Il dio per metà donna, di Perumal Murugan (Utopia Editore, 2026)
Nel cuore arido e pulsante dell’India rurale, là dove la terra non è soltanto materia ma destino, Il dio per metà donna di Perumal Murugan – pubblicato in Italia da Utopia Editore – si dispiega come una parabola antica, quasi un canto tramandato sottovoce, in cui il desiderio umano si intreccia con il peso millenario delle tradizioni. Il titolo evoca il Devatha, una divinità dalle sembianze androgine:
«Da secoli celebriamo riti per Maasami, il grande dio. Maasami è il suo nome tradizionale; Devatha la variazione locale. Ma la divinità è una. Il mondo nasce dall’unione del maschile e del femminile, e Maasami appare come un dio a chi lo immagina con fattezze di uomo, e come una dea a chi lo immagina con fattezze di donna. In realtà, non ha una sola forma: vive nella nostra mente. Maasami è la prova che dio si manifesta secondo il modo in cui lo concepiamo. Guarda dentro di te: il suo volto non ha ornamenti. Eppure, uno degli epiteti di Maasami è “Colui che è pieno di ornamenti”. Gli ornamenti indicano la sua completezza. Adornato, assume una forma precisa; senza ornamenti, ne ha innumerevoli. Quando chiudiamo gli occhi e poi li riapriamo, Maasami ci appare nella forma che la nostra mente contiene, maschile o femminile. Non importa in quale forma le persone lo venerino, né in quanti modi venga chiamato: fanno tutti riferimento allo stesso Dio» (pag. 33).
Tra le voci più significative della narrativa indiana contemporanea in lingua tamil, Murugan costruisce la propria opera all’interno di un orizzonte tematico coerente e riconoscibile, quasi un territorio letterario delimitato ma profondissimo. Non è la prima volta che i lettori italiani entrano in questo universo: la stessa casa editrice aveva già proposto opere come Punacci, storia di una capra nera e Rogo, testi in cui emergono figure segnate da marginalità e dolore, impegnate in una strenua resistenza contro un ordine sociale rigido, spesso soffocato dal peso delle consuetudini. Con questo romanzo, nella raffinata traduzione di Dorotea Operato, Murugan torna a confermare la sua cifra narrativa: quella di raccontare esistenze ferite che non rinunciano, nonostante tutto, a inseguire una forma possibile di felicità. Al centro del romanzo non vi è semplicemente la volontà di avere un figlio: sarebbe riduttivo, persino ingenuo leggerlo così. La maternità e la paternità, qui, si deformano sotto la pressione di un contesto sociale che trasforma il desiderio in obbligo, e l’obbligo in condanna. In un sistema rurale dove la fertilità femminile coincide con il valore stesso dell’esistenza, una donna senza figli non è solo incompleta: è, agli occhi della comunità, inutile. È un vuoto sociale prima ancora che biologico.
«Non poteva fare a meno di pensare che, a dodici anni di distanza, l’albero fosse diventato rigoglioso e desse da tempo frutti, mentre nel suo inutile grembo non c’era stato modo di far crescere nemmeno un verme. Qualunque cosa guardasse le ricordava che donna incompleta lei era» (pag.15).
E così, la ricerca di un figlio si carica di una tensione che va ben oltre l’intimità della coppia. Si popola di riti, cerimonie, superstizioni: un intero apparato simbolico che affonda le radici in una dimensione antropologica arcaica, dove il corpo femminile diventa terreno di negoziazione tra umano e divino. Il sacro non è mai consolatorio: è ambiguo, esigente, talvolta crudele.
«Kali aveva avuto un’illuminazione: avrebbe celebrato a sua volta una puja e offerto il pongal a quella divinità. Era lei, Devatha: la dea distesa sulla terra che aveva creato una foresta intorno a sé. […] “Vorrei che celebrasse una puja per me”, aveva aggiunto Kali. “Bisogna farlo per bene. Vieni di pomeriggio, il pujari sarà qui. Chiedi a lui e segui ogni sua richiesta. Ricorda: devi portare una lancia, sgozzare un gallo e offrirne il sangue. Questi sono gli elementi importanti» (pag. 36).
Kali e Ponna, i due protagonisti, incarnano questa tensione con una dolcezza iniziale che commuove. Il loro amore, saldo e luminoso, sembra appartenere a una dimensione altra, quasi sottratta alla brutalità del mondo circostante. È un amore che resiste, che si fa rifugio, che pare poter bastare a se stesso. Ma è proprio qui che Murugan compie il suo gesto più doloroso: mostra come anche l’amore più autentico possa incrinarsi quando viene attraversato da forze esterne che lo deformano, lo manipolano, lo mettono alla prova. Gli imbrogli – sociali, familiari, rituali – non sono semplici inganni narrativi: sono dispositivi culturali. Sono il modo in cui una comunità si perpetua, anche a costo di sacrificare l’individuo. E ciò che viene sacrificato, nel romanzo, non è soltanto l’innocenza dei protagonisti, ma la loro stessa capacità di riconoscersi.
«Poi sentì che qualcosa le toccava i lobi delle orecchie e si guardò intorno. Fu come se qualcuno le stesse soffiando delicatamente sulla nuca. Quando si voltò, scorse un paio di occhi al suo fianco. Ne fu scossa. Quegli occhi trafiggevano il bagliore delle torce, toccavano le attraevano. […] Ponna capì di colpo che quello era il suo dio: rideva con gli occhi anche le labbra erano dischiuse in un sorriso perenne. […] Lui è il mio dio. Il mio compito è seguirlo ovunque mi conduca» (pagg. 187 e 189).
La scrittura di Murugan è, in questo senso, sorprendente. Ha una qualità fiabesca, quasi mitica, ma mai evasiva. È una lingua che accarezza e insieme scava, che costruisce immagini di una limpidezza struggente.
«Circolavano storie su fantasmi che infestavano la zona, e i giovani avevano temuto si trattasse di un tentativo della dea Mohini di trarli in inganno. Eppure quella voce sembrava umana, e così quattro, se pur spaventati, avevano camminato nella direzione da cui proveniva. Gli alberi avevano già perso le foglie ed erano spogli; solo i neem e le palme restavano rigogliosi» (pag. 29).
Il lettore non osserva da lontano: cammina accanto a Kali e Ponna, respira la polvere delle strade, sente il peso degli sguardi, si ferma con loro sotto “l’albero di tulipano”, luogo sospeso in cui il tempo sembra rallentare e ogni cosa si carica di un significato ulteriore.
«L’albero di tulipano era folto e, osservandolo da vicino, se ne potevano scorgere i fiori gialli e già sbocciati. Quelli appassiti, invece, ormai rossi ammucchiati al suolo, sembravano sorridergli, invitandolo ad avvicinarsi. A mano a mano che sfiorivano, guadagnavano in bellezza. Kali, saltando, ne staccò uno dalla chioma. Non riusciva mai a frenare l’impulso di impossessarsi di ciò che lo affascinava. Il fiore cadde insieme a qualche foglia spezzata. Kali si sedette sulla brandina e provò ad annusarlo ma, pur avvicinandolo al naso, riuscì a malapena a percepirne la delicata fragranza. Avrebbe dovuto lasciarlo sulla pianta: la bellezza di quel fiore superava di gran lunga il suo profumo. Kali scrutò l’albero. Era stato lui a piantarlo lì. Un tempo, ogni volta che visitava la casa dei suoceri, osservava quel cortiletto d’ingresso, vuoto. […] La branda sotto l’albero di tulipano era vuota e il ragazzo si diresse verso la porta. Un massiccio lucchetto di ferro era appeso al chiavistello. Forse avevano chiuso dall’interno? Provò a spingere il chiavistello, ma una catena rendeva tutto inutile. La sbornia svanì. Cercò di forzare il lucchetto. Che Ponna lo stesse prendendo in giro? Ma perché mai giocare così a quell’ora, e poi a casa dei suoceri? Kali si appoggiò alla porta e guardò oltre il cortile. I buoi non c’erano. Né il carro» (pagg. 9 e 200).
È proprio questa immersione sensoriale e simbolica a rendere il romanzo un’esperienza quasi fisica. Non si tratta soltanto di comprendere, ma di sentire: la vergogna, la speranza, la paura, l’umiliazione. E soprattutto quella forma di sofferenza che nasce quando si è disposti ad annullarsi pur di aderire a un destino imposto.
«Quante ne ha fatte nella speranza di avere un figlio! Non si tirerebbe indietro davanti a nulla!» (pag. 45).
Ma Il dio per metà donna è anche – e forse soprattutto – un romanzo che interroga. Ci costringe a porci domande che esulano dal contesto indiano per diventare universali: se fossimo nati lì, se la nostra vita fosse cominciata in quei villaggi, tra quei campi, sotto quello stesso cielo, chi saremmo stati? Avremmo resistito o ceduto? Avremmo difeso l’amore o sacrificato tutto in nome dell’appartenenza? E allora la domanda più inquieta si insinua, quasi silenziosa: siamo stati semplicemente fortunati a nascere altrove? E cos’è, davvero, il “posto giusto” del mondo?
«Le persone hanno sempre bisogno di un posto in cui rifugiarsi, mapillai. Alcuni lo trovano, altri continuano a cercare. E poi ci sono quelli che, pur trovandolo, hanno paura di usarlo» (pag. 39).
Murugan non offre risposte. Non consola. Ma ci consegna una storia che resta, che brucia lentamente, che continua a riemergere nei pensieri. Un romanzo che lascia senza fiato non per ciò che accade, ma per ciò che ci costringe a vedere: la fragilità delle nostre certezze, e la vertigine delle vite che avremmo potuto vivere.
Antonella De Cicco
in copertina: Foto di Monojit Dutta via Pexels

