Affacciarsi sulla parte sbagliata non è così difficile

La parte sbagliata, Davide Coppo
(edizioni e/o, 2024)

Già dal titolo l’esordio letterario del giornalista milanese Davide Coppo prende una direzione inequivocabile. La parte sbagliata, infatti, contiene in sé un giudizio di valore sul percorso che compie il narratore-protagonista. Si tratta dunque di un romanzo di ricostruzione dove il protagonista stesso ripercorre, quasi come in un libro di memorie, gli anni del liceo, quando però su quell’esperienza sembra aver già maturato una valutazione. 

Ambientato a Milano – nella sua periferia urbanizzata, raggiungibile senza grossi problemi con metropolitane e autobus – durante i primi anni 2000, La parte sbagliata è cadenzata dagli “anni scolastici” del narratore. Si apre con l’anno scolastico 2004/05, per poi tornare al 2000/01 e concludersi con il 2005/06, disegnando un arco narrativo che regge alla sfida di raccontare qualcosa avendola già giudicata. Il narratore parla di sé e della sua vicenda da una sorta di “prigione” che coincide con un non meglio identificato periodo di reclusione, in casa, ma che rappresenta anche una condizione psicologica necessaria alla riscoperta della libertà. Il romanzo si apre così:

A differenza di una prigione vera e propria, la casa aveva due affacci, uno a est e uno a ovest. Sul lato ovest correva il balcone, da lì si vedevano il piccolo parco di sotto e più in là le case popolari alte nove piani. Era il lato su cui davano la sala larga e quadrata e la cucina stretta e lunga. […] Durante la prigionia io passavo molte ore affacciato su questa visuale, a fumare alla finestra della camera, oppure, sempre in camera, a scrivere un diario che era un primo tentativo di raccontare quei giorni statici e dolorosi. Eppure, con lentezza, sempre più luminosi. (p. 11)

Ed infatti, quasi attraverso un percorso rigenerante che attraversa il passato per poterlo elaborare nella sua complessità, l’autore si immerge nella sua storia di liceale che, senza un apparente motivo ideologico, inizia a frequentare la Federazione, ovvero un gruppo di neofascisti. L’attrazione per la violenza e la determinatezza dei ragazzi appartenenti alla Federazione è, inizialmente, il frutto avvelenato della noia e del torpore; si trasforma però presto in una più profonda adesione valoriale. Questa evoluzione – pur trascinandosi dietro i motivi originari di tale avvicinamento, e quindi la necessità di appartenere a un gruppo che potesse emergere dalla melma di un’adolescenza appiattita – avviene perché il protagonista è curioso, studia, legge, si informa. Sono gli anni dei primi blog e dei forum, della cultura che si parcellizza e rintraccia canali nuovi per diffondersi. Eppure sono i momenti più “classici” a rappresentare riti di passaggio per il protagonista: una marcia di contestazione, il rituale del presente, il volantinaggio lungo strada, le assemblee studentesche e le contro-occupazioni. 

Quello che sapevo della croce celtica l’avevo imparato come sempre su internet. Era stata una delle mie ricerche preferite, andata avanti per giorni. Non era un simbolo spaventoso come mi era apparsa al primo incontro, al contrario […]. Anche io non ero un fascista di quel tipo, avevo deciso. Quello vecchio, che incuteva un po’ di paura, tutto vestirsi di nero e saluti romani e fasci littori. Mi piaceva invece la parola “neo”. Mi piacevano le foto dei ragazzi degli anni Settanta perché si vestivano come me, e ridevano, e sembravano felici e non travestiti da carnevale. Un fascismo moderno, un fascismo giovane come noi era quello che volevo. […] Per questo studiavo e mi chiamavano “l’intellettuale”. “Fascista”, soprattutto dopo quel litigio con mia madre, era una parola che mi sembrava vecchia e non mi piaceva, era volgare e delittuosa. Mi faceva sentire sporco e sbagliato e io volevo essere pulito e fare la cosa giusta. (pp. 104-105)

L’intensità dell’esperienza nella parte sbagliata cresce con il crescere dell’impegno e con la strutturazione della personalità del protagonista. Ciò non gli risparmia nulla, sono molte le esperienze che attraversa e sulle quali egli riflette sempre considerandosi statico dalla sua parte, una parte che sappiamo considerare – nel momento in cui scrive –, appunto, sbagliata. 

L’evoluzione del personaggio viene un po’ viziata, narrativamente, dalle concessioni iniziali che ci ha fatto l’autore, ma ripercorrerla con lui rimane comunque interessante. Tuttavia, a volte, il linguaggio si fa legnoso e volutamente ellittico; il che non rende costante giustizia a una storia che prova a raccontare i micro-movimenti che possono condurre un adolescente ad abbracciare movimenti violenti e di stampo neofascista. Più che concentrarsi infatti sul fascino dell’ideologia, Coppo compie giustamente un’operazione diversa: ci mostra come i piccoli eventi, alcune insicurezze e una certa fascinazione (per Giulio, soprattutto: personaggio enigmatico che entra a far parte della vita del narratore come una luce a cui affidarsi), abbiano un ruolo tutt’altro che marginale. L’adesione ideologica è, a volte, conseguenza di una comunanza “sentimentale” che si rispecchia nel fare, condividere, sentirsi rappresentati e collegati ad altre anime affini. Il distacco da questa condizione avviene spesso grazie a un trauma, così come avviene ne La parte sbagliata; in definitiva un libro che ripercorrendo una strada già battuta ha il merito di provare a descrivere il paesaggio e i bivi davanti ai quali in molti si sono trovati spaesati.

Saverio Mariani

Foto di Henry & Co. da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/primo-piano-dei-gradini-in-pietra-1171480/

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