Fabrizio Patriarca, William Shatner baciava da Dio
66thand2nd, pp. 244
In una canzone del 1999 degli Afterhours, Manuel Agnelli cantava di un amore informe e sfuggente, esaltante eppure apparentemente incapace di trasformarsi in un fatto concreto: tu sei troppo bianca per restare / mano nella mano con te stessa / e non voglio certo che tu sia / la mia più bella cosa mai successa. Bianca, quindi, rappresentava una purezza che non si faceva modificare dal corso degli eventi. Descrivendo, facendo congetture, come è ovvio che sia quando si interpreta, la bianca dell’omonima canzone mi sembra di parlare di Bianca Belpasso, la ragazza di cui si innamora il protagonista e narratore di William Shatner baciava da Dio, l’ultimo romanzo di Fabrizio Patriarca (66thand2nd, 2025). Anche Bianca, ventinovenne e molto più giovane di Dario Clementi che di anni ne ha 49, appare a quest’ultimo come qualcosa di bellissimo che potrebbe non accadere.
Innamorarsi al funerale della propria madre, infatti, sembra contestualmente l’inizio e la rovinosa fine di un qualsiasi legame amoroso immaginato: un atto dispregiativo, quasi una bestemmia scagliata contro il dolore. La piazza della Balduina, nella cui chiesa avviene il funerale, è illuminata dal sole di un luglio caldissimo, appesantita dalla costrizione dei vincoli sociali a cui Dario è sottoposto, dal dolore per la perdita della madre ma risollevata dall’arrivo inaspettato di Bianca Belpasso. Tutto però contrasta, tutto è frizione e scontro – estetico, morale, politico, affettivo – perché:
«La vicenda si apre con Dario Clementi nella chiesa di San Consalvo alla Balduina, tra le più orrende della cristianità, giusto sotto al ciglione di via Friggeri, quella strettoia maledetta di parcheggi a spina. Dal punto di vista stilistico l’edificio è un 20% Brutalismo sovietico, 70% Legoland e 10% Cazzeggio modernista […]». (pp. 18-19)
Il contesto iniziale, insomma, non sembra dei migliori. Eppure la vicenda di Dario Clementi si scopre un pezzetto alla volta con una sorprendente naturalezza che la rende affascinante pur nella sua stortura. La storia non assume mai una paradossalità inconcepibile, ma flirta a lungo con un iper-realismo intelligente e a tratti particolarmente divertente. I personaggi che ruotano intorno a Dario Clementi (l’ex moglie logopedista e il suo nuovo compagno, il figlio bullizzato con un’identità sessuale tutta da definire, il coinquilino scansafatiche, il padre che si è gettato in un lutto personalissimo) sono specchi attraverso cui riusciamo sempre di più a riconoscere la spigolosità del nostro personaggio.
Questo, infatti, si configura come un essere umano atipico così come lo è la Fondazione Nevralia: un luogo misterioso e per questo neutro, organizzazione per cui Dario Clementi è stato assunto e lavora. Dario è un tester umano per un modello di Intelligenza Artificiale che – una volta rodato e perfezionato – potrebbe cambiare le sorti dell’umanità. La Fondazione offre servizi interessanti a cui Dario presta un’attenzione misurata e mai preoccupata. Come ad esempio nel momento in cui gli viene spiegato, con un certo candore, che la Fondazione fabbrica teorie e prove sull’esistenza degli alieni:
«[…] noi gli avvistamenti li fabbrichiamo. Psicologicamente gli alieni hanno effetti utilissimi sulle masse. In alcuni favoriscono un senso di ottimismo, non siamo soli, quelle cazzate là. Ad altri mettono paura, il che rafforza la fiducia nelle istituzioni, soprattutto l’esercito. […] Il dipartimento è una voce di spesa del Mef. Contribuiamo alla stabilità sociale. Col ministero si lavora alla credibilità delle nostre balle […]». (pp. 88-89)
Sia nel lavoro che svolge, sia nella sua vita, Clementi sembra detenere un contatto diretto con le cose che poi si rivela senza fondamento, liquido e sciolto, o – nella migliore delle ipotesi – rovesciato rispetto a quanto creduto inizialmente. Il romanzo si configura quindi il disvelamento di una verità basilare: le cose sotto il nostro dominio sono pochissime e la nostra influenza singola sul mondo è molto, molto limitata.
«Ci sono state un paio di occasioni in cui ho visto che ogni cosa conteneva tutte le altre, ed era un vero momento, un momento sospeso, il mio braccio sollevato tra il dai-la-cera e il togli-la-cera: l’insieme delle conseguenze. Prima di Bianca non esistevano conseguenze.» (pp. 175-176)
Eppure lo sguardo di Dario è sempre attento, minuzioso e sagace, non si lascia sfuggire le piccole cose che lo colpiscono e lo rendono edotto di dinamiche che definiscono l’ambiente nel quale sembra costretto a vivere. Bianca rappresenta una svolta, la pacificazione con l’apatia che spesso trascina nel gorgo chi non ha più le forze di lottare e si abbandona a subire lo stato delle cose. Il mondo e la Roma raccontati da Patriarca sono esagerati, ma non per questo non veritieri, così come la sua scrittura che viene allungata coscientemente dall’autore fino al confine con la paradossalità senza mai cadere in basso. Ricco di cripto-citazioni e luci accese nel vuoto, William Shatner baciava da Dio è anche una riflessione sul potere del linguaggio di costituire un discorso ma anche di prenderlo e trasportarlo, per somiglianze e affinità, verso qualcosa di lontanissimo mostrandoci il legame tra ciò che, a un primo sguardo, sembra scontrarsi in modo ineluttabile.
Saverio Mariani
Foto di Cesar La Rosa su Unsplash

