Furia: anatomia di esistenze possibili

Furia, Clyo Mendoza
(Polidoro, 2023 – Trad. Massimiliano Bonatto)

Furia_cover_copertinaIl deserto è un luogo repulsivo e inospitale: vari dei suoi lembi sono anecumenici, cioè privi di insediamenti umani. Eppure, è lì che sono ambientate le trecento pagine di Furia, il primo romanzo della poeta messicana Clyo Mendoza, portato in Italia nella brillante traduzione di Massimiliano Bonatto da Polidoro editore, per la collana I Selvaggi. Mendoza, come una burattinaia incantatrice, muove fili di vite – reali o immaginarie, poco importa – che si intrecciano, si imbrogliano e si sbrogliano nella vastità di quel luogo refrattario alla vita, creando una enorme matassa dalle trame maledette. 

Il primo incontro che i lettori faranno in questo deserto devastato dalla guerra è con due soldati appartenenti a due fazioni nemiche, i quali ugualmente si incontrano per la prima volta, davanti al cadavere di un bambino. Non hanno nome, sono Soldato uno e Soldato due: la guerra li ha privati della loro identità così come della loro volontà e ora, assassini anche di sé stessi, si puntano una pistola indecisi se sparare. Soldato uno e Soldato due smettono di essere piccoli ingranaggi del grande meccanismo della guerra nel momento in cui dicono i loro nomi: sono Lazaro e Juan, e insieme decidono di scappare nel deserto. Trovano rifugio in una grotta e cominciano ad amarsi: il loro è un desiderio furioso, frustrato dalla consapevolezza di essere reietti di una società per cui non sono altro che disertori e omosessuali. Tuttavia, è solo nella libertà di quell’isolamento che possono raccontare le loro storie e iniziare a sdipanare, a poco a poco e mai del tutto, la loro verità.

Il deserto per i soldati è come il mare per i marinai: la solitudine, il sole cocente, il buio sconfinato e la sete alla lunga portano gli uomini a delirare. Di fatti, Lazaro inizia a percepire la notte dilatarsi e il suo corpo rimpicciolirsi, fa incubi sulla sua infanzia e si sveglia afflitto da una paura ancestrale. I loro giorni sempre uguali vengono ritmati dalle visite di un mercante che racconta loro storie e regala monete d’oro: parla di un uomo che ha venduto l’anima al diavolo per sapere la verità sulla sua famiglia, ma ha scoperto di essere un cane e ha terminato i suoi giorni legato a una corda ringhiando e ululando; racconta di una donna che si lanciava su altre donne mordendole e instillando il loro il desiderio per il loro stesso sesso; narra di un uomo che ha seminato figli in tutto il deserto condividendo il letto con le vedove che erano sue clienti.

Quelle del mercante sono storie che ritorneranno come una inquietante eco nelle pagine del romanzo, creando la trama di una tradizione orale che la voce narrante racconta come fiabe dai toni gotici. L’autrice gioca abilmente con gli archetipi e le superstizioni, aggiungendo dettagli a distanza di pagine, ripetendo elementi e azioni, con flashback e flashforward cadenzati da un rituale scambio di monete d’oro. Sulle storie di Juan e Lazaro vengono trapiantati i semi di quella di Càstula, che dopo aver tanto viaggiato e amato uomini e donne, ha trovato finalmente la sua destinazione in una tomba, morta signorina con un grande segreto; sul loro albero genealogico è innestata anche la storia di Maria e Salvador, travolti da un amore totalizzante, legati tanto da condividere gli stessi sogni, fino a diventare la stessa persona. Furia è l’insieme di alcuni destini intrecciati nella ricerca della verità, della salvezza, del Padre. È una matassa di storie il cui bandolo risponde al nome di un uomo senza tempo che, ironicamente, è proprio un venditore di fili.

I titoli delle cinque sezioni di Furia – L’idea di corpo, Anatomia dell’ombra, Il corpo anagrammatico, L’Altro di sé, Autopsia – hanno tutti a che fare con il tema del corpo: dalla penna di Mendoza prendono vita corpi desideranti e desiderati, violenti e violentati, corpi fluidi, discriminati, animaleschi e selvaggi. L’autrice immagina corpi-mondo, contenitori di più anime e più storie insieme: sono corpi anagrammatici perché, come in un rompicapo, sono combinazioni differenti dello stesso seme dannato e, senza saperlo, si rincorrono nel tempo e nello spazio per tentare di risolvere l’enigma della loro esistenza.

Mendoza crea un romanzo ammaliante e perturbante, in cui la realtà si squaglia sotto il sole cocente del deserto, evapora in una allucinazione e si coagula in un delirio onirico: e, si sa, nel regno dell’inconscio la volontà ha ben poca parte. La sfera del sogno –  con tutti i simboli e le varie chiavi di lettura che si porta dietro – forma parte importante della narrazione, non solo perché molti personaggi sono spesso rappresentati mentre sognano o comunicano tramite esso, ma anche perché molte delle sue caratteristiche invadono le vite stesse dei personaggi. Una su tutte, è la freudiana coazione a ripetere: Juan, Lazaro, Maria e Salvador sono tutti figli e figlie di genitori violenti, vittime di relazioni abusanti e addirittura di incesti, che sono condannate a perpetuare il male nei loro gesti e nelle loro relazioni a venire. Tuttavia, uno spiraglio di salvezza sembra essere suggerito dall’autrice.

«La più grande dimostrazione della volontà è scegliere nonostante tutto di conservare la propria vita. È più difficile che distruggere la vita altrui, perché quando si muore, si esaurisce ogni possibilità di cambiare il mondo in cui opera la nostra volontà.» p.120

In questo incubo coercitivo, la volontà dell’Io può affermarsi in due modi: tramite l’amore e le storie. È l’amore che spinge Juan a scavare nel suo passato e a sopravvivergli, ed è sempre l’amore che trasforma il tormento di Salvador in un sogno lucido in cui l’infanzia gli rivela la meraviglia di ricordi inediti. Ma se l’amore non basta, sono le storie, infine, che hanno il potere di conservare la vita più di ogni altra cosa. Chi le racconta – i mercanti, i bambini, gli anziani che rivivono il sogno dell’infanzia – tramanda una moneta d’oro, testimone dell’eterno e dell’impensabile. Chi le riceve, poi, deve saper accettare l’impossibilità di distinguere tra realtà e illusione, con la promessa della possibilità di essere l’intreccio di trame di storie passate e future.

Beatrice Palmieri

Lascia un commento