Eleonora Daniel e il peso trasparente dell’acqua

La polvere che respiri era una casa, Eleonora Daniel
(Bollati Boringhieri, 2025)

Nella regione inglese dello Yorkshire, in un countryside che a guardarlo fa capire subito come mai l’Inghilterra sia il luogo favorito per i racconti di fate, scorre un fiume che si chiama Wharfe. In questo particolare tratto il torrente, che è largo meno di due metri, viene soprannominato Strid per via delle cascatelle e delle correnti che lo agitano. È bellissimo a vedersi: stretto, allegro, vivo, pieno di acqua che zampilla, circondato da alberi nodosi e di pietre coperte di muschio. Non appare più profondo di poche decine di centimetri: viene voglia di immergerci i piedi, di saltellare sui sassi come un elfo.

Eppure, non sarebbe una buona idea: anzitutto perché, anche se è facile misurarne la larghezza con lo sguardo, nessuno sa davvero quanto sia profondo il fiume in questo tratto, anche se si tratta probabilmente di diverse decine di metri. La corrente è abbastanza forte da spingere un corpo sott’acqua, sbatterlo contro i sassi, imprigionarlo nell’intricato sistema di caverne sotterranee che si trova sotto la superficie. E quello che si perde in quell’acqua ha buone probabilità di non venire mai più ritrovato. Queste non sono supposizioni: lo Strid è uno dei pochi corsi d’acqua al mondo che vanta un tasso di mortalità pari al cento per cento per chi ci cade dentro. Nessuno che ci abbia fatto un tuffo è mai riemerso per raccontare l’esperienza.

Alcuni ricordi ci galleggiano in testa come olio; altri riemergono come i cadaveri degli affogati quando le pietre si sganciano dalle caviglie.1

Questo accade perché il fiume, largo quasi trenta metri per la maggior parte del suo corso, si restringe drasticamente appena prima del bosco: per via di un raro fenomeno geologico, il suo letto compie un brusco scarto laterale, schiacciando i flutti in rive distanti poche decine di centimetri, costringendo il suo ampio e forte corso in uno spazio minuscolo. E allora, per sopravvivere, il fiume ha sventrato con furia la roccia, ha scavato con violenza grotte e buchi in cui nascondere i corpi (i proverbiali scheletri nell’armadio, si potrebbe dire), continuando a mostrarsi all’esterno come nient’altro che un fiumiciattolo boschivo.

C’è stato un momento in cui siamo stati l’uno il letto del fiume per l’altro. Abbiamo saputo essere felici – è una consapevolezza che non ha nulla di consolatorio finché non ci si arrende all’evidenza: non siamo più felici, lo siamo a giorni alterni, a spezzoni, e non basta.2

Se il romanzo di Eleonora Daniel prendesse forma nel mondo, avrebbe la forma di questo fiume. Avrebbe una sorgente ariosa e quieta che riflette il cielo e che spinge a pensare a tutte le direzioni che il suo corso può prendere; e poi, brusco e lancinante, si piegherebbe da un lato in una posa innaturale, non sarebbe più il letto del fiume di sé stesso e, costretto in uno spazio così idillico e stretto da risultare insopportabile, scavando il corpo terrestre da dentro come un tarlo, reso ancora più devastante dalla trasparenza e dalla leggerezza della propria materia acquatica.

Arioso e quieto è, infatti, l’inizio della storia. Un ragazzo e una ragazza scelgono la casa in cui andare a vivere insieme. La osservano crescere sin dalle radici-fondamenta, fino alla sua completezza di casa. E, come sempre accade, la casa diviene una cosa viva, non solo colonizzabile ma colonizzante, perché tutto quello che i suoi abitanti sperimentano (la luce, l’aria, gli odori e i sapori) viene filtrato e alterato dai confini della casa stessa. All’equilibrio – non sempre uguale a sé stesso, ma comunque stabile – di questa convivenza, un giorno, si aggiunge una nuova variabile: l’idea di allargare la famiglia, di fare un figlio. Ma le vite, con i loro accidenti, non trascorrono piane: difatti, tradurre in azione questo desiderio di genitorialità non sarà semplice come formularlo. È in questo punto che il letto del fiume trema, che smette di avere la forma giusta per contenere la mole d’acqua che ha sempre ospitato.

La comparsa di un nuovo essere umano cambia i racconti, ne modifica le trame e gli argini. E infatti questo romanzo è anche una storia di storie, una domanda sottesa su cosa ci rende creativi (e su quanto le cose che creiamo debbano essere visibili, per considerarsi davvero nate). È la storia di un’incertezza piccola, che diventa dubbio, che diventa convinzione segreta, e che per tutto il tempo in cui esiste scava dentro la sua proprietaria, creando un sistema di caverne e cunicoli così sconfinato e profondo che viene da chiedersi quale sia, davvero, il fiume: quello che vediamo scorrere in superficie, sottoforma di fiume circondato dagli alberi e dall’erba, oppure il labirinto oscuro e mortifero che è andato scolpendosi sotto, e che alla fine provocherà un’esplosione?

Dunque, non si può dirlo in altro modo: La polvere che respiri era una casa è un romanzo che ha la purezza traslucida dell’acqua, e la sua stessa potenza distruttiva nel battere delicatamente sul punto che fa più male fino a creare una ferita, o a riaprirla. La temperatura della scrittura si muove a singhiozzi ragionati: il tepore cresce quando ci troviamo più vicini al centro della storia (e dell’amore tra i due protagonisti), per diminuire invece quando ce ne allontaniamo, e quando loro si allontanano l’uno dall’altra. In mezzo, c’è spazio per mitologie silvestri, per microcosmi marittimi e fuochi purificatori, senza che il testo perda mai la sua raffinatezza.

La linea che unisce creazione e creatività è così ben definita nel romanzo che, una volta iniziato, non suscita solo voglia di continuare a leggerlo; suscita voglia di scrivere. E, soprattutto, permette che nella nostra mente si formi una convinzione fondamentale: non importa in quali strettoie costringiamo una nascita – che si tratti della nascita di una storia, di un fiume, di un bambino o di un dolore –; se ha una voce, troverà il modo zampillare fuori. Magari in una versione distorta, o inquietante, o incendiaria; ma verrà fuori. E, a quel punto, non potremo far altro che lasciarci investire dai flutti e dal rumore.

Ci ha provato. A prendere il sonno, piegarlo e metterlo sotto il cuscino. Prendere l’abbandono e infilarlo nello stomaco, una reliquia nel reliquiario. Trovare le soluzioni inesistenti di un problema inesatto. A impastare i ricordi, rifiutarli e ripercorrerli e sezionarli e affamarli stravolgerli gettarli riprenderli accusarli cullarli. A mettersi in viaggio e risistemarsi sulle spalle abbandono e sonno e dolore e frustrazione e rabbia e incomprensione. A cercare di capire. Perché i suoi piedi si seguono l’uno sull’altro e arrivano qui, che senso ha questa storia, se questa storia è la sua vita, dove finisce la storia e dove inizia lui.3

Emma Cori

1 Eleonora Daniel, La polvere che respiri era una casa, Bollati Boringhieri, 2025; p. 38.
2 Ivi, p. 67.
3 Ivi, p. 151.

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