“Poco a me stesso”: giocare con le patrie lettere

Poco a me stesso, Alessandro Zaccuri
(Marsilio Editori, 2022)

Poco a me stesso è un’opera difficile da recensire, già a partire da aspetti apparentemente neutri come il genere letterario e la sinossi. Tecnicamente lo si potrebbe definire un romanzo ucronico, anche se di solito questa etichetta viene utilizzata per versioni alternative della storia politica. In questo caso, invece, è la storia letteraria a essere reinventata: Alessandro Zaccuri immagina un universo in cui Giulia Beccaria, che noi conosciamo come la madre di Alessandro Manzoni, in gioventù ha rifiutato di sposarsi e nel 1841, ormai anziana, vive da nubile nel palazzo del fratellastro. Nonostante l’età, è ancora intellettualmente vivacissima e il suo salotto è tra i più amati di Milano. Il personaggio di Giulia, comunque, resta relativamente sullo sfondo, mentre tutta la narrazione ruota intorno ad altre due figure: l’ombroso e impacciato Evaristo Tirinnanzi, contabile al servizio di Giulia; e l’affascinante e scaltro barone di Cerclefleury, ospite di riguardo a palazzo Beccaria, che promette di guarire ogni malattia o indisposizione grazie alle tecniche del magnetismo animale (una teoria pseudoscientifica piuttosto in voga all’epoca).

I cenni alla trama eludono in realtà il punto focale del romanzo, che col procedere della narrazione diventa evidente al lettore ma non ai personaggi. Questo graduale disvelamento è l’aspetto più intrigante dell’opera, per cui non mi sembra giusto anticipare altri dettagli in questo articolo.

Quello che si può rivelare, invece, è lo spirito con cui Zaccuri conduce il gioco: l’autore ci lascia intendere delle cose che i personaggi non potranno mai capire, e così facendo reclama la nostra complicità, ci invita a sederci accanto a lui, ci suggerisce che la vera storia non sia quella data dal succedersi degli eventi. Via via che vediamo dipanarsi una trama tanto esuberante quanto fine a se stessa, siamo portati a chiederci sempre più insistentemente: di cosa parla, in realtà, questo libro? Poco a me stesso, infatti, è un romanzo da leggere con sospetto: ciò che ci spinge a voltare le pagine non è tanto il desiderio di scoprire come si concludono le peripezie dei personaggi, ma quello di trovare la chiave di questo elaborato gioco letterario.

Come si può intuire, Poco a me stesso è un testo in cui la componente metaletteraria è fortissima. La voglia di smontare la Storia, di metterci dentro le mani e di ricombinarla, di giocarci con l’intento serissimo di interrogarla, ha un carattere molto postmoderno e fa pensare ad alcuni esperimenti del Diario minimo di Umberto Eco. D’altra parte, i temi dell’identità, del doppio e delle possibili vite alternative avvicinano il romanzo a opere come I fiori blu di Raymond Queneau o 4321 di Paul Auster. Sotto questo punto di vista, anche la scelta dell’oggetto d’indagine è notevole: nel corso dei decenni, sui Promessi Sposi e sulla figura di Manzoni si sono accumulati innumerevoli strati di interpretazioni, strumentalizzazioni, stereotipi, polemiche e consuetudini pigre. Il romanzo di Zaccuri tenta di bucare questa corazza e di interrogare il Manzoni originale con un tono confidenziale e irriverente; lo fa, inoltre, con l’arma che Manzoni stesso ha portato in Italia, ovvero il romanzo storico, qui adattato a una sensibilità ben diversa. 

Anche lo stile e la tecnica narrativa, chiaramente, fanno parte di questo gioco. Poco a me stesso è concepito come una caricatura del feuilleton ottocentesco: ne riprende i tratti più datati, come la prolissità, i colpi di scena roboanti, i toni enfatici e melodrammatici; trascura invece gli aspetti che hanno reso memorabili alcuni di questi romanzi, a partire dallo scavo psicologico e sociale. Se mi attenessi alla versione letterale di questo romanzo (in altre parole, se mi fidassi della voce del narratore) dovrei scrivere una recensione in gran parte negativa. Invece la nota di congedo, in cui il narratore lascia il posto all’autore, ci spiega che i difetti sono frutto di scelte consapevoli. Queste scelte, inoltre, non fanno parte di un gioco d’imitazione erudito e autoreferenziale, ma servono a esplorare un’ipotesi e hanno quindi un valore speculativo (o meglio, stanno in quella terra di confine tra la speculazione e l’immaginazione). In questo romanzo lo stile non è solo funzionale alla storia: è a tutti gli effetti parte di essa, della realtà alternativa immaginata da Zaccuri.

Anche sotto questo aspetto, il dialogo con I Promessi Sposi è evidente: lo stesso Manzoni usa l’espediente dell’Anonimo Seicentesco per dare un esempio di cattiva prosa barocca ed esplorare, per contrasto, la propria idea di letteratura. Nel caso di Zaccuri, però, l’esercizio di imitazione non occupa solo i primi paragrafi, ma si protrae per tutte le duecento pagine del romanzo. La coerenza del tono non vacilla mai, eppure a un certo punto ci si chiede se davvero valesse la pena di fare una scelta così radicale. 

L’aderenza ai cliché del romanzo d’appendice diventa a tratti una gabbia che impedisce all’autore di esplorare le potenzialità dei personaggi –e queste potenzialità sono enormi, perché in alcuni casi si tratta di figure realmente esistite, che storicamente ebbero personalità complesse e interessantissime. Il turbamento mentale di Evaristo Tirinnanzi, reso con un tono goffamente enfatico, non ha la drammaticità e lo spessore di un tormento autentico; ma non ha neanche quella leggerezza che potrebbe guidare il lettore nei meandri del gioco letterario. Il barone di Cerclefleury, da parte sua, è il personaggio attraverso il cui sguardo seguiamo l’intera vicenda, ed è quello che vediamo agire, riflettere e parlare più di ogni altro; eppure resta una figura psicologicamente neutra, definita solo dai suoi tratti esteriori (fascino, astuzia e disinvoltura). Anche il rapporto tra i due appare poco articolato: Tirinnanzi, descritto come un uomo riservatissimo e timoroso, da un momento all’altro confida al barone tutti i suoi segreti, senza che ci sia una ragione evidente per questo cambiamento improvviso. 

La mancanza di sfumature e complessità investe anche l’antagonista, il perfido biscazziere Faggini. Nel suo caso però, questo approccio ha esiti molto più felici, forse perché l’autore ha il coraggio di spingersi fino in fondo con una caratterizzazione spudoratamente sopra le righe: ne esce un ritratto grottesco e temibile al tempo stesso, che riecheggia forse il nano Quilp della Bottega dell’antiquario di Dickens, e rende Faggini l’unico personaggio davvero efficace del romanzo. 

Poco a me stesso, in sostanza, è una scommessa molto ardita, intrapresa con consapevolezza, con profondità speculativa e con un sincero amore verso l’argomento trattato. Se il tono del racconto si mantiene sempre saldo, a vacillare è l’equilibrio tra le esigenze metanarrative e quelle propriamente narrative: Zaccuri rischia così di perdere la complicità del lettore, essenziale in un’operazione di questo tipo. Non è detto, comunque, che la perda irreparabilmente: anche chi farà fatica nella lettura potrà apprezzare, a cose fatte, la complessità e l’originalità dell’esperimento.

Benedetta Galli

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