Il quinto figlio: su “Le interruzioni” di Simone Lisi

Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre, ultimo libro di Simone Lisi edito da effequ, è un libro fatto di voci: capitolo dopo capitolo si assiste ai dialoghi tra Valerio e un coro discorde di personaggi femminili che lo attorniano. La focalizzazione alterna i punti di vista dei vari personaggi, ma più spesso la narrazione è affidata a lui e filtrata dalla sua psicologia.
La storia ha inizio quando lui – libraio e scrittore vagamente frustrato – scopre grazie a una confessione della madre che lei ha avuto quattro aborti prima di metterlo al mondo.


A Valerio questa appare subito come una storia ghiotta e interessantissima, non solo perché gli dà modo di investigare su un inedito capitolo della sua storia familiare,  ma anche perché potrebbe scrivere di questo e fondarvi il prossimo progetto di romanzo.

«Ti ho mai parlato dei tuoi fratelli?»
«Io sono figlio unico ».
«Dei tuoi potenziali fratelli».
«No, non me ne hai mai parlato. Ma non sono certo di volerlo sapere».
Ma a me non interessa che lui voglia saperlo. A me interessa raccontarlo. Devo raccontarlo a mio figlio. Me lo ha suggerito il mio analista, o forse me lo ha sconsigliato, ma in fondo è la stessa cosa.
(p. 14)

Il titolo è senz’altro eloquente: si pensa tanto alle interruzioni di gravidanza a cui la donna ha scelto di ricorrere, tra la Toscana e Londra, prima della legalizzazione della pratica avvenuta in Italia solo nel 1980, quanto all’interrompersi singhiozzante e discontinuo della storia, a cui si attaglia bene anche il precario senso di provvisorietà che compare nel sottotitolo.

L’intera struttura del libro si fonda infatti su un visibile stratagemma metanarrativo: il narratore manifesta l’intenzione di scrivere un libro sulla madre e sugli aborti da lei affrontati negli anni Settanta, e alla fine questo suo progetto-libro vagheggiato diventa lo stesso romanzo che noi leggiamo, fatto di epifanie e ripensamenti. Una coreografia – che sa di mostrarsi impacciata – fatta di passi in avanti e (ben più numerosi) passi indietro.

L’indecisione in cui è impigliato il narratore, riguardo allo scrivere oppure no di un argomento tanto intimo e privato e delicato relativo alla biografia della madre, è innanzitutto di natura etica, ma ha anche a che fare con le sue ambizioni letterarie.
A costringerlo a riflettere sulle implicazioni di tipo morale sono soprattutto le due donne che nella storia lo pungolano, incitano, consolano (ma più spesso rimbrottano), rivolgendosi a lui senza peli sulla lingua: si tratta della sua compagna Carla e della sua amica Serpotta.
Soprattutto quest’ultima s’indigna di fronte alla possibilità che Valerio possa lanciarsi in una tale missione suicida: «mi ha parlato […] di una nuova idea per un romanzo sugli aborti. Gli ho sconsigliato di affrontare il tema perché è un fottuto maschio bianco e non può prendersi pure questo […] Ma poi ho ricordato che sono anni che spera di scatenare un putiferio, e sarebbe il coronamento di un sogno. Reprimenda sociale, esclusione dal consorzio umano, biasimo: non chiede di meglio».

E però, se all’inizio Valerio è titubante all’idea di strumentalizzare un pezzetto di storia della sua famiglia per asservirlo alle sue ambizioni da scrittore – di cui spesso si parla con amaro sarcasmo – dall’altro lato l’opportunità gli appare come ricca di potenzialità.
Da qui l’ostinazione con cui tartassa la madre di domande sull’esperienza di quei quattro aborti. Il libro è punteggiato di numerosissimi scambi con lei che, inizialmente laconica sull’argomento, prende poi a sbottonarsi e ad accontentare quella che nel figlio appare soprattutto come curiosità quasi morbosa, più che serio interesse documentaristico.
E d’altronde il narratore scarta fin da subito l’intenzione a rimanere fedele a una sobria, misurata e obiettiva documentazione storica: al contrario, tutta la sua indagine à rebours lungo il passato della madre è sfruttata soprattutto come occasione per parlare di sé, della sua aspirazione scrittoria, della ‘maniera giusta’ con cui vorrebbe poter maneggiare la materia, pur cosciente dell’inadeguatezza del proprio sguardo.

Difficile però non sospettare che, tra le righe del romanzo, non si acquattino delle occasioni mancate: penso al primo dialogo con la madre – quando lei confida per la prima volta a Valerio che lui è il quinto figlio dopo quattro fratelli fantasmi – e a quanto interessante avrebbe potuto essere per il protagonista (d’altra parte così egoico e autoreferenziale e ossessionato dalla propria interiorità) fare leva su quella confessione per riflettere davvero su di sé, sui bivi da cui la vita è continuamente stracciata, nonché sulla madre, sulla risolutezza delle sue scelte e dei suoi desideri.

L’impressione è che anche lo stesso narratore abbia riconosciuto la preziosa occasione che quel dialogo rappresentava, quasi come fosse una sorta di miccia narrativa, e che tuttavia non l’abbia saputa sfruttare al meglio.
La voce che dice ‘io’ gira intorno all’argomento che vorrebbe eleggere a cuore del romanzo, lo circumnaviga con digressioni e divagazioni, prova ad affrontarlo di petto e poi si scansa, ma esagera in questa strategia fatta di tentennamenti e indugi che finisce per coincidere con la nervatura di tutto quanto il libro, al punto tale che una volta arrivati alla fine si ha l’impressione di non aver letto ciò che inizialmente la storia prometteva di raccontare.

Il rischio che l’autore (con la maschera del narratore) ha corso, e in cui forse è inciampato, è di aver giocato con l’idea di scrivere qualcosa di ostentatamente inconcludente, instabile, ondivago, a discapito di una storia che poi finisce per disfarsi, e anche le scene più significative precipitano nelle maglie lente di un ragionamento narrativo che, nel divertissement reiterato del suo stesso interrompersi, non dice tutto quanto avrebbe voluto dire.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza di Ron Lach su pexels.com)

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