Akhenaton: una meraviglia davvero imbarazzante

Akhenaton, Dorothy Porter
(Fandango Libri, 2021 – Trad. M. Bartocci)

Cosa può spingere una poetessa femminista australiana ad appassionarsi a un faraone della diciottesima dinastia?

La poetessa in questione è Dorothy Porter (1954-2008), autrice di liriche e libretti d’opera, ma nota soprattutto per i suoi cinque romanzi in versi, i cui temi spaziano dall’omosessualità alla storia antica, dalle indagini poliziesche all’astrofisica. A questi testi (di cui Akhenaton è il primo esempio) è riconosciuto il merito di aver innovato la forma poetica, in Australia e non solo, rivendicandone la vocazione narrativa: in un’intervista Porter ricorda che furono i poeti i primi a raccontare storie agli uomini.

In Akhenaton (appena ripubblicato da Fandango Libri nella traduzione di M. Bartocci) è evidente questo intenso dialogo tra la millenaria tradizione della poesia narrativa e una sensibilità fortemente contemporanea. Porter racconta di essersi imbattuta in questo eccentrico faraone durante una visita a un museo di Berlino:

«Fu verso il volto stranamente bello, distorto e sorridente di Akhenaton che si allungarono i tentacoli della mia immaginazione.» (p.9)

Akhenaton è in effetti una figura molto singolare della storia egizia. È ricordato soprattutto per aver imposto il culto del dio Aton, il disco solare, con un’impronta quasi monoteistica: le altre divinità furono messe in secondo piano, se non del tutto cancellate (il nome di Amon, tradizionale capo del pantheon egizio, fu scalpellato via dalle iscrizioni di tutto il regno).

Anche l’arte di questo periodo è molto diversa quella che di solito associamo all’antico Egitto: il faraone, la moglie e le figlie sono rappresentati con linee fluide, in scene di vita quotidiana e in atteggiamenti affettuosi. I ritratti di Akhenaton, in particolare, abbandonano la tipica idealizzazione egizia, e sottolineano invece i suoi difetti fisici: bacino largo, ventre floscio, cranio allungato, collo sottile. Il suo regno fu una parentesi di forte rottura rispetto alla tradizione, e non a caso il faraone fu sottoposto a damnatio memoriae dopo la morte.

Porter parte da questo suggestivo materiale per scrivere un testo difficilmente catalogabile: non è un tradizionale romanzo storico, ma neanche una forzata “rivisitazione in chiave contemporanea”.

Il romanzo è organizzato in brevi poesie in cui Akhenaton parla in prima persona: una serie di quadri indipendenti che, accostati, raccontano la vita del faraone dall’infanzia fino alla morte. Il termine “quadri” mi sembra particolarmente appropriato, visto il carattere fortemente visivo di queste composizioni: la poesia di Porter non si regge sulla ricercatezza dei termini, ma sull’intensità delle immagini. Uno degli aspetti più notevoli di questo testo è infatti la capacità di creare linguaggio potente attingendo a un vocabolario e a una sintassi molto semplici. Questa voce si adatta perfettamente al personaggio di Akhenaton: un uomo fuori misura, carnale e meditativo insieme, come lui stesso sottolinea più volte.

«No, non sono una mummia
ebete e serena
scolpita nell’arenaria del tempio.
Guardatemi:
sono una meraviglia
davvero imbarazzante!
» (p.69)

Nella prima parte del romanzo prevale un’atmosfera tutto sommato serena, e il carattere eccentrico di Akhenaton appare in una luce positiva. Il faraone racconta i giochi con le figlie e la complicità con la moglie Nefertiti, «che è magnifica / sporca di succo di melone»; insiste spesso sul proprio corpo, celebrato proprio in quanto deforme, orgogliosamente esibito anche attraverso la sessualità, il cibo e le deiezioni; esplora il rapporto col dio Aton, che la madre ha «sguinzagliato» nella sua «piccola mente» fin dall’infanzia –un legame molto intimo e personale, a tratti tormentato, lontanissimo dall’ufficialità della religione egizia.

Nella seconda metà, invece, assistiamo a un rovesciamento disturbante di tutti questi temi. Akhenaton finisce in una spirale distruttiva, che lo trascina nella solitudine e verso l’epilogo lo porta a chiedersi: «Sono io la Peste?». La cesura tra le due parti è piuttosto marcata; eppure la continuità c’è, ed è data dalla voce narrante del protagonista, che resta sempre coerente, sia quando il lettore empatizza con lui, sia quando se ne sente respinto: mantiene le stesse inflessioni, gli stessi tic, le stesse idiosincrasie, la stessa debordante spudoratezza. L’autrice non mostra una trasformazione nella psicologia del protagonista, piuttosto aggiunge ombre a un ritratto inizialmente luminoso: così facendo destabilizza il lettore, lo costringe ad abbandonare facili schemi di giudizio, e ad accettare che in un’unica identità convivano tratti teneri e aberranti, brillanti e squallidi.

La prospettiva di Akhenaton, che non viene mai abbandonata nel corso della narrazione, è quindi ingombrante e pervasiva e, soprattutto verso la fine, tende a distorcere gli eventi. Questo, però, non impedisce all’autrice di mostrare in modo indiretto anche il punto di vista degli altri personaggi (in particolare quello della moglie): una scelta che argina la forza affabulatoria del discorso del faraone, e lo inchioda alla realtà dei fatti.

La forza di questo romanzo, comunque, non sta solo nella creazione di un personaggio ambiguo e complesso, ma anche nel modo in cui quest’ultimo interagisce con il suo ambiente. Grazie anche alla scelta della forma poetica, Porter ricostruisce una perfetta atmosfera egizia, sospesa e sacrale; ma fin da subito si diverte a romperla e a contaminarla. Akhenaton sovverte tutto ciò che, nell’immaginario comune, associamo alla civiltà egizia: ritualità, gerarchia, rigidità, idealizzazione. Allo stesso tempo, però, è figlio di questo mondo, lo conosce profondamente e pensa secondo le sue categorie.

Sono molto rappresentativi, in questo senso, i passi in cui Akhenaton si sofferma sulle divinità tradizionali del pantheon egizio: i toni irrisori e blasfemi esprimono tutto il suo disprezzo per questa oscura religione zoomorfa e il suo clero decadente, ed è evidente la sua impazienza di lasciarsela alle spalle per imporre il culto di Aton. Dall’altra parte, però, la grande familiarità con cui tratta queste figure lascia trasparire come esse facciano visceralmente parte del suo immaginario e della sua cultura. Altrettanto vivide sono le descrizioni della natura: il deserto con i suoi riflessi, il Nilo con i suoi odori e la sua fauna. È in questi paesaggi squisitamente egizi che Akhenaton guarda tramontare il disco solare di Aton, il dio che dovrebbe rivoluzionare una religione millenaria.

Uno dei tratti più interessanti del romanzo, quindi, è questa costante tensione dialettica tra archeologia ed eversione: Dorothy Porter non ci presenta, banalmente, un uomo fuori dal suo tempo, ma piuttosto un uomo che frantuma il suo tempo dall’interno.

Benedetta Galli

in primo piano: Akhenaton e Nefertiti con le figlie (Neoclassicism Enthusiast – CC BY-SA modificata)

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