Melinoe vestita di zafferano, Nicola Brami
(Atlantide, 2024)
Nella mitologia greca, Melinoe è una dea ctonia (cioè sotterranea), figlia di Persefone, regina dell’oltretomba, e i cui padri sono Zeus, re dell’Olimpo, o Ade, signore del mondo degli Inferi – che per gli orfici sono la stessa cosa. Invocata, si presenta in vesti color zafferano, essendo il giallo e il verde i colori della malattia, ma il suo corpo risplende della luce del mondo dei vivi e, allo stesso tempo, è oscuro come lo è il regno dei morti. Secondo gli Inni Orfici, una singolare raccolta di preghiere pagane, Melinoe è una dea lunare dalle varie forme che visita i mortali nel sonno provocando incubi e, talvolta, portandoli alla follia.
In effetti, leggendo Melinoe vestita di zafferano, uscito per Atlantide nella collana Blu, ci si addentra in un mondo in cui i confini tra realtà e sogno si fanno sempre più labili, dove le leggi scientifiche si scontrano con rituali esoterici e folklore, l’universo e l’inconscio si influenzano a vicenda e il mondo dei vivi, dei morti, e persino degli Dèi si fanno permeabili. Parlare di follia, dunque, non sembra insensato, soprattutto quando il protagonista del libro, un giorno apparentemente normale, chiama a casa sua dalla scuola in cui lavora e, dall’altra parte della cornetta, gli risponde una voce identica alla sua, che dice le cose che avrebbe detto anche lui.
«Mi chiesi come avrei reagito trovandomi faccia a faccia con me stesso, cosa avrebbero fatto gli altri, se sarei stato in grado di convincerli che quello vero ero io.», p. 146
Enea è un professore di matematica, vive con la compagna Lorna, con la quale ha una relazione spenta dalla monotonia, e ha pochi amici, con cui ogni tanto gioca a tennis. Ha anche un fratello, Nicola, quello brillante dei due, che fa lo scrittore e con cui ha un rapporto cordiale e distaccato. Una vita come tante, la sua, scossa ad un certo punto dalla notizia del cancro del fratello. Mentre si trova a fare i conti con la sua morte imminente, improvvisamente si abbattono nella vita di Enea una serie di eventi strani e inspiegabili, a partire da quella telefonata con sé stesso: pare che si aggiri un intruso che dice di essere Enea e che lo sostituisce a scuola o durante alcune partite di tennis.
La follia in cui uno si aspetterebbe che si gettasse il protagonista di tali episodi viene però tenuta a bada dal metodo scientifico del giovane professore, che in prima istanza decide di farsi visitare da un dottore e poi, confermando il suo stato di salute, seziona le sue giornate e raccoglie indizi come un investigatore per risolvere il mistero della comparsa del suo doppio. Il giallo di questa vicenda si avvicina sempre più al thriller dopo la scoperta di un romanzo inedito che Nicola aveva iniziato a scrivere prima di morire, intitolato “Doppio misto”: una autobiografia in cui parla di alcuni gruppi spirituali a cui si era avvicinato ai tempi dell’università a Bologna, e in particolare di una ragazza che si fa chiamare Melinoe, con cui partecipava a certi rituali esoterici.
La struttura formale del romanzo è brillantemente costruita: diviso in due sezioni, “Doppio” la prima e “Misto” la seconda, vede l’alternarsi di capitoli intitolati “Enea” e “Doppio misto”, all’interno dei quali si sviluppano due filoni narrativi. Nel primo seguiamo le vicende presenti del giovane professore. Nei capitoli intitolati “Doppio misto”, invece, leggiamo un romanzo nel romanzo, in cui veniamo a conoscenza della storia di Nicola che, sebbene abbia luogo nel passato, sembra avere sempre più a che fare con il presente. Due filoni narrativi che sono l’uno il doppio dell’altro, in cui in luoghi e tempi diversi i due fratelli, dalle mentalità opposte – l’uno un matematico, l’altro un artista – si trovano a dover distruggere e ricostruire tramite segnali inediti la loro personale idea di come funziona l’universo.
L’autore, Nicola Brami, si dimostra molto abile nell’intrecciare una trama complessa e coerente e soprattutto a gestirne i tempi in maniera intelligente al fine di creare atmosfere capaci di mantenere costante la sospensione dell’incredulità del lettore. Nella prima parte, infatti, si prende il tempo di costruire due mondi in cui il sovrannaturale si insinua lentamente tra le piaghe del reale, seminando indizi che il lettore, assieme ai protagonisti, cerca di collezionare nel tentativo di tenere insieme le trame di una realtà che, così come la conosciamo, va liquefacendosi.
Poi, nella seconda, le storie di Enea e di Nicola, il presente e il passato, convergono: Enea e il lettore sono allo stesso punto, hanno entrambi letto la prima metà del romanzo di Nicola, e tutto quello che succederà da lì in poi avrà luogo in una dimensione simile a quella di un incubo. Il ritmo si fa incalzante, le connessioni tra gli indizi sempre più intricate; scene, nomi e persone ritornano nel passato e nel presente e le ipotesi rimbalzano da una verità all’altra in una coazione a ripetere che dà la sensazione di muoversi in un quadro di Escher, con scale che portano sempre allo stesso punto. All’aumentare del senso di erroneità e irrealtà, si intensifica la fiducia del lettore, che avanza famelico nella lettura per tentare di sciogliere i rompicapi che vanno sommandosi.
L’apparizione del doppio, i rituali esoterici, i non-luoghi che fanno viaggiare nel tempo, in particolare in quello dell’infanzia – come il campo sportivo in cui Enea e Nicola si sono sempre allenati – la madre affetta da demenza senile: ci sono molti elementi in questo romanzo che si legano al tema dell’unheimlich, il perturbante, nell’accezione freudiana del termine. Infatti, in luoghi, persone, situazioni estremamente familiari si insinuano caratteristiche di estraneità, introducendosi infine nella cosa che crediamo più familiare di tutte: l’identità.
Perturbante è ciò che doveva rimanere nascosto ed invece è venuto alla luce. La storia di Enea e Nicola, d’altronde, è proprio questo: lentamente, il mondo interiore, l’inconscio, diviene quello reale, i segreti del passato vengono a galla e per salvarsi da un destino che sembra ineluttabile, Enea non ha altra scelta che “rimanere sé stesso”. Ma chi è, Enea? Chi siamo noi di fronte a noi stessi? Di fronte ai frammenti di personalità perduti o soppressi durante la vita? Al lettore l’arduo compito di rispondersi. Un indizio, forse, sta nel non ancorarsi a una visione univoca ed eccessivamente metodica del mondo.
Beatrice Palmieri
