Le canzoni e le storie di Woody Guthrie nel suo romanzo di formazione

Un giorno un amico prestò a Robert un libro intitolato, quasi enfaticamente, Bound for glory (letteralmente Verso la gloria). Bound for glory è la biografia di Woody e della sua famiglia, partiti dall’Oklahoma e arrivati dentro le distese che caratterizzano (caratterizzavano?) ampie zone degli Stati Uniti, per poi far ritorno al punto di partenza. Un romanzo fatto di trasporti, di spostamenti continui che la lingua con cui è scritto accentua e sottolinea; un racconto di cambiamenti radicali e di decisioni prese senza troppi pensieri. Robert ne rimase affascinato e immaginò di poter vivere una vita libera come quella di Woody che, ad un certo punto, trova nello scrivere e cantare canzoni la sua ragione di vita, il modo migliore per far conoscere la sofferenza e al contempo la gioia (o la gloria) dei poveri, degli oppressi, degli emarginati e degli sfruttati. 

Woody era Woody Guthrie, pioniere del folk americano, punto di riferimento per generazioni che hanno ricercato la libertà in ogni gesto, in ogni parola. Robert era invece Robert Allen Zimmerman, meglio conosciuto come Bob Dylan che di Guthrie sarà l’erede musicale e “spirituale” più famoso.

Bound for glory, uscito nel 1943 negli Stati Uniti, è stato tradotto in italiano una prima volta nel 1977 e ristampato quest’anno (traduzione di Cristina Bertea, con una prefazione di Daniele Benati) da Marcos Y Marcos, con il titolo Questa terra è la mia terra. Il titolo richiama una delle più celebri canzoni di Guthrie (This Land is Your Land di cui si trovano centinaia di cover, da Bruce Springsteen a Bob Dylan, da Neil Young a Johnny Cash) e ribadisce un sentimento di cui il romanzo autobiografico si innerva: la terra, The Land, non abbandona e ci identifica, indirizza inevitabilmente le nostre vite. Non tanto, in una prospettiva “nazionalistica”, al contrario: per Guthrie la terra è nostra, è di tutti e ci pone tutti sullo stesso piano, poiché tutta la terra è al di sotto del medesimo cielo. 

In questo orizzonte di uguaglianza sostanziale si muove la riflessione più eminentemente politica del romanzo che anticipa di fatto i temi che altri cantori americani delle disuguaglianze (come Steinbeck o, con altri strumenti, Springsteen) hanno portato alla ribalta nel dopoguerra. Infatti, tutto quello che accade nel libro è raccontato senza il tentativo di scatenare un sentimento di compassione o tenerezza: la scrittura di Guthrie (i lunghi dialoghi, le descrizioni essenziali dei luoghi, la dedizione a piccoli particolari rivelatori) sembra scaturita da un vento costante, una palla che rotola in discesa. Ciononostante con alcuni dei personaggi (la madre e il padre soprattutto) si accende una familiarità porosa, fatta di complesse relazioni e attrazioni. 

Dopo una prima parte nella quale Woody è ancora un bambino, il libro acquisisce spessore politico con il suo personaggio che si apre all’avventura e alla sperimentazione della libertà. Il Woody adolescente, infatti, lascia da solo Okemah, il paese natìo, seguendo uno spirito sognatore, incontrando coloro i quali seguivano l’economia del petrolio che in quegli anni costringeva le masse a muoversi per lavorare alla creazione di nuovi pozzi. È in quella fase che la libertà di Woody prende forma fino a diventare ciò che lo ha reso, appunto, un punto di riferimento per chi non ha assecondato che il proprio pensiero. 

In testa avevo un gran casino. Cercavo tutte le possibili “ologie” e gli “ismi”, ma mi pareva che tutto si risolvesse in niente. […] Poi mio zio mi insegnò a suonare la chitarra e così un paio di volte la settimana andavo nei ranch vicini a suonare per le square dances. […] Quando canti dici tutto quello che ti passa per la testa, puoi inventare un sacco di storie per trasmettere le tue idee al prossimo. (pp. 235-240)

Woody Guthrie, dopo la Seconda Guerra Mondiale, venne emarginato dalla politica maccartista e quindi “condannato” per le sue idee. Eppure, come fa notare Daniele Benati nella bella introduzione alla ristampa, ciò non fu realmente possibile perché l’esplosione del folk riportò in auge l’ideale comunitario e illuminato di chi come Guthrie quel pensiero aveva contribuito a istituirlo. Come nella scena finale di A proposito di Davis –  film dei fratelli Coen nel quale si descrive la nascita e la diffusione dell’american folk negli anni ‘60 del Novecento – il lettore odierno di Questa terra è la mia terra non può che scorgere Bob Dylan sullo sfondo e quello che ha rappresentato per l’istituzionalizzazione di un movimento artistico e di pensiero. Tuttavia leggere oggi il romanzo di Guthrie vuol dire risalire la corrente, mettersi alla ricerca della fonte, ricordarsi infine di essere sulla nostra terra, ovvero tutti sotto lo stesso cielo.

Saverio Mariani

(fonte immagine: New York World-Telegram and the Sun staff photographer: Al Aumuller, Public domain, via Wikimedia Commons)

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