Le impercettibili oscillazioni, Matteo Paoloni
(Hacca Edizioni)
Riferimenti a una certa cultura pop anglosassone (le murder ballads di Nick Cave, il romanzo cult Jim entra nel campo di basket, Jack e Meg dei White Stripes, le magliette dei Sex Pistols e dei Modern Lovers), un approccio postmoderno e vagamente situazionista – Marta, la ex/non ex del protagonista, legge Fluo di Isabella Santacroce nella sala d’aspetto di un ospedale, Toni Servillo gira un film sul litorale abruzzese – nonché la diversificazione controllata sulle tecniche romanzesche, con alcuni, fondamentali capitoli che danno spazio a un narratore in seconda persona: ha come titolo Le impercettibili oscillazioni il nuovo libro di Matteo Paoloni, pubblicato per Hacca Edizioni lo scorso autunno.
Il romanzo mette al centro il lungo addio di un giovane uomo in procinto di partire per Fuerteventura e lasciarsi alle spalle un intero mondo, fatto di amici, musica, genitori e ricordi. Pure, forse la fuga per un’isola è una sciarada, un trucco per scappare da o verso qualcos’altro, anche perché la presenza di Massi – figura ingombrante (seppur in absentia) che riappare nei ricordi – rende il presente di questo giovane uomo un enigma inestricabile, al pari di un passato che sembra sopraffarlo e un destino sui cui appare l’ombra del no future.
Una volta Massi mi ha detto che la cosa che più lo schifa delle persone è il loro rapporto con il tempo. Le persone, mi ha detto Massi, tendono ad accorgersi del tempo soltanto quando il tempo è già scaduto. Quando ormai sono devastate. Quando il veleno le ha infettate. Quando hanno già perso il controllo. E le persone devastate, avvelenate, fuori controllo, mi ha detto Massi, non gli fanno pena, gli fanno schifo.
È molto difficile, come prova a fare il protagonista (per tutto il romanzo senza nome), contemplare il reale solo come rifiuto di una negazione, che invece potrebbe sfociare in un doppio nichilismo, impossibile da sostenere. Matteo Paoloni prova a mostrarci plasticamente questa sensibilità mediante l’uso di frasi redatte in corsivo, quasi degli epitaffi che, cancellando il non, provano a diventare delle affermazioni:
Una persona la riconosci dal modo in cui
nonè estranea a sé stessa
oppure:
Una persona la riconosci dal modo in cui
nonsfugge al suo delirio
Attraverso uno stile scarno, forse memore della grande lezione dei minimalisti americani – l’abbiamo omaggiato nel titolo della recensione preso in prestito da Le mille luci di New York di Jay McInerney, anche questo un romanzo scritto in seconda persona – Le impercettibili oscillazioni è affastellato da dialoghi dal tocco cinematografico.
Inoltre, Paoloni ci porta dentro i traumi del protagonista, reduce da un crollo emotivo e affettivamente ferito, in primis dalla separazione dei suoi genitori. Resiste un rapporto di grande fiducia e sensibilità che lo lega a sua madre, catturato con tocchi di affetto, carica emotiva e scherzi che puntellano ogni pranzo; più complesso, ma non per questo meno profondo, è il dialogo con il padre, una figura che il protagonista sente affine, almeno per la condivisione della passione musicale, ereditata proprio dalla figura paterna, a cui, nonostante ciò, si affianca una evidente diversità caratteriale e di prospettive.
Dopodiché rimanete in silenzio, due belle statuine, con lui che continua a guardare il cd, a passarselo ogni tanto da una mano all’altra. Sta per dire qualcosa ma cambia idea all’ultimo se condo, poi il telefono dell’ufficio riprende a squillare e lui si stringe nelle spalle, facendoti capire che non può farci niente. Risponde, rimane in ascolto, annuisce. Ogni tanto dice: «Sì, certo». Sembra una cosa importante, perché stavolta non attacca. Ogni tanto ti lancia un’occhiata ra pida e abbozza un sorriso. Tu ricambi sempre. Passano sessanta secondi. A un certo punto gli dici: «Domani me ne vado, papà. Parto». Lui continua a annuire e a dire: «Certo, certo, lei ha perfettamente ragione». Ha un’aria affranta. «Mi dispiace» dice. «L’avevamo controllato almeno quattro volte». Il sudore gli brilla sulla fronte, sugli zigomi, sulle labbra.
L’autore affronta tematiche abbastanza tipiche del romanzo di formazione della narrativa contemporanea italiana, come le problematiche famigliari, la sensazione di abbandono e il tradimento. Pure, inserisce un elemento di indubbio interesse: la capacità di tenere compatta una fabula che si dipana all’interno di poche ore, una sola giornata, che parte con un goffo, a tratti paradossale appuntamento del protagonista in un’agenzia viaggi fino a quello, che si presume chiarificatore, che avrà in serata a cena con Marta.
Intanto sei schiacciato tra il muro e il retro dell’armadio, e adesso pensi che siete vicini eppure separati, tu e Marta, e ti sembra di essere sempre stati così, vicini eppure separati, e vorresti dirglielo, una volta per tutte, adesso, siete vicini eppure separati, e invece non lo dici.
L’ambientazione di provincia è resa da Matteo Paoloni con cognizione di causa, per così dire: le velleità artistiche di questi ragazzi, con i quali il narratore condivide la passione per la musica rock, dettano il passo al racconto delle gesta, per la verità ricostruite, di una band locale, ormai in via di disgregazione. Il crollo psichico del protagonista, le sue paure, le fobie – come quella, insistente, di portare il conto dei secondi per ogni avvenimento, le sue “visioni” (suggestiva quella di una farfalla che apparirà in volo soltanto a lui), sono descritte da Paoloni in punta di penna e ne decretano la prossimità al lettore, anche grazie all’utilizzo, come già rimarcato, della narrazione in seconda persona.
In cima alle scale il silenzio si attacca a ogni cosa. Alle monete, ai sarcofagi, ai vasi, agli specchi, agli utensili da cucina, alla gioielleria, ai cavalli alati del frontone di un tempio. L’assenza di suono ti inghiotte. Percorri successioni di corridoi vuoti, lunghi, ovattati. Ambienti enormi, disabitati, pieni di materiali antichi che hanno attra versato il tempo senza il peso di saperlo. Nell’immobilità degli oggetti dietro le teche provi un improvviso senso di appartenenza. Ecco cosa rimane di una civiltà, pensi. Un infinito stato di tregua. Essere qui è come non essere da nessuna parte. Essere qui è come essere ovunque.
Le impercettibili oscillazioni è un racconto obliquo, ossessivo, tuttavia con un baricentro ben definito, grazie a una prosa essenziale e puntellato dagli incontri che il protagonista decide di affrontare prima di andarsene. Appuntamenti sempre a due, con la madre, col padre, con gli amici ed ex compagni di band Christian e Valerio, nonché con gli scambi (questi solo immaginati, o immaginati di nuovo) con Massi e soprattutto quello conclusivo con Marta.
E poi la canzone finisce, e Marta ti guarda con le pupille che tremano, e il silenzio è un’altra invasione, stavolta in un luogo devastato. «Il tuo miglior pezzo» dice a bassa voce, come se fosse un segreto che è costretta a svelare. «Hai fatto bene a registrarlo da solo». «Non ho fatto né bene né male» spieghi tu, la voce altrettanto bassa, mentre sposti lo sguardo sul Cristo Pantocratore. «Semplicemente non ho avuto scelta».
L’autore non concede una tregua al suo stesso libro, ripiegando la narrazione su sé stessa, senza provare nemmeno ad aprire la sua storia verso un nuovo orizzonte, rifiutando una trama più romanzesca che avrebbe potuto rifondarne, magari con un vero altrove, la sua prospettiva. In questo rifiuto, troviamo la coerenza del protagonista che non può accettare compromessi: i momenti apicali del libro restano nella sua testa e nei rapporti a due, dove questo ragazzo prova ancora a confrontarsi, o meglio, si specchia dentro le differenti personalità e ruoli dei suoi interlocutori per valutare, soppesare e forse anche ritrovare quelle parti di sé che ha inevitabilmente perduto.
Domenico Ippolito

