Il tarlo, Laila Martínez
(La Nuova Frontiera, 2023 – trad. Gina Maneri )
«Quando ho varcato la soglia, la casa mi è saltata addosso. Succede sempre con questo cumulo di mattoni e sporcizia, piomba su chiunque attraversi la porta e gli strizza le budella fino a togliergli il fiato» (p.7).
Succede anche a chi fa il suo ingresso nel testo, di essere assalito dall’atmosfera inquietante di questa casa. Nel romanzo di Laila Martínez Il tarlo si accede così, senza gradualità, urtando contro la durezza già piena di collera dell’incipit: il lettore non ha tempo per acclimatarsi piano nella casa in questione, ma viene subito precipitato nel suo ambiente fosco e ambiguo.
Epicentro della trama e sua protagonista assoluta è proprio la casa, e il modo in cui essa da generazioni condiziona (e guasta) la vita delle sue inquiline, che sono sue vittime e prede e prigioniere.
Fin dalle prime pagine, essa appare vigile e senziente quanto un essere vivente.
L’autrice racconta della casa stati d’animo, tentennamenti e fiato sospeso attraverso una disturbante antropomorfizzazione per cui la sua architettura di travi e muri e soffitti richiama da vicino quella dell’organismo umano, in cui si moltiplicano i segni di una malattia che inquina tutto, ossa cervello e sangue.
Nel momento in cui il racconto prende il via la casa è abitata da due donne, una giovane e sua nonna. Nel corso del testo i due punti di vista si avvicendano in capitoli alterni, lasciando percepire la frizione nervosa generata dalle incomprensioni che intossicano il loro rapporto.
La nipote è piena di livore, e sostiene che questo sentimento arrabbiato e rancoroso che da sempre le irrancidisce la vita sia una tara ereditaria.
«In questa casa non si ereditano soldi o anelli d’oro o lenzuola ricamate con le iniziali, qui i morti ci lasciano solo i letti e il risentimento. Il cattivo sangue è un posto dove stenderti la notte, solo quello puoi ereditare in questa casa» (p. 9).
Il cattivo sangue lo rivede in sua nonna, che lei descrive come una «vecchiaccia» sibillina dallo sguardo torvo che in paese spaventa tutti. Sul conto delle donne della famiglia infatti aleggiano numerose leggende: murate in una casa che non lascia entrare nessun estraneo, le due donne sarebbero malefiche streghe sempre ad architettar fatture, maledizioni o sortilegi.
Infatti, pur essendo la narrazione tutta introflessa verso un unico ambiente, le due sono perfettamente coscienti di quanto avviene fuori, e di come dal di fuori esse sino percepite con senso di ripulsa, diffidenza o superiorità, da una classe sociale che le prevarica.
In più, per tutto il tempo la nipote fa riferimento in maniera misteriosa a qualcosa di terribile successo di recente, di cui incolpa la vecchia. Questo tabù si inanella lungo la catena di tenebrosi segreti di famiglia, coagulati nella memoria antica della casa.
I capitoli in cui invece prende la parola la nonna sono dei viaggi nel tempo: risalgono a ritroso la loro genealogia, tutta attraversata da una predominante femminile. Come se la casa consentisse solo alle donne di resistere, di invecchiare e incartapecorirsi la pelle e i sentimenti dentro le sue mura.
Agli uomini riserva invece un altro destino:
«In questa famiglia le donne restano vedove in fretta. Gli uomini ci si consumano come ceri in chiesa, in qualche mese di matrimonio e tutto quel che resta di loro è un alone sul lenzuolo che non si lava via neanche a spellarsi le mani. Mia madre diceva che la casa li sciuga dentro finché muoiono» (p. 85)
Oltre alle due donne, la casa è popolata da un pulviscolo di personaggi: «ombre» che le fanno visita acquattandosi sotto il letto o dentro l’armadio, nascondigli che ricorrono nelle più classiche storie di fantasmi.
Rispetto a quelle però qui manca la nebulosità esoterica con cui di solito le presenze spettrali aleggiano, in trame dove i fantasmi sono davvero impalpabili ‘cittadini’ del paranormale. Nel romanzo dell’autrice spagnola nulla è impalpabile, non si ha mai l’impressione di camminare a tentoni nell’oscurità e di poter cozzare contro qualcosa di soprannaturale. Al contrario, niente buio, neppure per effetto di un momentaneo blackout; tutto avviene alla luce del sole, tutto è materico, calcificato fin dentro le ossa della casa, se è vero che le ombre «erano in ogni mattone, sotto ogni piastrella, dietro la calce delle pareti, mescolate alla malta» (p. 39).
Perciò, se l’intrusione di queste ombre potrebbe far percepire nella storia un retrogusto gotico, molti altri elementi spingono ad accostare il libro più che altro alla categoria dei ‘romanzi familiari’, laddove però la famiglia è rappresentata nel suo deteriorarsi e collassare su se stessa.
Come a raccontare con impudica onestà che esiste un odio furioso capace di ammalare i rapporti – tutti, a prescindere dalla loro natura – e che non risparmia perciò neanche i legami di sangue: «La famiglia è questo, un posto dove in cambio di un tetto e un piatto caldo resti intrappolata con un pugno di vivi e un altro di morti. Tutte le famiglie hanno i loro morti sotto il letto, solo che noi i nostri li vediamo» (p. 61).
La lettura de Il tarlo fa ripensare anche a un altro romanzo in cui la realtà è intorbidata dalla presenza di quelli che (forse) sono fantasmi, trama ancora una volta ambientata tutta dentro il perimetro soffocante e impermeabile di una casa: Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson (Adelphi).
Diversamente da quel romanzo però, che dalle canoniche ‘storie di fantasmi’ eredita una voce narrante piena di suggestione, capace di richiamare magneticamente i morti come in una seduta spiritica, la lingua di Laila Martínez è tutto fuorché suggestiva: al contrario essa è incisiva, tumida, angolosa, fatta di travi solide e pareti incrostate, come la casa infestata che racconta.
Viviana Veneruso
Foto in evidenza di Mikey Dabro: https://www.pexels.com/it-it/foto/porta-in-legno-marrone-vintage-1002669/


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