L’autogrill come crocevia di storie

Autogrill, Alessandra Gangolo
(8tto edizioni
)

Autogrill è il romanzo d’esordio di Alessandra Gangolo, recentemente edito da 8tto edizioni. Protagonista della storia è Miche, giovane ragazza di provincia senza sogni né ambizioni che, grazie alla conoscenza fortuita di una vicina di casa, inizia a lavorare in un autogrill. Dopo qualche anno di lavoro dipendente, sarà proprio Jenny – col suo vulcanico spirito di iniziativa – a coinvolgere Miche nel progetto di rilevare un autogrill in proprio.
Jenny è esplosiva e dinamica tanto quanto Miche, all’opposto, è indolente e apatica; la voce narrante insiste spesso su una stanchezza che fiacca l’intero suo modo di stare al mondo: «Non c’era rabbia nel corpo di Miche ma solo stanchezza, gli occhi pesanti, le gambe e le braccia doloranti per qualsiasi movimento, una fatica anche solo per tirare giù i piedi dal letto, figuriamoci tirarsi su, stare in posizione eretta». (p. 41) 

L’autogrill ha, nella storia, il ruolo di correlativo oggettivo di Miche: così come lei si lascia attraversare con inerzia passiva dalle storie che ascolta mentre è dietro al bancone, l’autogrill – luogo di passaggio per antonomasia – si fa valicare dal transito saltuario di gente che vi sosta per un momento, beneficia dei suoi servizi e poi riparte.  
Leggendo si fa quindi l’abitudine, assieme a Miche, a quel viavai di figuranti da cui si ricevono chiacchiere e confidenze:

«L’autogrill è come un’orchestra. Dal brusio indistinguibile della base, a un certo punto, si levano voci soliste, spesso stonate e che poi, come sono nate, così improvvisamente scompaiono, lasciando uno spazio vuoto occupato da un’altra voce. A volte, non ci sono voci soliste, c’è un semplice sottofondo, una ninna nanna disarmonica e industriale che permette a Miche di sentirsi viva». (p. 19) 

Per la funzione narrativa che qui gli è attribuita, il luogo appare risemantizzato: da poroso e alienante, come lo definiva Marc Augé nella sua nota teoria dei nonluoghi, l’autogrill diventa piuttosto il motore di quelle storie che, altrimenti, Miche non avrebbe occasione di ascoltare, e che non potrebbero quindi fornire quel materiale così apprezzabile che costituisce la parte più interessante del libro.
I ritratti dei clienti abituali sono infatti caratterizzati con efficacia e colore. Altra intuizione notevole dell’autrice consiste nel paragonare spesso la vita di Miche a quella degli insetti che studia tramite i documentari di cui è appassionata, e di cui memorizza ogni dettaglio:

«[…] vorrebbe fosse tutto così fisiologico come in una cicala. Chissà dove sono gli altri esemplari come lei, forse non esistono, forse lei ha impiegato troppo tempo e le sue compagne di covata, quelle che dovrebbero uscire a frotte insieme a lei, hanno già concluso la loro trasformazione per poi morire definitivamente. Lei è lenta e sola, alimento perfetto per i predatori». (p. 137) 

Di contro, appaiono molto meno convincenti i passaggi in cui l’attenzione si sposta sul passato e la vita interiore di Miche. In questi momenti, la voce narrante compie una serie di scelte ingenue, sgraziate: penso ad esempio al modo in cui, in più occasioni, vengono incastonati flashback nel presente del tempo del racconto. Con espedienti artefatti e scolastici, quasi apponendo una didascalia, viene proclamato con una battuta d’arresto che sta per cominciare una retrospezione e si finisce così per tradire il principio dello ‘show, don’t tell’ che, nel raccontare, è salutare tenere a mente.
Qui un esempio di come il ritmo narrativo viene bruscamente troncato per raggiungere un altro piano temporale:

«Miche capta il rumore del camion che si accende e parte, un’eco insignificante, non di quelle che le rimangono appiccicate sui vestiti, che si porta a casa, a dormire, che sogna e che le permettono di svegliarsi la mattina. Non è un suono conosciuto e non lo diventerà mai, non è nemmeno un pezzo di vita che, come un puzzle, si incastra perfettamente con gli altri. E così la sua mente torna indietro, al suo passato, a Jenny e a frammenti di sé persi nel tempo». (p. 25) 

Oppure ancora: «L’infermiere incomincia a inspirare ed espirare con un suono acuto che misura la lunghezza dei suoi respiri. Miche si lascia trasportare da queste onde lente e cadenzate, a poco a poco riprende ad avere l’aria necessaria che, però, la riporta indietro, alla madre». (p. 148) 

È soprattutto sul passato di Miche che la storia si sofferma nella seconda metà del libro. In seguito alla scoperta di un incidente che ha coinvolto un suo vecchio amico d’infanzia, Miche si sente attratta – seppure in modo ambiguo e conflittuale – dai ricordi che la riportano al suo quartiere natio, dove abitano i cari con cui ha reciso ogni rapporto. È questa l’unica volta in cui Miche prova a passare dall’abulia all’azione, smuovendosi finalmente da quell’inerme aridità che fino ad allora l’aveva paralizzata.

Pur volendo valutare con indulgenza difetti e debolezze che possono rintracciarsi in un’opera prima, nel complesso non si riesce ad abbracciare il romanzo di un giudizio positivo.
Quella che nelle premesse avrebbe potuto essere una variegata commedia umana finisce per somigliare più che altro a una troppo esplicita messa in scena delle intenzioni dell’autrice: l’autogrill è sì la miccia di una buona idea, ma che non viene sviluppata poi in un intreccio organico né appassionante. Di fatto, i vari ingredienti della trama – l’affinità tra Miche e l’autogrill in cui lavora, il suo farsi cassa di risonanza di confidenze e problemi dei personaggi intorno, e poi il riscatto, quando finalmente affronta il suo passato irrisolto –risultano affiancati gli uni agli altri in maniera meccanica e non impastati in un’unica amalgama.
 
Chi legge non riesce mai a lasciarsi andare al racconto di per sé a causa del fare schematico con cui è portato avanti: sulla superficie del testo appaiono infatti tutte le giunture e i raccordi che dovrebbero sciogliersi nel narrato e rendersi invisibili. Alla scrittura della Gangolo manca ancora quella naturalezza capace di attivare la sospensione d’incredulità. La voce narrante, più che abbandonarsi al gusto di raccontare, sembra schiacciata dalla preoccupazione che il lettore non intuisca a pieno ciò che voleva intendere, quindi non fa che indicargli di continuo (col rischio di imboccarlo con esplicitazioni troppo insistite) dove guardare e quali conclusioni trarre.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza: https://unsplash.com/it/foto/auto-bianca-parcheggiata-di-fronte-al-negozio–ebVTh022nM)

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