Invernale, Dario Voltolini
(La Nave di Teseo, 2024)
Notissime sono le implicazioni simboliche che la psicoanalisi legge nel gesto di ‘uccidere il padre’: tappa essenziale nella vita di ogni individuo che deve esperire a proprie spese, con amarezza e spaesamento, il prezzo del divenire adulto.
D’altra parte, dal Novecento in poi molte opere letterarie hanno sublimato un saluto (pieno di devozione liturgica o di rancido rancore) a quei padri che, per crescere, andavano ammazzati e sorpassati e dimenticati, ma senza successo, ché non ci sbarazza mai davvero della loro ombra. Si tratta quindi di un topos affascinante, che pure però rischia di sfilacciarsi in effetti di ‘già-visto’.
In “Invernale” (edito da La Nave di Teseo, selezionato tra i cinque romanzi finalisti al Premio Strega 2024), Dario Voltolini è riuscito con grazia e destrezza ad aggirare il rischio di un romanzo intimista in cui il narratore passa al setaccio burrasche e zone d’ombra del rapporto col padre, per additarlo infine come responsabile delle tare da lui ereditate o, in ultima istanza, per perdonarlo.
L’autore impiega 140 pagine di concentrata energia (emotiva, cerebrale, mnestica, ossia che ha a che fare con quella funzione della memoria che è l’immagazzinamento dei ricordi) per raccontare la degenerazione della salute del padre, fino allo sgocciolare penoso dei suoi ultimi giorni.
La sua scrittura non ruota scomposta e febbrile intorno al trauma, né cerca in una retorica spicciola palliativi con cui medicarlo; piuttosto, si fa mezzo attraverso cui raggiungere il cuore, le fibre, la carne delle cose. Questa della carne in particolare è un’immagine quanto mai calzante, dati i numerosi brani in cui la voce narrante ricolloca il padre nel suo habitat naturale: un bancone da macellaio nel chiassoso brulichio del mercato di Torino.
Quando la narrazione prende l’avvio, il padre sta compiendo la sua abituale sequela di gesti per sezionare, incidere, smembrare carni, e incartare per il cliente ciò che ha chiesto, quando inavvertitamente l’uomo, seppur così esperto e sicuro di sé nel maneggiare il coltellaccio, si taglia un dito. L’annuncio a casa, il pronto soccorso, le medicazioni tempestive fanno sì che il rischio d’infezione sia scalciato via e la guarigione proceda svelta:
Il dito mantiene la sua deformità ma vive. I muscoli, i tendini, i vasi, l’osso e la cartilagine aprono il cantiere della ricostruzione mossi dalle loro intelligenze che non vedono nulla ma che ci tengono insieme nell’organismo che siamo, p. 18.
È solo l’inizio della storia, eppure è già chiaro in che misura la lingua dell’autore sta tessendo le fila di un ordito dove tutto coesiste e si ibrida: l’arte della macellazione, le fibre (animali o umane) che il coltello trancia, e quelle che invece rimangono coese, a tenerci integri, renderci i corpi che siamo.
Con la dichiarazione contenuta alla fine del primo capitolo – Gino è mio padre – il narratore esplicita l’identità di quell’uomo che osserva dal di fuori e in cui cerca di sbirciare, pur corazzato e impenetrabile com’è. Nel libro poi ci si riferirà sempre a lui con nient’altro che il pronome personale. Mentre il narratore dice ‘io’ di rado e a stento, ‘lui’ riempie tutto lo spazio: tre lettere microscopiche abitate da un personaggio enorme, grande quanto lo percepirebbe l’occhio di un bambino.
Proprio in quel corpo all’inizio percepito come solido, possente e soprattutto sordo al dolore – persino con quella barbara ferita al dito, Gino era riuscito a trattenere le grida – inizia a insinuarsi il sospetto della malattia. Dapprima si manifesta solo come spossatezza, poi è un cotone che avvolge i muscoli e ne rallenta i movimenti, li rende più flemmatici ed esitanti.
Per descrivere l’incistarsi graduale e felpato del male, l’autore usa le bellissime immagini di «intercapedini del mosaico» (p. 21) e de «l’acqua della falda (che) trova i suoi percorsi per salire alla superficie della piana, così un suo giacimento all’interno comincia a fare qualche capolino. […] Quali paratie erano all’opera da prima? Con quale forza le teneva a sigillare quella falda? quali si dischiudono, ora?» (p. 20).
Quando, dopo numerosi e spaesati controlli clinici, si arriverà alla diagnosi di linfosarcoma, il dolore che nel romanzo fino a questo punto si era disciolto in vaga inquietudine trova finalmente un modo per dirsi. D’ora in poi, quella del narratore sarà perlopiù un’osservazione prudente, a distanza di sicurezza, del Male che sta invadendo la propria casa:
Scrutando, passo davanti alla soglia della loro camera e mi fermo. Loro due sono seduti sul bordo del letto, sulla sua piazza, quella verso la porta finestra. Una di fianco all’altro, come al cinema. Vedo di scorcio le nuche, perché loro guardano in direzione del pavimento. Vedo le schiene. Questo è un istante che ha una durata. Mi allontano senza fare rumore. Una miscela dal potenziale che non si può nemmeno immaginare, fatta di rabbia e di impotenza e di qualcosa senza nome, prende possesso delle mie cellule. Non imparo più nulla, dimentico il poco che so, p. 82.
In “Invernale” Voltolini compie una stupefacente acrobazia narrativa: riesce infatti a parlare di vita e di morte nello stesso istante, senza che l’una possa divincolarsi dall’altra. Il padre di cui racconta è sì un personaggio in carne, ossa, viscerali passioni e metodiche abitudini ma, nel momento in cui ne parla, è già il ricordo di chi è stato. Nello scrivere di lui adesso, l’atteggiamento non è luttuoso o disperato, ma neanche celebrativo: il romanzo sembra la messa in forma del suo sforzo di sezionare la materia del ricordo.
In altre parole, pochissimi personaggi e altrettanti pochi dialoghi, se non rare battute scucite dall’insieme dei botta-e-risposta in cui dovevano esser state pronunciate, ragionamenti luminosi spesso in forma interrogativa, a strattonare chi legge a ragionare assieme a chi scrive, una temperatura emotiva che ha sempre il calore di una febbre: questa l’architettura del romanzo di Voltolini le cui ultime pagine, come ha scritto Antonio Moresco, “si leggono con le lacrime agli occhi”.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: Natura morta con carne di Claude Monet, https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Monet_-_Stilleben_mit_Fleisch.jpg)

