Le due verità di un “Corpo inverso”

Il corpo inverso, Barbara Guazzini
(8otto Edizioni, 2024)

In fisica quantistica il principio di complementarità ci dice che vi possono essere due descrizioni della realtà opposte, eppure accettabili: di fronte ad alcuni fenomeni la logica ordinaria si incrina e siamo costretti ad accettare descrizioni che, pur escludendosi, possono essere considerate entrambe veritiere. Per dirla con il filosofo Edgar Morin, sembra che il contrario di una verità sia un’altra verità. Questa massima pare contenere il nocciolo de Il corpo inverso (8otto Edizioni, 2024), romanzo d’esordio di Barbara Guazzini, nel quale due verità opposte si intrecciano e rispecchiano in maniera sorprendente. Il libro è una sorta di diario di Dante Fanti, ventenne che racconta gli eventi della sua vita dal 1997 al 2002, ambientati tra Pisa e Livorno, in una Toscana periferica e piuttosto inedita. Il protagonista contiene dentro di sé il concetto stesso del contrario, dal momento che all’età di sei anni gli viene diagnosticato il situs inversus, una curiosa disposizione degli organi esattamente speculare rispetto a quella abituale. Il vero sconvolgimento nella vita del ragazzo arriverà però qualche anno dopo, quando il padre viene imprigionato in carcere per l’assassinio di un uomo. 

La stranezza dell’interno del corpo di Dante si riverbera sulle relazioni che intrattiene con il mondo esterno, tutte profondamente irrisolte. Decide a un certo punto di non andare più a trovare il padre in carcere, scelta della quale si pentirà nel profondo. Il genitore viene così relegato al mondo dei ricordi, divenendo quasi un fantasma. Tra la madre e il protagonista vi è invece una distanza abissale, secondo lui stesso misurabile in anni luce; nei confronti della donna ha infatti un atteggiamento a volte distaccato, a volte accusatorio: ‹‹ha la mania di scaricare i figli al primo che passa››[1], dice.

Un altro momento “sovversivo” della vita di Dante è la relazione con Elisabetta, ragazza direttamente coinvolta nella vicenda che ha portato il padre in carcere, con la quale nascerà un amore contro natura e illogico, nonché vissuto dal giovane in maniera estremamente goffa. L’unica relazione nel quale sembra che possa rifugiarsi è invece quella con Marta, la sua ex psicologa, con cui simula un rapporto madre-figlio che però è – ancora una volta – innaturale e posticcio.

L’immaturità con cui il protagonista si relaziona al mondo degli umani è causata dalla sua personalità irrisolta, quasi disallineata rispetto a sé stessa: Dante si sente inadeguato, una ‹‹(…) ciabatta rovinata tra scarpe regolari››[2], con una vita che non ha direzione (‹‹Sembra che tutti vadano da qualche parte, soltanto io non sono pronto››[3]). La sua profonda incompiutezza si palesa nella continua e inconscia ricerca di surrogati materni. Oltre al personaggio di Marta, nel romanzo ricorrono fuggevoli ma significative figure emblematiche di madri, come una donna con un bambino incontrata sull’autobus diretto al carcere o un’altra osservata di sfuggita in un parco: negli sguardi di questi “quasi personaggi” il protagonista sembra ricercare qualcosa che non ha mai avuto.

L’occhio di Dante si posa dunque su ciò di cui si sente manchevole, esso attraversa la lente delle sue fragilità. Non a caso, i riflessi sono un elemento centrale ne Il corpo inverso: l’incontro cruciale con Elisabetta avviene attraverso il vetro di un treno, correlativo oggettivo di un’impossibilità, di una barriera invalicabile tra i due; ricorre poi l’immagine dello specchio, strumento che permette con l’inganno di rimettere a posto tutto ciò che è posto al contrario (persino i suoi organi). Difatti, esso non rappresenta la riproduzione fedele della realtà, ma piuttosto un ‹‹trucco››, un filtro che genera simmetrie ingannevoli. Lo specchio è come la memoria di Dante, che ha alterato del tutto ciò che avrebbe dovuto conservare.

Per poter ritrovare la verità su sé stesso il protagonista deve infrangere lo specchio. La rottura di tale schermo coincide con un’agnizione finale che per il lettore è sconvolgente e del tutto inaspettata, ma al tempo stesso perfettamente inserita nella costruzione generale del romanzo, il quale finisce per avere una forma “rovesciata” come il corpo del protagonista: le sue fasi finali inducono chi legge a ripercorrere al contrario tutto ciò che era avvenuto sino ad allora, obbligandolo a mutare sguardo, ovvero a reinterpretare i dialoghi e gli eventi narrati, ma anche sconvolgendo l’idea che ci si era fatta dei personaggi e dei loro ruoli.

Questa sorta di “secondo sguardo” non fa che rendere l’intero romanzo un’allusione ad una verità nascosta e inaccettabile, un campo aperto tra due versioni dei fatti – quella rimossa e quella raccontata – che però hanno la stessa radice in Dante stesso. La versione a cui crediamo per la gran parte del romanzo non è semplicemente falsa, ma è piuttosto il risultato di un processo di nascondimento di una verità insostenibile che racconta molto dell’autore della rimozione. Nel finale Dante deve compiere la medesima operazione-verità del lettore, ma con effetti ben più deflagranti che gli permettono di uscire dall’Eden della sua inconscia menzogna, conducendolo verso la strada della maturità. Infranta la causa del proprio “falso sé”, Dante ritrova il proprio fondo autentico nel finale, il quale, come in tutti i romanzi di formazione che si rispettino, rappresenta l’apertura verso una nuova modalità di stare al mondo.

 Giacomo De Rinaldis

[1] p. 118

[2] p. 46

[3] p. 69

Immagine in evidenza di Thiago Matos da Pexels

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