Tangerinn, Emanuela Anechoum
(Edizioni e/o, 2024)

Tangerinn è il romanzo d’esordio di Emanuela Anechoum, nata nel 1991 a Reggio Calabria da madre italiana e padre marocchino. Le nazionalità dei suoi genitori e il suo luogo di nascita sono gli unici elementi in comune con Mina, la protagonista del libro. Tutto il resto della storia non è autobiografico, mette in chiaro l’autrice.
Mina è una giovane donna incerta e timorosa, soprattutto quando si tratta di attaccarsi ad un posto e a dalle persone. Ha paura di non essere all’altezza (nemmeno lei sa di che cosa),di essere discriminata a causa della sua famiglia e delle sue stranezze, per il suo essere «mista». Per questo decide di partire, nel tentativo di trovarsi o costruirsi in una grande città, Londra. Non ha particolari aspettative o attese per il futuro, se non quella di celarsi tra le quasi nove milioni di persone che abitano la capitale inglese. Cerca di appiccicarsi addosso oggetti e definizioni preconfezionati, con la lucida patinatura che caratterizza i profili Instagram delle persone con cui ha che fare.
Un giorno, però, riceve una telefonata. Suo padre è morto d’infarto. Senza raccontare nulla a Liz, sua coinquilina nonché proprietaria della casa in cui vivono, Mina riparte per la Calabria. In poche ore si ritrova a vivere le stesse dinamiche da cui era fuggita: una nonna materna anaffettiva che ha fatto la Resistenza, una sorella, Aisha, che nasconde molto di sé, una madre pressoché inesistente, che Mina chiama col nome proprio, Berta, ripiegata su sé stessa e sul suo dolore oggi come sempre.
Il romanzo corre su tre linee che, talvolta, si intersecano. In primis, la narrazione della vita del padre bambino e poi ragazzo, prima che arrivasse nel Sud Italia. L’infanzia vissuta nelle periferie di Casablanca, la passione per la corsa, tanti fratelli e una sola sorella, la madre, della quale avrebbe voluto essere il preferito. Ma anche la convinzione di essere speciale, di poter avere una vita diversa da quella che le persone si aspettano, una vita anticonvenzionale, in cui sua madre si sarebbe voltata per guardarlo e ammirarlo. Mina interloquisce col padre usando la seconda persona singolare, tratto per cui non è infrequente la percezione del lettore di identificarsi con lui.
La seconda linea narrativa riguarda invece la vita di Mina a Londra, con Liz, una giovane bianca, ricca, dalla casa perfetta, che consuma soltanto cibo sano e biologico, e va a correre tutte le mattine. Sui social si definisce “globetrotter”, ma, nota Mina a poco a poco, sembra quasi che lo faccia per essere coerente con l’immagine che vuole dare di sé, più che per reale interesse a viaggiare.
In ultimo, c’è la vita che Mina si trova a riprendere in mano una volta tornata in Calabria. In questo frangente c’è spazio per Tangerinn, il bar di suo padre, ora gestito da Aisha, in cui si incontrano immigrati di diverse nazionalità e persone che lavorano per le ONG. C’è Berta, incredibilmente dipendente dagli altri per continuare a vivere, per lavarsi, per essere nutrita. E poi c’è il rapporto con Aisha, una sorella inizialmente restia ad aprirsi con Mina e con la quale sembra ci sia un’incomunicabilità di fondo dovuta alle opposte scelte di vita. Se Mina ha voluto andarsene per cercare la sua dimensione, è in Calabria che Aisha ha trovato la propria, non senza sacrifici, rilanciando un locale che, poiché frequentato da immigrati, è tenuto a debita distanza dagli italiani.
La sorella viene osservata da Mina per mezzo di lenti deformate dalla mentalità eurocentrica. Aisha condivideva col padre la fede nell’Islam e indossa consapevolmente l’hijab, decisione che Mina giudica come contraria alla libertà individuale. In questo senso, è molto influenzata dalle opinioni tranchant di Liz, che crede di essere aperta e “progressista” mentre finisce con l’essere giudicante e, di conseguenza, ancora fortemente colonialista: vive spendendo tantissimi soldi in vini pregiati e vestiti di marca, parte per vacanze che definisce “autentiche”, che in realtà sono organizzate da altre persone ricchissime in luoghi solo leggermente meno confortevoli della metropoli britannica, e parla di parità e uguaglianza tra popoli senza averci mai veramente a che fare.
Gran parte della narrazione ruota intorno alla riflessione sul privilegio, che esiste a prescindere dal luogo e dall’ambiente in cui si nasce, anche se in proporzioni variabili. Per Mina, il privilegio consiste nell’essere normale, in una società chiusa e razzista, quella italiana, in cui gli immigrati sono tutti uguali.
Gli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere sé stessi: quando si confrontano con il potere incarnano la loro diversità. Contenere moltitudini è un privilegio, essere incoerenti è un privilegio, essere unici e irripetibili è un privilegio. Essere e al contempo appartenere è un privilegio.
Da questa riflessione nasce la decisione di Mina di partire come expat per nascondersi tra la folla della metropoli britannica. Grazie a questo status di immigrata «di serie A», spera di diventare il più invisibile possibile e, quindi, di poter finalmente appartenere ad un luogo. I suoi gesti, le vacanze boho-chic pagate da Liz, le fotografie che pubblica sui social, l’arredamento della sua casa, il suo abbigliamento, il vino che beve, ancora una volta scelto e offerto da Liz, fanno parte della colossale commedia di piccoli particolari che contribuisce a renderle la vita sopportabile. Non importa se il prezzo da pagare è vivere una vita preimpostata, nella ricerca disperata di originalità che risiede nell’assenza stessa di originalità, di vuoto splendore, di esperienze “autentiche”.
Per il padre di Mina, invece, privilegio era poter permettersi di pensarsi altrove. Non limitarsi a sopravvivere nella stessa Derb Sultan, «lavorare, trovare una ragazza a modo, sposarla, farci due o tre figli, vederli crescere da un angolo della stanza senza poterti troppo avvicinare. [Dove i suoi] figli sarebbero stati con i figli degli altri, come i figli degli altri. Il cous cous di [sua] moglie non sarebbe mai stato come quello di jidda [la madre]. [Sarebbe] andato al bar la sera. Ecco – la vita». Essere diverso dagli altri, dagli amici, dai fratelli, perché fermamente convinto di essere unico. Un po’ come Mina, per la quale è più facile «alienarsi da tutto e tutti per sentirsi speciali e non vivere mai».
L’assurdità del privilegio, però, emerge con forza dirompente quando ci sono di mezzo Liz e le sue amiche. Si vantano di essere persone che hanno rinunciato al capitalismo, persone attente agli altri, alle minoranze, alle diversità, all’ecologia. In realtà sono totalmente cieche alle condizioni di vita di tutti coloro che non sono estremamente ricchi. Criticando la moda fast fashion, si comprano costosissime camicie che un’altissima percentuale di persone non potrebbero mai permettersi, con la scusa di doverlo fare per l’ambiente. Trascorrono weekend in comunità dove persone molto ricche hanno deciso di stabilirsi vivendo dei frutti della natura. Gli stessi fondatori di queste comunità, non potendo rinunciare ai loro avocado toast, hanno però deciso di costruire un campeggio esclusivo e costosissimo per viaggiatori, non turisti, come si definiscono le amiche di Liz, che vogliono provare l’ebbrezza di vivere senza le comodità cui sono abituati. Con la certezza di potervi tornare il lunedì mattina.
La coinquilina di Mina incarna la parte peggiore di quella fetta di popolazione che gode dei privilegi di essere nata bianca e ricca in una delle zone più benestanti del globo. Nonostante si riempia la bocca di espressioni positive sull’uguaglianza, non è davvero conscia dell’enorme divario esistente tra quelli che in teoria sono i suoi ideali e il suo tenore di vita. Parla in continuazione di meritocrazia senza considerare che la realizzazione personale dipende dal privilegio in cui si è nati oppure no, e senza nemmeno notare che in realtà la meritocrazia di cui parla è solo volta ad ottenere stipendi più alti, alla monetizzazione degli individui. Lei e il suo gruppo di amiche si inventano disturbi dell’alimentazione, vanno in giro con costosissimi abiti che sembrano casual, assumono pesanti dosi di ecstasy o coca, parlando di femminismo, di uguaglianza sociale, di body positivity.
«Io credo che tutti dovremmo mirare a migliorare noi stessi, perché il nostro benessere confluisce nel benessere di tutti», dice Liz una sera. «Per migliorare noi stessi intendi migliorare la nostra condizione economica?», le fa notare, lapidaria, Mina, in uno dei primi segnali di ribellione al suo modo di essere.
Le descrizioni che Anechoum costruisce del gruppo di amiche di Liz sono spaventosamente lucide e specchio di tanti che vivono nel nostro tempo:
Donne interessanti, quasi amiche di cui si circondava per non sentirsi mai sola. […]Avevano ai piedi le birkenstock invernali, quelle pelose, con calzini di lana scozzese – quelli che mettevano su Instagram sotto la luce del mattino con una tazza, un libro e l’hashtag #wintering. Portavano vestiti leggeri o pantaloncini aderenti di lycra, da ciclista, con sopra maglioni enormi dai colori terrosi, i capelli legati in trecce imprevedibili. Erano eteree e ridicole. Ero terrorizzata all’idea di dover fingere di essere fiera del mio corpo, che odiavo.
Il privilegio ricercato da Mina e acquisito per nascita da persone come Liz assume un carattere ancora più insopportabile quando viene descritto nelle immediate vicinanze delle vite dei migranti che frequentano il bar Tangerinn. Le storie di vita di persone che sono arrivate in Italia a piedi, vedendo i loro compagni di viaggio morire, cozzano con le vuote considerazioni di Liz, che giudica i Paesi del Sud Europa come non così consapevoli delle questioni sociali come l’Inghilterra e, pertanto, molto arretrati. Salvo poi dimenticarsi, come le fa prontamente notare Mina, che il Regno Unito «Continua a ignorare le proprie responsabilità nella tratta degli schiavi e nell’imperialismo che ha piegato interi continenti». E che «Dicono che l’unico problema sia la classe, ma la classe non è forse legata al capitalismo e il capitalismo non è legato all’oppressione delle minoranze? C’è sempre bisogno di qualcuno che ha di meno e vuole avere di più, affinché noi che abbiamo già abbastanza possiamo ottenere ancora di più. Più soldi, più prestigio».
Anechoum costruisce una lucida narrazione del nostro tempo con una prosa estremamente rapida e scorrevole, che non manca di soffermarsi sui temi più importanti. Il senso di appartenenza, di cui l’essere umano ha così bisogno, la contraddizione per cui esistono gli immigrati di prima categoria, cioè i giovani expat, e quelli di seconda, e che vengono trattati in modi diametralmente opposti, sebbene entrambi i gruppi siano partiti per i medesimi scopi. Ma anche il rapporto che abbiamo con i nostri famigliari più stretti, il fatto che spesso perdoniamo meno a loro che agli sconosciuti, che costituiscano una rete necessaria di cui spesso raccontiamo una storia, senza che sia per forza quella “vera”. In ultimo, la fotografia che l’autrice scatta ad una parte della generazione dei trentenni e quarantenni di oggi, è incredibilmente vivida e, per questo, colpisce dritta al cuore. Grazie a questo sguardo consapevole, Tangerinn si inserisce in un contesto di romanzo di denuncia sociale.
Eleonora Mander
