Il fantasma di Lowry: conversazione con Marco Rossari

L’ombra del vulcano, Marco Rossari
(Einaudi, 2023)

978880625717HIGTradurre è come attraversare una terra di mezzo. Nel traghettare un testo da una lingua all’altra, il traduttore si muove in uno spazio liminale tra il passato di ciò che è stato scritto e il futuro della sua traduzione, riaprendo ciò che sembrava chiuso, ridando vita a qualcosa che poteva apparire morto. Il testo diventa quindi una sorta di fantasma, un’entità tra la vita e la morte che continua misteriosamente a produrre effetti senza esserci.

L’ombra del vulcano, l’ultimo libro di Marco Rossari, è forse una storia di fantasmi. Il protagonista vive lo smarrimento della fine di un amore importante, ma proprio in quel momento gli viene commissionata la traduzione della vita, quella di Sotto il vulcano, il capolavoro di Malcolm Lowry. Dovrà fare i conti col fantasma del suo amore finito e con quelli – infiniti – di Lowry, in una torrida estate in cui Milano appare come un Messico senza nuvole. Si ritroverà così a rivivere la storia del console Geoffrey Firmin, che diventerà la sua storia, o forse la sua ombra. Accanto a lui ci saranno l’alcol e il compagno di bevute Piccolo Console, personaggio dall’aura quasi sapienziale il cui nome cita quello del protagonista di Sotto il vulcano.

L’ombra del vulcano è un libro centrifugo e inafferrabile, in cui sono le domande a prevalere sulle risposte; attraversandolo si vive quella tensione che è propria della letteratura, la quale non pretende di asserire, ma piuttosto dischiude lo spazio dell’incertezza. Ho potuto porre alcune di queste domande suscitate dal testo in una conversazione con l’autore.

Ne L’ombra del vulcano le linee narrative principali sono due: un amore che finisce dopo dieci anni e l’impresa della traduzione del capolavoro di Malcolm Lowry Sotto il vulcano. Hai pensato sin da subito al romanzo come l’intreccio di queste due storie?

Tu parli di due storie, ma per me il libro è quasi senza storia. Nasce da quei due momenti di sospensione, che ho vissuto davvero e che forse ho reso ancora più solenni scrivendone. Il romanzo è la messa a fuoco fuori fuoco di una situazione sfocata, con molto fuoco vulcanico.

Il narratore appartiene a una generazione smarrita, che ha difficoltà nei rapporti con l’altro sesso – le pagine sui rapporti sessuali online del Piccolo Console sono eloquenti –e che vive in una situazione di precarietà lavorativa e sentimentale. Credi che si tratti di un romanzo generazionale?

No, non penso. Non vedo nemmeno i protagonisti in difficoltà con l’altro sesso: amano, si lasciano, seducono, gioiscono, soffrono, flirtano online. Come tutti. Se c’è uno smarrimento, è generale e cosmico e esistenziale. Le storie d’amore e di lavoro servono solo a evidenziarlo.

In un passaggio il protagonista ritorna a casa dopo una serata piuttosto squallida in compagnia di amici scrittori. Ancora sbronzo, legge una poesia di Emily Dickinson – in cui tra l’altro è citato un vulcano – e dice: ‹‹Mi sentivo attraversare da parole scritte da una reclusa più di cento anni prima››[1]. Mi sembra che nel libro torni spesso un certo desiderio di reclusione, in particolare rispetto al mondo editoriale, al quale in diverse pagine riservi un’analisi molto critica. La reclusione è necessaria per fare letteratura?

Diciamo che io – come il mio protagonista – sono ambivalente. Ho momenti di grande socialità, ma ho scelto di lavorare per la maggior parte del tempo da solo. Organizzo due festival a Milano e poi impreco e vorrei starmene isolato a lungo. Ma non demonizzo la mondanità editoriale, è uguale a qualsiasi altra: si ride, si scherza (a volte più o meno intelligentemente) e si beve. Ci sono stati grandi scrittori reclusi, come Bernhard, e grandi scrittori aperti al mondo, come Capote. La cosa più importante per fare letteratura è essere in grado di fare letteratura e lì cominciano i cazzi.

Nel bar sulla tangenziale che il protagonista frequenta di sera compaiono delle figure di ‹‹balordi nottambuli››, che Piccolo Console chiama ‹‹barcollanti››, figure che non marciano sul mondo con sicurezza, ma piuttosto sentono sotto di loro l’inclinazione e l’instabilità della Terra. Malcolm Lowry era un barcollante?

Malcolm Lowry era il barcollante per eccellenza, così come il suo personaggio, il console Geoffrey Firmin. Mi piace pensare che, avendo preso il mare da giovane, non riuscisse più ad adeguarsi alla terraferma e quindi bevesse per stabilizzarsi. La realtà è l’uragano peggiore.

In un libro piuttosto divertente intitolato Foucault in California il filosofo parla di una storia d’amore finita con un uomo per via del suo alcolismo e fa riferimento proprio a Lowry. Dice: ‹‹È il migliore. Con Lowry ci sono due alternative: seguirlo nell’ebbrezza o prendere l’altra via. Una non è migliore dell’altra››[2]. L’alcol è praticamente sostanza che permea tutto Sotto il vulcano e ha un ruolo essenziale nel tuo romanzo. Esso è uno veramente uno strumento per la comprensione di questo capolavoro?

L’alcol è un personaggio vero e proprio nel libro di Lowry, un demone che abbraccia il Console a lungo. Più che altro è uno strumento di conoscenza e insieme di deformazione del mondo. Cambia la realtà che conosciamo, l’altera in modo dionisiaco, estatico, umoristico, cialtrone, deprimente. Aiuta a conoscere persone e situazioni che altrimenti eviteresti in tutti i modi, compreso Lowry, compreso forse me medesimo.

Parli molto spesso di morte: compare più volte il leitmotiv ‹‹Moriremo tutti››. Dici che tradurre significa evocare un romanzo morto, ti definisci ‹‹traduttore di anime morte››. Allo stesso tempo affermi che il libro di Lowry è destinato a ‹‹non spegnersi mai››, che ‹‹muore ogni volta e ogni volta risorge››. A cosa è dovuto questo continuo movimento di morte e resurrezione?

Sotto il vulcano è un libro ambientato in un territorio indefinito, nel Giorno dei Morti, un momento messicano in cui si comunica con l’aldilà. Così nel mio romanzo ne ho approfittato per evocare morti della mia vita e della vita altrui. In Dio d’acqua, dell’antropologo Marcel Griaule, un vecchio sciamano paragona il biascico degli ubriachi alla lingua dei defunti che spinge per comunicare con noi. E in fondo ogni sbornia eccessiva è un decesso, da cui rinasci con quel cerchio alla testa tanto simile a un’aureola.

Cosa intendi quando scrivi che ‹‹ogni libro è il fallimento di sé stesso››?

Volevo echeggiare o forse citare una frase – mi pare – di Iris Murdoch sul romanzo come relitto di un’idea. Parti con qualcosa e questo qualcosa cambia, ti sfugge di mano, ti elude, ti spiazza, ti allontana, ti avvinghia – esattamente come nelle storie d’amore. Alla fine contempli una cosa nuova, vuota, piena di un te che non conoscevi, attestato anche dalle opinioni difformi di chi ti legge.

Milano è una dei protagonisti del romanzo, appare quasi come un purgatorio ad alte temperature in cui nessuno vorrebbe veramente stare. Un’immagine molto lontana da quella abituale di città frenetica e produttiva. Cosa ti interessa di questa Milano?

Milano è una città così narrata negli ultimi anni che mi pareva interessante rovesciarla e renderla esotica, riecheggiando i barlumi di Messico presenti nel libro che il protagonista sta traducendo. Per ogni grattacielo scintillante, troverai sempre un baracchino interessante con parassiti interessanti.

L’ombra del vulcano ha una forte componente autobiografica: nel risvolto di copertina si dice che il protagonista ti assomiglia ‹‹molto da vicino››. Che rapporto si instaura tra la tua voce e quella del protagonista?

Non saprei. Il primo abbozzo del libro risale al 2017. È un io molto lontano. Presti delle emozioni e delle riflessioni a un fantasma e un attimo dopo, fissate su carta, diventano più evanescenti. Curi e crei un doppio onirico e poi non sai che dirgli. Adesso incontro persone che dicono: “Mi devi presentare Piccolo Console”. E come dire che Piccolo Console sono loro?

A cura di Giacomo De Rinaldis

[1] p. 28

[2] S. Wade, Foucault in California. Un viaggio filosofico e lisergico, trad. G. Tolfo, Blackie Edizioni, 2023, p. 135.

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