Io è molti altri

Il libro delle case, Andrea Bajani
(Feltrinelli, 2021)

Di Franca Cavagnoli

Negli ultimi anni della sua vita, costretta a passare da una camera d’albergo all’altra sulla Costa Azzurra o sulla Riviera del Ponente ligure perché la tisi di cui soffriva da tempo si era ormai aggravata, Katherine Mansfield portava con sé degli scialli variopinti, a fiorami, che disponeva in giro per la stanza: sul letto, sul piccolo tavolo da lavoro davanti alla finestra, su una poltrona. La facevano sentire sempre a casa. Sono tanti i modi in cui possiamo sentirci a casa, come tanti sono i modi per non voler sentirsi a casa. Qualcuno ha scritto che sulle pareti dei luoghi in cui abbiamo vissuto ci sono gli schizzi del nostro sangue. E il silenzio abitato delle case risuona dei gridi muti nostri e delle persone che ci hanno vissuto, con o senza di noi.

Nell’ultimo romanzo di Andrea Bajani le case sono il filo rosso necessario a narrare una vita, e sono le case a scandire le tappe di un viaggio lungo e intenso nella vita di Io – così si chiama il protagonista –, una vita che ci viene raccontata in terza persona: «Tra i primi fatti che Io ricorda c’è Padre chiuso nella propria stanza per giorni; forse sono settimane». È un viaggio dal 1975 fino ai giorni nostri, in cui entriamo nel tempo, e ne usciamo, come si entra ed esce dalle molte case che Io abita. Ed è proprio questo andare avanti e indietro nel tempo a rendere sempre tutte ugualmente presenti le molte case in cui Io è transitato e a rasserenare chi legge, permettendogli di aggrapparsi a una speranza: se in una certa casa è successo qualcosa di doloroso – e in questo libro succedono molti fatti dolorosi –, la prossima volta che il protagonista ci farà entrare, in un capitolo successivo, può darsi che Io non sia più così triste e pesto nel corpo e nello spirito. Al tempo stesso, il continuo andirivieni nel tempo dimostra plasticamente quanto l’esistenza sia nella memoria un processo più simultaneo che consecutivo, se si riesce a tenerne fluido dentro di sé il ricordo, se non gli si consente di stagnare, di irrigidirsi e, così, di morire. Se si riesce, cioè, a non rassegnarsi alla frammentazione dell’io ma ad accettarne il divenire, conciliando, dentro, tutte le parti di sé che si è stati nel corso della propria vita. Quello che succede nel libro di Bajani è proprio questo: Je est un autre di Rimbaud diventa Io è molti altri – la somma di tutti gli io della sua vita e, a ben guardare, di molti pure della nostra.

Ma è l’idea stessa di casa a provocare un senso d’improvvisa meraviglia nel libro di Bajani: la stupefacente sorpresa di vedere cosa si chiama ‘casa’, come se ne allarga il concetto con la Casa degli appunti (un quaderno), la Casa dell’amicizia (i due metri di banchina della stazione che si condividono con un amico in attesa ciascuno del proprio treno), la Casa della dispersione (la discarica in cui si cercano i mobili e le stoviglie per un’abitazione provvisoria). Questa idea larga di casa rafforza il senso di inaspettatamente ampio che affiora sempre più via via che si procede nella lettura: è possibile chiamare ‘casa’ tante cose. Ed è proprio l’ampiezza inusitata dell’idea stessa di casa che da sola basterebbe a dimostrare come il libro di Bajani non sia una biografia, né un’autobiografia e neppure un romanzo-non romanzo. Anche un’autobiografia spesso non è nemmeno tale, se si pensa a come il racconto di un fatto avvenuto veramente si altera nella memoria e, soprattutto, come il ricordo diventa altro nel farsi scrittura. Il libro delle case è un romanzo. Un romanzo molto diverso dagli altri che Bajani ha scritto finora, figlio di uno spazio e di un respiro grandi. Con tanta vita dentro: quella di Io, e dell’io in noi. È pure un romanzo che, una volta chiuso, non ne fa venire in mente altri simili e quindi, forse, è un romanzo a cui si potrebbe aggiungere un aggettivo molto semplice che merita fino in fondo – originale. E in cui, più che nelle opere di narrativa precedenti, prosa e poesia sono strettamente intrecciate, la poesia a cui negli ultimi anni Bajani è ritornato con le due raccolte pubblicate nella Bianca di Einaudi, Promemoria e Dimora naturale, quella poesia con cui ha cominciato il suo viaggio nella letteratura.

Il dolore, il cuore del romanzo, è di rado nominato – è il racconto di ciò che accade a Io a farci sentire intatto il male di vivere: «Urla nella notte, oggetti contundenti ad alzo zero, Padre che con un’accetta da cucina tenta invano di distruggere una canoa in policarbonato e dopo la brandisce in faccia a Io, adolescente incosciente».  O ancora Padre che, prima di sistemare «con geometrico rancore» le valigie dentro il bagagliaio, «colpisce al viso Io, ripetutamente, a pugno nudo, con un uno-due persino compiaciuto». Decidere di raccontare la storia di Io alla terza persona non consente solo di tenere a distanza la materia narrata, il tormento e la sofferenza che la innervano, ma soprattutto di far arrivare un delicato pugno nello stomaco a chi legge. Io seguito dal verbo alla terza persona singolare fa sì che Io sia pure io, ossia l’io di ciascuno di noi, ma lì ben inquadrato nella cornice dello specchio. In questo Io in terza persona ognuno può leggere il proprio io protetto da un vetro. Il libro delle case sa farsi terapeuta del proprio lettore e chi lo legge, dopo aver accusato il pugno nello stomaco e i crampi nella pancia e forse anche qualche colpo perso dal cuore, prova gratitudine nell’essere stato condotto con tanto riguardo e tanto pudore in un viaggio pericoloso quanto irrinunciabile.

Il dolore di cui si racconta non è solo nella vita personale del protagonista, ma anche nella vita del nostro Paese, che si condensa in due case speciali: la Casa di Prigioniero (quella dove è stato rinchiuso Aldo Moro) e la Casa di Poeta (quella di Pasolini). La storia del Paese rimane sullo sfondo, fa capolino con discrezione e, trasfigurata, ha però forti ripercussioni sui personaggi, e su Io fin da piccolo, quando nel 1978 la televisione trasmette il ritrovamento del cadavere di Moro nella Renault 4 rossa. Grazie all’immaginario tunnel che collega la Casa del sottosuolo, dove Io vive con la sua famiglia, all’ultima casa di Prigioniero, «Io ha attraversato Roma immerso in una lava abbacinante, sospinto da flutti incandescenti, spiaggiato di colpo dentro la Casa rossa con le ruote. Lì dentro ha gattonato con il pannolino, ha guardato da vicino ogni centimetro di corpo di Prigioniero, gli occhi chiusi, il nodo alla cravatta». La maggior parte della gente non si è accorta di niente, però, «né si è accorta della colata di luce che si portava via i figli di tutta la nazione». Ma anche la storia recente, quella che per tutti noi è ancora cronaca della vita quotidiana, è presente con fulminante laconicità: Io «annaffia a giorni alterni in questo aprile», ma quando le temperature si alzeranno dovrà farlo tutti i giorni, se arriverà l’estate, e, come dicono i giornali, le persone torneranno a uscire. «Se, cioè, si tornerà a morire di morte varia, e non solo dell’unica che ammazza, della morte ufficiale di quest’anno, la morte per troppa vicinanza». Se le case narrate – private e pubbliche – sono tanto vivide per chi legge è perché si percepisce che il viaggio nel dolore è stato compiuto fino in fondo.

Il pugno nello stomaco è forte per chi legge, ma la scrittura è delicata, con il suo rincorrersi di allitterazioni e assonanze, per le rime interne repentine che cambiano di colpo il ritmo della frase: «Eppure fuori il sollievo è un panorama spaventato, Roma è un fermo immagine apparente, le strade sono strade e sono vuote, gli edifici sono spazio solidificato, il silenzio è in cemento armato». Lo è per l’occhio del poeta nelle descrizioni e per la frase folgorante che arriva improvvisa e solo dopo ci si accorge che in realtà è un verso. È un romanzo che della poesia ha pure la densità e l’essenzialità: lascia fuori il superfluo e si fa distillato. Dopo aver letto i referti delle analisi, il dottore decreta l’avvenuta guarigione di Moglie: «Sulla strada del ritorno non c’è molto da dire, se non che Io ha guidato come sempre. Moglie si è tolta le scarpe, ha tirato i talloni sul sedile e ha ripreso in mano le parole crociate che stava compilando prima di arrivare alla Casa del tumore». Quanto si può dire con poco: non servono tante parole per dire che non è finito solo il male, la malattia, ma ormai lo è pure il rapporto tra Io e Moglie.

Il lacerante viaggio nelle case di Io si può solo immaginare che abbia richiesto un lungo arco di tempo per essere raccontato. Ma di certo richiede tempi lunghi di lettura, perché la materia narrata, pur tenuta a debita distanza, fa male, e perché anche se il ritmo della narrazione tiene avvinti, certe frasi chiedono di essere lette e rilette, magari a voce alta, per assaporare meglio il verso camuffato da prosa. Ma una lettura lenta la esige pure perché è un libro pieno di pagine strazianti, da prendersi a piccoli sorsi interrotti, come quella in cui si sente «il rantolo finale di Poeta, ridotto a un corpo che morendo come un animale massacrato a bastonate in una notte di novembre gridava ‘Mamma’ contro il cielo». O quella in cui «le pareti della Casa di famiglia sono la gogna dell’amore che finisce. / Muro dopo muro, Io toglie le proprie parole morte dalla croce. / Lo fa con un gesto asciutto, per evitare che si divarichi lo strappo». Io riunisce foglietti e bigliettini in una scatola di cartone; saranno forse «gli operai che monderanno lo spazio dando il bianco» a trovarla: «la apriranno e sentiranno quanta vita è chiusa dentro ciò che muore.» O ancora le pagine di Casa dei ricordi fuoriusciti. Pagine struggenti poiché non si riesce a ricordare tutto, e «quello dei ricordi sfuggiti alla memoria di Io ora è solo un cimitero profanato, né Io tornerà indietro a vedere cosa c’è sul fondo». E però alcuni frammenti riottosi cercano di tornare a galla da questo «paesaggio di ricordi naufragati», di guadagnarsi il diritto di essere indimenticati. E ogni cosa balugina per qualche istante in una luce diversa e rimette in gioco tutto quanto: Io «non vedrà Moglie allargare le braccia e prenderlo dentro in una specie di estremo salvataggio … non vedrà Padre che lo porta sulle spalle quando Io è bambino … non vedrà Madre che si volta mentre Padre spinge Io contro il muro in cucina, urlandogli ‘Ti ammazzo’, non la vedrà che lo aspetta fuori dall’asilo con una maglia più pesante». Sono tutte buone ragioni per dedicare al libro il tempo necessario e non lasciarsi prendere dalla smania di finirlo.

C’è poi un personaggio nel romanzo di Bajani che abita un luogo unico: Tartaruga la sua casa ce l’ha sempre con sé ed è la sola compagna di giochi di Io, fin dalla tenera infanzia. Non è difficile immaginare il suo dolore, costretta com’è per tutta la vita nella stessa casa, a portarsela dietro senza via di scampo; non è difficile immaginare cosa deve voler dire sentirsi gravare sempre sulle spalle il peso di ogni ricordo, per non parlare degli schizzi di sangue sulle pareti del carapace. Anche in questa casa entriamo e usciamo più volte nel corso del romanzo, chiedendoci se Tartaruga sia un animale guida, o la casa ideale, priva di mobili com’è, casa e tomba al tempo stesso. Ma, quando sembra che per Tartaruga non ci sia proprio via di fuga, e al personaggio non umano del romanzo sia negata ogni speranza, dopo aver evocato il ritrovamento del cadavere di Moro il narratore ci conduce in una piazza a cinquanta metri da via Caetani, dove c’è una fontana con «efebi, anfore e delfini. In cima, quattro tartarughe alzate in volo si librano sull’acqua cercando il cielo tra i palazzi». Anche nel momento di massimo dolore, collettivo in questo caso, nel romanzo di Bajani è la poesia a consentire con una immagine liberatoria, toccante, di vedere che c’è sempre la possibilità di andare oltre – la vita è altrove, là dove appaiono orizzonti sconosciuti.

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