Il ponte nel deserto, Brianna Carafa
(Cliquot, 2023)
Muoversi nel mondo del recupero letterario vuol dire spesso imbattersi in storie stravaganti, scritture fuori dagli schemi e autori e autrici che hanno vissuto sul crinale tra più mondi: le opere che il nostro Novecento letterario ha escluso dal canone sono, molto spesso e per vari motivi, diverse da ogni cosa che avremmo potuto leggere o immaginare.
Ne è un esempio la prosa curatissima di Brianna Carafa, restituita al presente dalla casa editrice Cliquot a partire dal 2020, prima con la riedizione dell’opera che portò la scrittrice in finale al Premio Strega nel 1975, La vita involontaria; e poi con la raccolta di racconti Gli angeli personali nel 2021. Cliquot completa questo recupero dell’opera di con Il ponte nel deserto, secondo e ultimo romanzo dell’autrice, cui è legato un triste dato biografico: Brianna Carafa si spegne il 23 marzo 1978, lo stesso giorno in cui il libro debutta sugli scaffali per Einaudi. Il testo, dunque, iniziò il suo viaggio tra i lettori senza la guida e la protezione della sua autrice, e forse anche per questo fu dimenticato in fretta.
Possiamo considerare quest’opera un lascito, un’eredità? O mentre Carafa scriveva non era ancora consapevole del male che l’avrebbe colpita? Nella prefazione alla nuova edizione de Il ponte nel deserto, Ilaria Gaspari si interroga su questo e altri punti dell’opera di Carafa. Di certo possiamo dire che, sebbene la voce della scrittrice si sia di sicuro spenta improvvisamente e troppo presto, i suoi due romanzi descrivono un percorso preciso e completo.
Discendente da una nobile famiglia napoletana, Carafa studiò a Roma prima architettura e poi psicologia e lavorò come psicanalista. Le sue opere contengono tracce del suo lavoro e dei suoi studi in modo ibrido e intrecciato: se la psicanalisi ha un ruolo centrale ne La vita involontaria, non è difficile intravedere tracce degli studi di architettura nel personaggio dell’ingegnere Bobi Berla, protagonista de Il ponte nel deserto.
Entrambi i romanzi cominciano con la cesellata e minuziosa costruzione del mondo in cui i protagonisti si muoveranno: sia Paolo Pintus, protagonista de La vita involontaria, che Bobi Berla, crescono in grandi case silenziose o semivuote, in cui i parenti più prossimi sono assenti o insidiosi e richiedere amore e attenzione pare un gesto troppo difficile. Da questo contesto partono le due storie, entrambe sviluppate intorno al tema centrale della ricerca del proprio scopo e del proprio posto nel mondo.
Paolo Pintus e Bobi Berla, infatti, vivono il dramma di essere trascinati da eventi apparentemente incontrollabili in una serie di vicissitudini sulle quali non hanno controllo: una vita involontaria, appunto, che sembrerebbe non lasciare spazio e scampo al libero arbitrio. Se il percorso di Paolo Pintus sarà orientato a formare la consapevolezza del protagonista sul proprio impatto riguardo le scelte di vita compiute, il percorso di Bobi Berla rimane passivo fino alla fine, ma proprio in questa travolgente assurdità il personaggio rivendica di aver trovato un posto confortevole.
Afflitto fin dall’infanzia da una misteriosa malattia, una labilità nervosa nella quale sua madre Leda preferisce non indagare ulteriormente, «preferendo lei attribuire al figlio una colpa invece che una malattia», Bobi vive da subito a lato delle decisioni di qualcun altro. In futuro, nulla riuscirà a scalfire la sensazione di essere esterno alla vita e alle decisioni che comporta – né l’amore di Marisa, che diventerà sua moglie, né la brillante carriera da ingegnere, né gli eccessi dell’alcol cui si abbandona quando, raggiunta la stabilità famigliare e lavorativa, niente sembra avere più significato.
Anche la decisione più importante della vita dell’ingegner Berla, ovvero quella di abbandonare tutto e partire per il Messico, è in realtà imbeccata e suggerita dall’esterno, e sarà l’inizio del definitivo declino di Bobi e del grottesco processo che lo vede protagonista.
In questa parabola discendente del protagonista, lo sconcerto dei lettori somiglia a quello della famiglia, dei colleghi e dell’opinione pubblica che vede uno stimato professionista ridotto a difendersi malamente da accuse che non sembra comprendere: può davvero un uomo che appare un inetto senza speranza essere al contempo un professionista brillante, una mente che ha dimostrato di saper produrre risultati geniali? E ancora, la determinazione a vivere fuori dai confini prestabiliti dai codici sociali, anche quando questo vuol dire finire nello spazio marginale del carcere, è per forza sinonimo di inettitudine?
Ne Il ponte nel deserto Brianna Carafa ci consegna un personaggio tenacemente deciso a vivere a modo proprio, coltivando uno spazio che può apparire assurdo e stravagante ma che, a ben guardare, gli è stato cucito addosso proprio dalla società che pretenderebbe da lui una più rigorosa e convenzionale aderenza alle aspettative. E sta proprio in questa testarda difesa non tanto della propria identità, ma di uno spazio guadagnato a fatica da cui vivere il mondo con agio il più grande tratto di attualità di questo romanzo: il processo a Bobi Berla può essere letto efficacemente, ancora oggi, come il tentativo di ingabbiare e condannare ciò che non capiamo e che non si conforma.
Loreta Minutilli
In copertina: immagine creata con intelligenza artificiale

