Ripulire le parole per capire chi sei: intervista a Maddalena Fingerle

Paolo Prescher, anagramma di parole sporche, è il protagonista di Lingua madre, il romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle per Italo Svevo Edizioni, già vincitore della XXXIII edizione del Premio Italo Calvino. La sua prima parola è stata parola e infatti per Paolo la lingua è una faccenda importante: a casa sua ogni oggetto ha un’etichetta che ne riporta il nome e bisogna faticare per impedire ad una madre distratta di sporcare le parole.

La voce narrante dell’insolito protagonista racconta la storia di un’ossessione che si dipana tra Bolzano e Berlino e scandaglia il rapporto strettissimo tra lingua e identità.

Paolo Prescher è ossessionato dalle parole: è la prima frase che si legge in Lingua madre e potrebbe essere anche un riassunto brevissimo ed efficace del romanzo. Cosa vuol dire, per Paolo, che le parole sono sporche?

Le parole per lui sono sporche quando non dicono quello che devono dire e fanno la doppia faccia: se non corrispondono alle cose, se c’è ipocrisia o falsità. L’aderenza tra la parola pensata (per Paolo detta in testa) e la parola pronunciata determina il grado di pulizia del linguaggio, che spazia dalla macchia ancora sopportabile dell’associazione mentale al sudiciume insopportabile della cattiveria. L’odio che prova per le persone che le pronunciano è lo stesso che nutre nei confronti delle parole che sente.

Lingua madre impone, fin dal titolo, una riflessione sul legame tra lingua e identità: la lingua che parliamo è in grado di plasmarci al pari di un genitore. Non sembra un caso, quindi, che il rapporto conflittuale di Paolo con l’italiano coincida con l’odio per la figura materna.

L’ossessione di Paolo per il linguaggio esprime tutto il fastidio che nutre nei confronti della madre. Lei è capace di sporcargli le parole parlando e dipingendo, ma dove ci sono un odio e un’ossessione così potenti c’è anche un grande dolore e un forte legame. Non è infatti indifferente nei confronti di Giuliana, ma si sente ferito, non compreso e non accettato. Certamente la lingua nella quale si impara a pensare è in grado di plasmarci e nel caso di Paolo c’è una situazione familiare particolare, in questo senso: se la madre lo assilla utilizzando le parole in modo secondo lui non appropriato, il padre, che invece idealizza, è totalmente muto.

L’odio di Paolo per una parte della sua famiglia si estende anche a Bolzano, il suo luogo di nascita, e la fuga gli appare come l’unica possibilità di riappropriarsi del suo futuro. Come mai hai scelto di ambientare il romanzo proprio nella tua città d’origine e che ruolo hanno Bolzano e il bilinguismo nell’ossessione di Paolo?

Per Paolo non esiste una distinzione netta tra la città e le persone che la abitano, per cui il fastidio per la madre e per la sorella si unisce all’insofferenza per il contesto sociopolitico locale che sente ipocrita e ombelicale quanto quello familiare. Sulla base di questa analogia si sviluppa la sua confusione dei piani del discorso. Ho scelto Bolzano perché avevo bisogno di un luogo complesso che offrisse incoerenze tali da potergli creare un’insicurezza linguistica che fosse credibile, volevo che il protagonista deformasse il suo mondo e per farlo mi serviva di una città che conosco. Sulla violenza storica e sulla retorica politica basata sul bilinguismo di facciata ho costruito le idiosincrasie di un personaggio che avevo già in mente come ossessivo e ferito. Se Paolo fosse nato e cresciuto a Roma, per esempio, avrebbe avuto altre caratteristiche, altre insicurezze e altri pensieri.

Il potere di ripulire le parole viene attribuito a Mira di Pienaglossa, una ragazza che Paolo incontra a Berlino e tramite cui scopre l’amore e l’amicizia. Mira gli pulisce le parole e il mondo comincia a sembrargli un posto accogliente in cui trovare collocazione, ma Paolo non ha un ruolo attivo in questo processo: l’innamoramento lo travolge e gli fa percepire la lingua e Bolzano in maniera diversa. Ma è possibile un cambiamento così profondo senza consapevolezza?

Mira, o meglio la persona che Paolo vede in Mira, riesce a ripulirgli il linguaggio perché lui attraverso di lei conosce l’accettazione di sé e di quelle che erano state considerate fino ad allora come stranezze. L’amore e l’amicizia sono i motori principali del cambiamento e fanno sì, nel suo modo dicotomico di vedere il mondo, che l’ossessione negativa per le parole sporche diventi un’ossessione positiva per le parole pulite. La sua trasformazione è sincera e lui ci crede per davvero, ma in realtà non è profonda, è solo apparente: Paolo è temporaneamente anestetizzato e non ha davvero elaborato il passato, lo ha solo messo da parte, concentrandosi su Mira e sulla bellezza del linguaggio ripulito: la nuova ossessione è quella vecchia capovolta.

Un aspetto che ho trovato molto interessante delle parole sporche di Paolo è la loro irrevocabilità: quando una parola è stata sporcata ripulirla è molto difficile, può diventare impraticabile e impronunciabile. Una soluzione, quella scelta dal padre di Paolo, è il mutismo; mentre la vera sfida sembra correre il rischio di sporcare le parole nei rapporti con le altre persone. In questo senso definiresti Lingua madre un romanzo di formazione?

Per un romanzo di formazione serve una formazione (Bildung), un’evoluzione, che nel caso di Paolo non c’è per davvero, ma solo in apparenza; infatti non matura e non diventa adulto per davvero, ma rimane incastrato nel suo dolore e nell’incapacità di superarlo. Nonostante ci siano dei cambiamenti in lui – che vanno di pari passo con quelli linguistici – alla fine questi si accasciano su sé stessi nella frantumazione linguistica e mentale di un protagonista ormai disperato.

Lingua madre è il tuo esordio nel genere del romanzo, ma hai già pubblicato diversi racconti su riviste letterarie. Com’è avvenuta la transizione dalla forma breve alla forma lunga?

In maniera direi naturale e fisiologica, nel senso che avevo scritto un racconto, Fai che, nel quale abbozzavo una voce che non volevo abbandonare, ma studiare più in profondità. A partire dall’idea della doccia e delle parole sporche ho indagato poi quella voce e le sue motivazioni, modificandola e adattandola al personaggio che avevo in mente.

Con Lingua madre hai vinto la XXXIII edizione del Premio Calvino. Perché hai deciso di inviare il manoscritto al Premio e come hai vissuto le fasi che ti hanno portata alla pubblicazione del romanzo?

Avevo sentito parlare del Calvino quando ero ancora a scuola come di un premio importante, trasparente e serio. Stavo lavorando al testo quando ho visto che era la XXXIII edizione, il tre porta fortuna, era ripetuto, dovevo partecipare. Ho trovato, oltre che la conferma dell’enorme lavoro che fanno con grandissima passione, anche un’accoglienza umana e professionale. Dopo la premiazione il Premio ha inviato il testo agli editor delle case editrici e mi ha contattato Dario De Cristofaro, direttore della collana Incursioni della Italo Svevo. Dall’entusiasmo della sua voce durante la prima telefonata avevo già capito che era la scelta giusta.

a cura di Loreta Minutilli

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