Il Lettore fabbro del suo destino. Vivere e scegliere ai tempi del cognitariato

Cosa pensavi di fare?, Carlo Mazza Galanti
(Il Saggiatore, 2020)

La vita, suona persino banale sottolinearlo, pone di fronte a delle scelte. Ogni giorno, anche inconsapevolmente, incontriamo biforcazioni e crocicchi sul nostro cammino. A prescindere dal peso della decisione, talvolta siamo pervasi da quella che Kierkegaard avrebbe definito “angoscia del possibile”, ovvero quella condizione derivante dalla vertigine di libertà, dalle infinite possibilità di scelta. Dunque l’atto di decidere richiede, in pochi secondi o dietro lunga meditazione, di superare il travaglio interiore, i dubbi, le resistenze. È proprio quello che viene richiesto al lettore di Cosa pensavi di fare? di Carlo Mazza Galanti, presentato già nell’ironico sottotitolo come “romanzo a bivi per umanisti sul lastrico”. L’autore è all’esordio nella narrativa, ma è personaggio di spicco del panorama culturale italiano, essendo attivo su giornali e riviste (Il Tascabile, minima&moralia, il manifesto, Nuovi Argomenti) oltre che critico e traduttore editoriale. Nel 2019 ha curato il pregevole Scuola di demoni, libro di interviste incrociate ai due pesi massimi del Canone contemporaneo, Walter Siti e Michele Mari.

Il protagonista nell’incipit ha diciannove anni, una fragile coscienza politica e pochissima voglia di diventare carne da macello per il capitalismo occidentale. Alla fine di ogni capitolo il lettore ha la possibilità di scegliere come far proseguire la vicenda: si può optare per monogamia o tradimento, si può seguire il cuore che dice di studiare Filosofia o cedere alle pressioni familiari e iscriversi a Medicina, si può accettare una corposa borsa post-dottorato in Iowa per diventare poi associate professor oppure tornare in Italia, dove la prospettiva è il cognitariato, il precariato dei lavoratori intellettuali. L’autore utilizza uno stratagemma fisso, quello di rivolgersi direttamente a un tu generico, il Lettore, che è player attivo e pienamente coinvolto, si identifica col protagonista ed è in grado di muoversi liberamente ancorché su uno spartito predeterminato.

La struttura “interattiva” è una rivisitazione in chiave contemporanea dei librigame di grande successo negli anni Ottanta e Novanta. La tripartizione in sezioni indipendenti ma dialoganti – Lavoro, Amore e Vita – suggerisce sin da subito una struttura che ricorda il triangolo hegeliano: Lavoro e Amore sono i due piedritti su cui poggia l’architrave della Vita, che nella terminologia del filosofo tedesco rappresenta la sintesi ottenuta superando tesi e antitesi. È impossibile scindere i tre nuclei, reciprocamente necessari, non si può scegliere il futuro lavorativo senza tenere conto delle implicazioni sentimentali, né scindere le relazioni amorose dall’impiego, dai propri interessi, dalle proprie ambizioni a medio-lungo termine.

Come nella sua precedente pubblicazione, Mazza Galanti sceglie di stare un passo indietro, per dirigere i lavori in maniera discreta. Se in Scuola di demoni a scorrere sulle pagine erano le interviste a Mari e Siti, qui si dipanano parallelamente gli scenari alternativi, tutti i mondi possibili immaginati senza che il narratore sia presenza ingombrante.

Lo studio, il lavoro, le relazioni, tutto col passare del tempo si fa sgradevole, insoddisfacente, l’aria comincia a mancare e la libertà viene meno. O forse proprio per la presenza di una libertà estrema l’habitat si fa asfissiante, perché si avverte il peso soverchiante di ogni decisione. La percezione del sesso come “impellenza detestabile” è esempio emblematico di come si produca il vorticoso avvicendarsi degli eventi. Il fatto che venga inserito l’elemento di disagio e insoddisfazione anche in ciò che per sua essenza dovrebbe appagare è la chiave di volta per far funzionare a dovere il gioco e indurre a passare al punto successivo. Il contrasto è motore della narrazione, l’autore sembra ripeterlo in maniera martellante. Nei rarissimi scenari in cui si giunge a una situazione idilliaca si finisce in un vicolo cieco, con le ultime righe recitano “la tua storia finisce qui”; a quel punto non resta che tornare alla casella “VIA” per ricominciare daccapo. In quasi tutti gli altri capitoli si giunge a un finale grigio e amaro.

Malgrado il sostanziale ripiegamento su sé stesso e sulla sfera privata, l’autore tenta di riconnettere la storia privata alla Storia universale, che nel dopoguerra ha visto in Italia soprattutto un evento tragico: le proteste del G8 di Genova e la conseguente macelleria alla scuola Diaz. È lo spartiacque fra impegno e rinuncia, fra due futuri radicalmente diversi per la generazione che scese in piazza in quei giorni.

Le vicende sono tutto sommato stereotipate, e di certo comuni a chi abbia punti di contatto col protagonista (studi umanistici, ambizioni accademiche, frustrazioni e refrattarietà ai legami). Cosa pensavi di fare? sembra la negazione del concetto di romanzo tradizionale, perché rinuncia alla storia sublimandone le possibilità, pone l’accento sugli snodi narrativi trascurando ciò che è nel mezzo: il Come fagocita il Cosa, la Forma surclassa la Sostanza. Quello che viene tracciato è più che altro uno schizzo, uno scheletro su cui il lettore potrebbe a piacere innestare altri dettagli, diventando a pieno titolo Lettore scrivente.

Non è questa la sede per stabilire se questo romanzo lascerà il segno o se risulterà un esercizio di stile estemporaneo e non lontano da esiti precedenti, mentre forse è il caso di dare spazio all’onnipresente tema sociale. Mazza Galanti propone per certi versi una riedizione aggiornata della Vita agra di Luciano Bianciardi, soprattutto per quel che riguarda il tema centrale del precariato e del lavoro flessibile, di stringente attualità in tempi di neoliberismo sfrenato. La critica è esplicitamente diretta al mondo della cultura, alle riviste che pagano in visibilità, agli editori che pagano in ritardo o non pagano affatto (per poi sparire nella nebbia della bancarotta). L’autore sembra dire polemicamente che dal 1962, anno del capolavoro dello scrittore grossetano, sono passati decenni, ma nulla è cambiato nella percezione e nella gratificazione del lavoratore intellettuale, sempre più relegato al ruolo di colta ma bassa manovalanza della società.

Giulio Papadia

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