“Mediterraneo Blues”, la dimora nomade dei suoni

 Mediterraneo Blues, Iain Chambers
(Tamu Edizioni, 2020 – Trad. Sara Marinelli)

9791280195012_0_0_519_75A Portbou, in Spagna, esiste un monumento singolare: due lastre di acciaio, ormai rosse per la ruggine, che formano una finestra a picco sul mare. Si tratta di un’opera dell’artista Dani Karavan dedicata al filosofo Walter Benjamin, che proprio a Portbou si tolse la vita. Questa sorprendente prospettiva sul mare è un’immagine che ben rappresenta Mediterraneo Blues di Iain Chambers, breve saggio da poco ripubblicato da Tamu Edizioni (era stato edito da Bollati Boringhieri nel 2012), nella traduzione di Sara Marinelli. Il libro propone uno “sguardo marittimo” che osserva fra le onde sonore del Mediterraneo per scoprire inaspettate corrispondenze tra musiche solo apparentemente lontane, come il rebetiko, la canzone napoletana, il canto arabo o il flamenco.

L’oggetto principale di Mediterraneo Blues sono proprio i suoni: attraverso le melodie del mare nostrum Chambers costruisce una narrazione alternativa in cui i vari Sud del mondo, solitamente esclusi e periferizzati, divengono invece centrali. I suoni rappresentano un “serbatoio di memoria culturale” che racconta la “storia minore” del Mediterraneo attraverso una narrazione non lineare ma “diasporica”, in quanto rifugge dai tentativi di omologazione tipici dell’Occidente.

“I suoni divengono una forza narrativa che ci attira verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente.” [1]

Da questa narrazione alternativa si delinea il ritratto di una modernità ‹‹multipla e contrappuntistica››, in cui i melismi improvvisati della cantante araba Umma Kalthum finiscono per riecheggiare in esperienze musicali completamente diverse, come il rap, il blues, l’hip hop, il raggae e tutta la fauna sonora dei bassifondi metropolitani. Vedere, o meglio, ascoltare queste strane corrispondenze non significa però negare le differenze e i conflitti tra le culture, ma riconoscere il Mediterraneo come uno spazio comune di incontro, una dimora nomade piena di vitalità e mai rigidamente istituzionale. L’unità tra le diverse musiche che si affacciano sul mare nostrum consiste nella voce mediterranea, fatta di lamenti rotti e irregolari. Questa vocalità rappresenta ‹‹lo sforzo del corpo nel canto›› e racconta di vite soggiogate da un’esistenza che è insostenibile fatica. La ruvidezza di queste voci rende concreto il dolore di una condizione inevitabilmente ai margini.

Ma come mai Chambers sceglie di parlare proprio di musica per veicolare il suo pensiero? Non essendo soggetta all’oggettivazione della vista, la musica non rappresenta nulla, ma agisce. Non illustra storie, ma le suggerisce. Il potere principale della musica sta però nel suo rapporto privilegiato col tempo, poiché ‹‹Il suono taglia il tempo per esporlo ad un senso diverso››. Il momento musicale è un attimo eterno che racchiude entro di sé passato, presente e futuro e rifugge dalla concezione di tempo come cronos, cioè come progresso. Il tempo della musica è piuttosto aion, cioè fluttuazione del divenire, forza vitale non quantificabile che si contrappone al linearissimo progresso del Nord del mondo.

Questa temporalità musicale è portatrice di un modo di stare al mondo non rigido, un ‹‹nuovo stile di pensiero›› che non si lega alle certezze del logos della terraferma, ma rinuncia ai punti di riferimento e fa della mobilità liquida del mare il proprio paradigma. Essa rappresenta un’altra modernità, che ripensa i valori in campo e riflette con il Sud, scoprendosi plurale. Gli altrove sottosviluppati, luoghi del “non ancora” come Africa e Asia si ritroverebbero così ad esser parte di una nuova identità, ovvero di quella “comunità ancora da venire” che viene spesso citata nel libro.

La tensione continua verso il futuro è forse uno dei pregi principali del saggio di Chambers, il quale più che una riflessione in sé conchiusa rappresenta un’introduzione a un modo di pensare diverso, il programma di una ricerca aperta e ancora in divenire: Mediterraneo blues in questo senso fa letteralmente pensare ad un brano in cui la serie di accordi è ancora tutta da sviluppare. Forse anche per questa ragione quasi in ogni capitolo è presente il riferimento ad una ‹‹giustizia storica›› che verrà e che consisterebbe probabilmente nel futuro riscatto dei vari Sud del mondo, i quali da provincia tornerebbero ad essere nuovi centri non più subordinati al Nord.

L’idea di una giustizia storica potrebbe però finire per contraddire implicitamente proprio il concetto stesso di modernità plurale di cui il Mediterraneo sarebbe paradigma con le sue molteplici storie. Attribuire una finalità al processo storico vorrebbe dire infatti leggere quest’ultimo secondo un ordine omogeneo e valutare gli eventi in virtù di un concetto unitario (quello della giustizia appunto), come del resto faceva la tradizione metafisica occidentale. Per rintracciare una giustizia nella Storia ci servirebbe invece la prospettiva totale di un dio, la quale è però preclusa a noi umani, ignari naufraghi nel mare degli eventi.

Giacomo De Rinaldis

[1] p. 10

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