“Aniko”, un romanzo nenec

Aniko, Anna Nerkagi
(Utopia, 2022 – Trad. Nadia Cicognini)

L’appartenenza è una cosa fragile. Non si può davvero proteggerla, quanto forse alimentarla: nutriamo la nostra identità perlopiù in maniera inconscia, partecipando alla vita della nostra comunità e imparando a capire che tipo di umani siamo. Si tratta di un processo talmente lento e minuzioso da permetterci di ignorare che le identità si costruiscono, non vengono al mondo con noi.

La difficoltà di un’identità da ricostruire, per contro, è molto più ovvia e spesso straziante. Proprio ora che, dall’alto della nostra paludata prospettiva eurocentrica, stiamo finalmente iniziando a gettare lo sguardo oltre i confini di un microcosmo saldamente conosciuto, è già più frequente imbatterci nelle storie di chi fa parte delle generazioni di mezzo tra due nazionalità: avverte la propria lontananza dalle usanze dei padri, ma non sente di appartenere alla realtà circostante. Storie così tipiche del mondo globalizzato evocano immediatamente l’immaginario contemporaneo; dimentichiamo però che si tratta di un copione che si svolge da molto più tempo.

Aniko ce ne offre un esempio straordinario per delicatezza e intensità di narrazione, oltre che per unicità culturale: Anna Nerkagi, la più importante scrittrice nenec, è probabilmente l’unica esponente di questo gruppo etnico siberiano (che conta oggi solo poche decine di migliaia di persone) di cui sia mai stato tradotto un romanzo in italiano. Un’opera del genere consente davvero di aprire porte che prima non erano mai state nemmeno sfiorate, di gettare gli occhi su una realtà finora sconosciuta.

Sul filo di una vicenda molto vicina alla biografia della stessa Nerkagi, il romanzo si sofferma prima sulla vita lenta di Seberuj, pastore di renne, e di pochi altri membri dell’insediamento nenec. Quando l’esistenza di Seberuj viene sconvolta dalla terribile morte della moglie e della figlioletta, sbranate da un lupo selvatico durante una tormenta di neve, l’anziano pastore sprofonda nella disperazione. Dopo molti tentennamenti, prende allora la decisione di riallacciare i rapporti con l’unico legame di sangue che gli rimane, la figlia Aniko, da molto tempo lontana dalla famiglia e dal clan.

Cambiata da anni di vita nella città, dalla lente dell’istruzione e da una quasi totale estraneità alle proprie origini, Aniko farà ritorno nella tundra, tentando una difficoltosa riconciliazione con quello che resta della propria famiglia e della propria identità nenec.

Aniko saltò giù dallo slittino. Voltandosi verso i čum scorse un ometto che si affrettava, con un’andatura incerta, verso di lei, e che di tanto in tanto inciampava.
Mio padre!, le balenò in mente.
E subito fu assalita da un senso di stupore e di sgomento. (p. 58.)

Il romanzo non si esaurisce però nella riesumazione delle origini di Aniko. Come emerge in maniera molto forte, il popolo nenec abita la tundra in una coesistenza paritaria con ogni altro essere vivente: la vegetazione, gli animali, le forze invisibili che governano i mutamenti delle stagioni e delle temperature. Allo stesso modo, la narrazione di Nerkagi non distingue tra il rimorso dell’uomo e del lupo, tra il pensiero della renna che si aggira per le distese ghiacciate e il cacciatore che sopporta una notte di veglia: la natura è ricca di spiriti pensanti e senzienti, ognuno con una propria importanza e una propria urgenza.

[Il vecchio lupo] quasi cieco, privo ormai dei denti e del fiuto, guidava il giovane lupo per i luoghi dove più di una volta aveva trionfato sul nemico o era stato oltraggiato. Era come se volesse lasciargli in eredità non solo la terra dove aveva vagato in cerca di prede, ma anche l’odio verso gli uomini, i dominatori di quei luoghi. E forse era quest’odio a tenerlo ancora in vita. (p.121)

Con una qualità emotiva eccezionale, semplice ma intensa, il romanzo porta sotto una luce radente le complessità di un’origine mai del tutto persa, e perciò non replicabile: Aniko fatica ad accettare l’amore di un padre che non riconosce, che a tratti la fa inorridire per la sua rozzezza, ma tra le braccia del quale, dentro di sé, ha sempre avuto bisogno di credere che sarebbe tornata. Nel mondo arcaico dei nenec Aniko ha le proprie radici, ma sembra quasi che ogni ricordo che riesce a recuperare riesca solo ad accrescere la sua estraneità a una dimensione che non le appartiene più. In molti modi si può provare a ricostruire un affetto perduto, e Nerkagi li mostra tutti, muovendo sulla scena tanto i nenec quanto gli animali che abitano la tundra circostante.

Malgrado la sua brevità, il romanzo traccia con estrema chiarezza i contorni dell’identità di un popolo legato alle caratteristiche di un ambiente naturale assolutamente unico, a tratti ostile, che però ne ha forgiato l’identità. La semplicità della narrazione ne costituisce la maggiore ricchezza, dato che Aniko ha la maturità, la schiettezza e la linearità che fanno un romanzo, ma conserva anche, in sé, il potere simbolico e intenso delle fiabe popolari. Non c’è niente che non sia necessario nella narrazione di Nerkagi, che non è scarna nel suo descrivere, ma dotata di un equilibrio che genera una lingua capace di emozionare per la sua chiarezza candida e innevata.

È un piacere e un privilegio poter assistere alla riscoperta di un’autrice come Nerkagi, proposta in diverse occasioni per il Nobel ma pressoché sconosciuta in Italia. Oltre all’indiscussa qualità letteraria, Aniko gode di una qualità comunicativa genuina che rende davvero semplice annullarsi nella trama, illudendo il lettore con pensiero che a ogni pagina si stia mescolando all’odore selvatico della tundra. Una simile aggiunta alla letteratura nostrana è una grande ricchezza: c’è senza dubbio da sperare che il cammino prosegua, e che il catalogo di Utopia si faccia presto tramite delle altre porte che Anna Nerkagi ha aperto su una dimensione di cui qui sappiamo così poco.

Emma Cori

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