Raccontarsi per nascondersi: “Storia delle mie ossa”

Storia delle mie ossa, Francesco Leto
(Mondadori, 2022) 

Il protagonista di Storia delle mie ossa mette subito le cose in chiaro, rivolgendosi direttamente al lettore: non intende «essere d’insegnamento a nessuno, men che meno disvelare alcuna verità»; ciò che gli interessa, a quanto sembra, è invece raccontare la propria vita. «Non saprei che scrivere la mia storia», dichiara infatti immediatamente, e in effetti nelle pagine che seguono veniamo risucchiati nel racconto «arricciolato e bizantino» della sua esistenza. Una volta finito di leggere il libro, si ha tuttavia l’impressione di non aver capito davvero chi sia il protagonista del romanzo. Infatti, questo personaggio senza nome – che è anche la voce narrante – incanta il lettore con una prosa veloce e rocambolesca, ma lascia intravedere davvero poco di sé stesso, scegliendo piuttosto di dedicare gran parte del suo racconto (almeno più della metà) alla rievocazione delle figure femminili che lo hanno cresciuto.

La prima è quella di sua madre, detta la Rossa, una donna fragile ed eccentrica; originaria della Svizzera, è ossessionata dalle lezioni di aerobica e dal giardinaggio (attività che svolge senza però ottenere alcun risultato positivo, perché ogni fiore da lei coltivato è destinato a deperire in fretta). La seconda è invece la Pungolatrice (di cui non sapremo mail il vero nome), la burbera vicina di casa, proprietaria di un piccolo bazar, dove il protagonista passa la sua infanzia, tra ghiaccioli alla menta e trecce di liquirizia. Sarà proprio lei, quando il marito della Rossa morirà, a prendersi cura si quella donna evanescente e di quel suo figlioletto tutt’ossa. E infine Euridice, la figlia della Pungolatrice, una ragazza rimasta eternamente bambina e (sembra) con un piccolo ritardo mentale; innamorata del cantante Luis Miguel, prende lezioni di spagnolo dalla Rossa, nel caso in cui un giorno dovesse finalmente incontrarlo.  Ci sono poi altre figure collaterali, come la Sarta o la Sorella Rivale, entrambe portatrici di vecchi e segreti rancori, che non diverranno mai del tutto chiari nel corso del romanzo.

La narrazione ripercorre l’infanzia e la giovinezza del protagonista e racconta vari aneddoti che mettono ancora più in risalto l’originalità dei personaggi; tra questi, uno dei più riusciti è sicuramente quello legato alla riesumazione della tomba del padre del protagonista. A qualche mese di distanza dalla sua morte, la Rossa e la Pungolatrice ottengono dal guardiano del cimitero la possibilità di aprire la bara e di rimirare per qualche momento il volto del defunto: ne viene fuori una scena comicamente solenne, al termine della quale la Rossa domanda sussurrando se per caso non abbiano sbagliato tomba.

La trama procede così per episodi, senza seguire una vera e propria cronologia, secondo uno schema che non è lineare ma frammentato, così come non lineare è la scrittura di Leto, ricca di perifrasi articolate e immagini simboliche, che tendono a far perdere il filo del discorso; ma d’altra parte è un effetto voluto, come dichiara lo stesso protagonista, che sembra quasi giocare a nascondino con il lettore:

«Dipanare i fili di questa storia, tenderli, riavvolgerli e allentarli di nuovo, c’ho provato mille volte, ma c’è sempre un nodo d’arresto che mi impedisce di proseguire. […] La verità è che per raccontarvi di me dovrei tacere e rifiutarmi di scrivere anche un’altra sola riga, smettere di voler comunicare qualcosa di incomunicabile, spiegare qualcosa di inspiegabile, finirla di parlare di ciò che ho nelle ossa e che soltanto in queste ossa può essere vissuto» (pag. 41-41).

Ed è nella seconda parte di questa citazione che forse troviamo il senso del romanzo: tramite il racconto delle sue ossa – intese come radici, legami familiari – il protagonista cerca di ricostruire la sua stessa esistenza, ma alla fine il tentativo si rivela fallimentare, perché non è possibile far capire fino in fondo agli altri cosa si prova a stare nei nostri panni.

La sua solitudine è un altro elemento centrale del libro; sappiamo infatti che è un uomo solitario, intrappolato in una serie di amori platonici e impossibili, l’ultimo dei quali per un suo studente. Vive in Francia, dove insegna italiano, sogna di essere uno scrittore e di possedere un bosco tutto suo. La sua sembra una vita vissuta a metà, e una volta lontano dalle colorate donne della sua infanzia pare che non sia in grado di vivere quell’amore assoluto che pure loro gli hanno insegnato.

In definitiva, Storia delle mie ossa è, tra le altre cose, un romanzo sulla difficoltà di scrivere la propria storia. Il protagonista sceglie di farlo parlando simbolicamente delle sue ossa, che rappresentano la sua struttura, l’impalcatura della sua persona. È un esercizio riuscito a metà: se pure intravediamo qualcosa di questo bizzarro personaggio – seppure riusciamo a provare empatia per lui e a compatirlo per la sua vita solitaria – ci sembra che qualcosa ci sfugga. Il cerchio si chiude con il capitolo finale del libro in cui, proprio come nel primo, la voce narrante/protagonista si rivolge direttamente al lettore, appellandosi alla sua vanità («Hai fatto tutto questo ed è stato più forte di te. Se è stato impossibile trattenerti, vuol dire che lo facevi, in un gioco non riuscito di specchi, perché ti ritornasse indietro», p.165). Perché in fondo, quello che tutti cerchiamo in un libro (o per lo meno, ciò che spesso ci tocca di un libro) è quasi sempre questo: trovarci il proprio riflesso.

Francesca Rossi

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