offre dunque vie di fuga e comode chiusure; ma sottolinea con forza la necessità di scegliere se stessi, di inventarsi e costruirsi al di là del destino che ci capita in sorte.

Loreta Minutilli

 

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