Di desideri, di boschi e di bambini

Il ritorno è lontano, Alessandra Sarchi
(Bompiani, 2024)

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Il ritorno è lontano, ultimo libro di Alessandra Sarchi, eredita il titolo da un verso di Franco Fortini contenuto in Canzone per bambina: in esergo al romanzo è riportata l’intera strofa della poesia che con quella frase si conclude: Di pomeriggio il bosco/ Fa l’incanto del sonno./ Il riposo è profondo/ Il ritorno è lontano.

L’immagine tratteggiata nel testo di Fortini è quella di un bosco che si fa sempre più tenebroso man mano che la luce pomeridiana ne annerisce i colori. Come le fiabe classiche ammoniscono, non si tratta certo di un posto sicuro per una bambina che spia tra le foglie in cerca di funghi.  
Compendiati nella citazione posta sulla soglia del romanzo, l’autrice esibisce già alcuni degli elementi che fanno da linfa e sangue della sua storia, che parla di ricerche estenuanti, di boschi e di bambini, i quali tra gli alberi smarriscono la strada o, forse, trovano la propria.

Le prime scene si spalancano su una stanza vuota, all’indomani di quello che sembra il consumarsi di un lutto e si scopre invece essere il risultato di una partenza, evento che pure sa disabitare i luoghi, desertificandoli e rendendoli tristi: Nina, l’unica figlia di Paolo e Sara, ha lasciato la casa dei genitori per trasferirsi ad Amburgo e intraprendere lì studi di dendrologia.
Interessata agli alberi da sempre, Nina è di certo influenzata anche dalla sensibilità botanica della madre che le ha instillato la capacità di mettersi in ascolto di rami e cortecce. Diventata grande, Nina ha sposato la causa ecologica con una risoluzione che all’inizio pare inossidabile.

Chi legge percepisce il progressivo intensificarsi delle preoccupazioni di Paolo per la possibilità che la figlia, da «adolescente sognatrice e solitaria», si trasformi in una fanatica o un’estremista: «una di quelle ragazze invasate che dichiarano di amare gatti, cani, alberi e api, ma non sono capaci di riconoscere i sentimenti di un proprio simile» (p. 37).

È palpabile lo scarto tra il modo in cui Paolo e Sara reagiscono alle cose -flessibili, fiacchi, nient’affatto combattivi- e il sentire di Nina, traboccante di rabbia triste mentre addita le istituzioni globali, che intervengono in maniera ancora troppo blanda sulle pure urgentissime questioni ambientali.  
 
È questa una discrepanza generazionale su cui sia Nina che i genitori riflettono: loro, infatti, cresciuti tra «la passione per la plastica, la formica e il cemento, l’euforia per i derivati del petrolio, la sfumatura sintetica delle loro esistenze piene di comodità» (p. 34), non si spiegano come si sia potuti arrivare a questo punto, e vedono nella concretezza delle azioni di Nina l’arroventarsi dell’emergenza che la loro generazione ancora sottovaluta. 

Pur in questa distanza che sempre si scava tra genitori e figli, e che rende il loro capirsi squilibrato e arrancante, nella costruzione dei personaggi è tuttavia evidente una finissima simmetria.
La narrazione si stringe più spesso su Nina e Sara, due facce di una stessa medaglia: a tenerle insieme, il denominatore comune di una passione in cui quasi smarriscono se stesse, finendo per coincidere con il proprio corrosivo desiderio.

Da un lato Nina, giovane donna che è un fascio di nervi tesi; la sua energia si esaurisce tutta nell’accanimento con cui sostiene la battaglia ambientalista: si scioglie in essa tutto ciò che fa (e che è). Certamente, nell’aderire con implacabile convinzione a un ideale, si corre sempre il rischio di sacrificare la propria identità in nome della lotta per cui si è scesi in campo, ma nel caso di Nina (cera molle nelle mani della sua artefice) questa coerenza incrollabile si fa monotonia, prevedibilità. In altre parole, il pericolo che si fiuta è che il suo personaggio risulti stereotipato, senza screziature o sfumature di sorta. 
 
Dall’altro lato, il desiderio di sua madre ha tutt’altra natura: ha la forma di una rinnovata aspirazione alla maternità.  
In seguito alla diagnosi di tumore all’utero, Sara subisce un intervento di asportazione che terremota tutto il suo equilibrio. Mentre impara a coabitare con un corpo a cui per sempre mancherà un pezzo, e forse anche a causa della nostalgia con cui pensa alla figlia lontana (bambina irrecuperabile, già donna adulta che parla un’altra lingua) Sara inizia a dirsi ossessionata dai bambini: li spia scorrazzare per la città, giocare al parco, disegnare tracciando sul foglio pesanti arate di pennarello. Vagheggia un’adozione, o meglio un affido, e trascina il marito poco convinto dentro questa impresa piena di tentennamenti, ostacoli e domande tormentose. 

Così costruite, le due donne rischiano di aderire troppo alla propria ‘funzione personaggio’, come in una pièce teatrale in cui si percepisca fin troppo la marcata intenzione dell’attore di recitare impeccabilmente la propria parte.  
Si stingono così le tonalità forti, finanche incandescenti -perché più sfaccettate- con cui invece apparivano delineati altri personaggi della Sarchi: penso alle donne di Violazione, suo romanzo d’esordio (Einaudi, 2012) o Il dono di Antonia (Einaudi, 2020). 
 
Ancora a proposito di analogie con una cifra stilistica che luccica tra le parole della Sarchi fin dai tempi di Violazione, l’autrice raffina qui l’abitudine di punteggiare la prosa di rigogliose similitudini in cui la natura umana s’imparenta con il mondo vegetale.  
Dopo la sua operazione Sara si chiede con tormento «Perché non riesce ad accettare di seccarsi?», (p. 67); mentre si abitua ai cambiamenti organici che stanno sommuovendosi dentro il suo corpo, sente «l’odore di foglie autunnali che macerava dentro di lei» (p. 96). O ancora, Nina che decide di protestare nuda è: «Nuda come nudi sono i tronchi degli alberi quando la lama della sega elettrica li attraversa» (p. 178).  

Qui sono solo alcuni dei passi in cui questa conversione immaginativa si esplicita; com’è chiaro dai pochi esempi riportati, spessissimo è il corpo a lignificarsi: all’anatomia umana fatta di carne e ossa e apparati si sostituiscono corteccia e fronde, radici e anelli, in un amalgama panico in cui non si sanano però crepe, diseguaglianze e fratture destinate a rimanere aperte, a ribadire la conciliazione impossibile di due nature così diverse.  
 
Nella seconda metà della storia, gli equilibri tra i personaggi si fanno ancora più accidentati per l’arrivo di un bambino dalla disastrata situazione emotiva, Pietro, affidato a Paolo e Sara per appagare il desiderio smanioso di lei.
Senza sbirciare troppo negli ulteriori sviluppi della trama, basti dire che Pietro è senza dubbio il personaggio più riuscito dell’intero affresco: per accordarsi alla lingua della Sarchi con le sue belle metafore boschive, Pietro porta nella storia il silenzio degli alberi, l’infuriarsi rabbioso del vento che scuote le foglie, la distruzione della natura che scalcia e si ribella alle mani dell’uomo.  
 
Alla fine, forse proprio con lo spiraglio fosco che Pietro rappresenta, pur senza rivelarsi davvero realizzabile perlomeno si raddolcisce il sogno di una pacificazione con quel bosco che per tutto il tempo pare tenere gli occhi fissi sui personaggi, e sul lettore che li segue. 

Viviana Veneruso


(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/foresta-strada-vista-aerea-alberi-1866837/)



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