La gazza ladra è una rubrica curata da Francesca Rossi. Ogni episodio analizza un racconto e suggerisce le tecniche narrative da “rubare” per costruire storie efficaci.
Palla di Pelo, Margaret Atwood
(dalla raccolta Consigli per sopravvivere in natura, Racconti Edizioni; trad. di Gaja Cenciarelli)
I personaggi sono spesso l’anima delle storie che raccontiamo. Se pensiamo ai grandi romanzi dei secoli scorsi, quelli più memorabili hanno sempre al centro un personaggio attorno al quale si sviluppa un mondo. Scrivere un personaggio credibile e psicologicamente approfondito è particolarmente difficile se si sta scrivendo un racconto, soprattutto se si ha in mente un racconto breve. È necessario dosare ancor meglio l’intensità, il lessico, i dialoghi: tutto deve essere perfettamente calibrato. In questo articolo ci occuperemo proprio di questo, prendendo in prestito Palla di Pelo, un racconto di Margaret Atwood, pubblicato da Racconti Edizioni nella raccolta Consigli per sopravvivere in natura.
Dare un nome alle cose
La nostra protagonista è Kat, una giovane donna che lavora come direttrice artistica per una rivista di moda d’avanguardia. La storia — scritta in una terza persona fortemente aderente al personaggio — inizia con un intervento chirurgico per rimuovere una ciste ovarica, un riferimento non troppo velato al fatto che il racconto ci trascinerà dentro di lei, letteralmente e figurativamente.
L’incipit del racconto trasporta immediatamente nel mondo viscerale di Atwood (chi la conosce bene sa che questa autrice non ha paura di sporcarsi le mani):
«Molte donne le hanno, le aveva detto il medico. Nessuno sapeva perché. Non c’era modo di capire se fosse maligna, se contenesse, già, le spore della morte. Non prima di “Intervenire”. Parlava di intervenire come i veterani alla tv quando parlano di invadere il territorio nemico. La tensione della mascella era la stessa, il medesimo tetro compiacimento. Il punto era, però, che sarebbe dovuto intervenire dentro al suo corpo».
Queste prime righe contengono morte, vulnerabilità e paura dell’ignoto, ma il personaggio di Kat si rivela subito immune da ogni frivola debolezza, tanto che chiede persino di poter conservare ciò che il medico estrae dal suo corpo, quella “noce di cocco” che è nata da lei e che pertanto ha perfettamente diritto di essere conservato.
«Ha chiesto un barattolo di formaldeide e ci ha messo dentro il tumore sezionato. Era suo, era benigno, non meritava di essere gettato via. Se l’è portato a casa e l’ha messo sulla mensola sopra al camino. Lo ha battezzato Palla di Pelo».
La conservazione di quel rifiuto organico non è semplicemente un vezzo eccentrico, ma assume da subito un forte significato simbolico correlato al carattere di Kat. È una creativa, a tratti una visionaria: è naturale che attribuisca al suo corpo lo stesso potere creativo che, fino a quel momento, ha sperimentato solo con la mente.
Il “battesimo” di Palla di Pelo, il dargli un nome, è un elemento centrale nel racconto. Atwood dedica infatti ampio spazio al nome del suo personaggio, facendolo diventare anch’esso un riflesso dell’estro creativo di Kat:
«Nel corso dell’infanzia, Katherine era stata una romantica […] Una volta al liceo aveva messo da parte i fronzoli, facendo spazio a una Kathy vivace, dal viso rotondo […] desiderosa di piacere e interessante quanto la pubblicità di un alimento salutare. All’università era diventata Kath, brusca e insofferente […]. Quando è scappata in Inghilterra, si è ulteriormente abbreviato in Kat. Era economico, da gatta di strada, affilata come un’unghia».
Attraverso l’evoluzione del nome, Atwood ci racconta l’intera vita di Kat, fino a quel momento, a dimostrazione che non servono grandi flashback per spiegare un personaggio, quando si hanno le idee chiare.
Affilare il linguaggio: il lessico che segue il personaggio
Da qui in poi, tutto ciò che ruota attorno a Kat è tagliente, acuminato, pericoloso. Il lavoro, la vita e gli uomini che si sceglie: tutto racconta di una donna forte, immune da ogni debolezza. Il lessico è selezionato con cura per sottolineare questo aspetto, persino la prima rivista per cui Kat lavoro ha un nome che non potrebbe essere più rappresentativo: “Lametta”.
Questa scelta apparentemente didascalica ha un doppio scopo: oltre alla coerenza stilistica e alla caratterizzazione del personaggio, la forte insistenza su un linguaggio duro e spigoloso è già l’indizio che la vita di Kat — così come l’ha conosciuta finora — è in pericolo. Un sottile grido d’allarme percorre tutta la prima parte del racconto, come se l’intervento chirurgico — che sembrava un gioco per Kat — abbia in realtà messo in moto un processo di progressivo indebolimento. Finora Kat è sempre stata pronta a “sguainare le lame”, ma qualcosa ci fa intuire che presto sarà lei a doversi guardare le spalle.
E proprio quando iniziamo a familiarizzare con questo personaggio duro e a tratti respingente, ecco che arriva Ger. Anche qui siamo di fronte a una creazione di Kat: «quando si erano incontrati era ancora Gerald. Poi si era trasformato in Gerry e infine in Ger (che fa rima con super, che fa rima con leader). […] In questa nuova fase, col suo nuovo nome duro, ridotto all’osso, […] lui è una sua creazione».
Kat ha ancora il controllo. Il suo nome, la sua vita, il suo lavoro, e ora anche il nome del suo uomo: tutto viene da lei. Ma i punti della ferita chirurgica iniziano a tirare, e Palla di Pelo, dal suo posto privilegiato sopra al camino, sembra volerla mettere in guardia.
Andare più a fondo: cosa c’è dietro lo specchio
Scopriamo presto che Ger è un uomo sposato, e Kat è la sua amante. Chi ha veramente il controllo? Si sono conosciuti sul lavoro, e anzi è stato proprio lui ad offrirle quella posizione nella rivista. Normalmente non sarebbe mai uscita con un uomo così scialbo e banale, ma lui era anche «entusiasta, manipolabile, un foglio bianco»: praticamente un invito a scatenare tutta la sua creatività. E poi lui le promette soldi, successo, e la possibilità di dirigere in piena libertà una rivista. Ma la proposta di Ger si rivela dopo pochi anni uno specchietto per le allodole, e Kat si ritrova impantanata in una vita che non riconosce, incompresa tra colleghi che mal sopportano le sue provocazioni artistiche e che cercano continuamente di farla fuori.
Atwood ambienta la storia nella società dell’apparenza: il mondo della moda è fatto di immagini che raramente rispecchiano la realtà e Kat lo sa bene. Sarà sufficientemente scaltra da non lasciarsi divorare da ciò che, per il momento, sembra governare con sicurezza?
«“È semplice.” gli aveva detto Kat. “Li bombardate di immagini che gli dicano come dovrebbero essere, e li fate sentire uno schifo perché sono come sono. Bisogna giocare sulla differenza tra realtà e percezione. Ecco perché vanno colpiti con qualcosa di nuovo, qualcosa che non hanno mai visto prima, qualcosa che loro non sono. Niente vende più dell’ansia”»
Differenza tra realtà e percezione: Atwood non sta parlando solo di marketing. È proprio questo scarto tra ciò che luccica e ciò che risuona dentro, tra l’immagine di una donna forte che Kat rimanda e la vulnerabilità nascosta, che dà potenza e profondità al personaggio e a tutto il racconto.
Per una buona parte della narrazione, grazie all’utilizzo di flashback, Atwood ci mostra una Kat instancabile e pronta a tutto pur di fare carriera, per poi tornare repentinamente a Kat convalescente, proprio per sottolineare l’enorme differenza tra la Kat “gatta di strada” e quella che vediamo adesso in casa sua, intenta a leccarsi le ferite. Ha ricevuto pochi messaggi dall’ufficio, segno che sono riusciti a lavorare anche in sua assenza, e Gerald non sembra più pendere dalle sue labbra come una volta.
Qualcosa è definitivamente cambiato.
«Intanto Gerald se ne è andato, e Kat sta camminando nel salotto. Cammina, cammina. Le tirano i punti. Preferisce non pensare alla sua cena solitaria composta da avanzi al microonde. Non sa perché è tornata qui, in questa cittadina piatta accanto al mare inquinato dell’entroterra».
Bastano poche righe per vederla muoversi in quella stanza, come una tigre rinchiusa, irrequieta, pronta a trasformarsi in qualcos’altro. Ripensa alla sua vita passata: «Forse le manca Londra. Si sente in gabbia in questo paese, in questa città, in questa stanza».
E poi ancora un richiamo di morte, di rancida conservazione che sa di ostinazione stagnante: «Dal barattolo di Palla di Pelo proviene un vago odore di formaldeide, i fiori che ha ricevuto per l’operazione sono per lo più appassiti».
Questo spostamento interiore, questo ribaltamento della prospettiva, avviene senza che Atwood modifichi radicalmente il modo di agire e di pensare del suo personaggio. Non ha bisogno di renderla meno affilata: la sua fragilità è parte integrante della sua durezza.
Kat è stanca, ma non è pronta ad arrendersi. Il giorno dopo l’intervento, ancora dolorante, va in ufficio; Gerald la convoca immediatamente, per darle la notizia. Ha fatto di tutto per opporsi, ma non è servito a nulla: il direttivo della rivista la vuole fuori — troppo stravagante, troppo fuori dalle righe — e sarà proprio lui a prendere il suo posto.
Ecco allora il colpo finale: la creazione che si rivolta contro il suo creatore, «il mostro che si rivolta contro lo scienziato pazzo». Questa è la goccia che fa vacillare la sempre solida Kat: il tradimento di Gerald apre in lei una voragine che non sapeva di avere, e improvvisamente le appare evidente tutto quello che ha sacrificato per un uomo e per un lavoro che non l’hanno mai capita.
«Parte della vita che avrebbe dovuto avere è solo uno spazio vuoto, non esiste, non è niente. Cos’è che si può salvare, cos’è che si può rifare, o meglio, cos’è che si può fare?” […] Ci deve essere una perdita da qualche parte dentro di lei, oppure un’infezione; la sente, è come un rubinetto che gocciola».
Anche la relazione con Ger si rivela così un gioco di specchi. Lui — noioso, fedele, sciatto —all’inizio non può credere di aver conquistato una donna come Kat, e usa quella relazione clandestina per aumentare la sua autostima («Lui la bacia come se qualcuno lo stesse guardando, e valutasse l’immagine che rimandano»).
Ger è la parte debole di Kat non perché alla fine la lascia e la tradisce, ma perché rappresenta tutto ciò che Kat ha sempre finto di non volere: un marito docile, certo insignificante, ma, per lo meno, affidabile.
Kat si sente usata, depredata, e per giunta da un uomo che all’inizio non le piaceva nemmeno così tanto. Ecco però che questa rabbia, questo spirito di rivincita, la porta ad alzare gli occhi su Palla di Pelo, che è sempre lì, come un figlio mai nato, sopra al camino.
Se deve uscire di scena, tanto vale farlo in gran stile.
L’ora della vendetta, e un nuovo nome.
Il giorno successivo, Kat si sente meglio. Riceve una telefonata ipocrita da una collega che le chiede perché è così piena d’odio. Risponde per le rime e riattacca. Qualcosa in lei si sta muovendo di nuovo.
«Dopo aver riattaccato si mette a fare avanti e indietro per casa. Dentro sta scoppiettando, come il grasso caldo sotto la griglia».
Si mette a pensare a Cheryl, la moglie di Ger, alla loro scialba e tranquilla vita familiare. Hanno persino avuto la faccia tosta di invitarla a un cocktail party a casa loro. La scintilla delle creatività si riaccende, Palla di Pelo la osserva, la chiama: è ora della vendetta, è ora di rinascere. Esce di casa, compra un’enorme scatola di cioccolatini, che poi butta via. Tiene solo la confezione, all’interno della quale posiziona Palla di Pelo, dopo averlo sgocciolato e avvolto in una carta velina color malva. Invierà questo presente alla coppia felice, come regalo d’addio; e un biglietto eloquente: «Scusa Gerald, mi dispiace non poter essere con voi. Questa è tutta la mia furia».
Dopo aver spedito il pacco, esce di casa. Sta nevicando. Inizia a camminare, di nuovo, ancora una volta la vediamo in movimento, irrequieta, senza meta. Conosciamo il suo passato e il suo presente, e come lei non sappiamo nulla del suo futuro. Il racconto termina con una frase che chiude perfettamente il cerchio e che ci fa sperare in un lieto fine per questo personaggio umanamente imperfetto, ma riuscitissimo narrativamente:
«Ha fatto una cosa ignobile, ma non si sente in colpa. Si sente leggera, in pace, piena di gentilezza e, per il momento, senza nome».
Punti forti del racconto in breve
Ci sarebbero tante cose da rubare a questo racconto, ma concentriamoci su ciò che rende Kat un personaggio ben riuscito.
- L’utilizzo di un lessico specifico. Tutto attorno a Kat è tagliente, acuminato. Ogni frase che la riguarda, ogni parola utilizzata per descrivere le sue azioni ci dice qualcosa di più su di lei. Anche quando si indebolisce, rimane un personaggio potente. Una tigre in gabbia, ma pur sempre una tigre.
- L’elemento simbolico che serve a esplicitare l’interiorità di Kat. Palla di Pelo. Il figlio mai avuto, la sua creazione. Il simbolo di tutto ciò che poteva essere e che non è stato, ma che alla fine le regalerà una splendida vendetta.
- La coerenza stilistica e l’uso di immagini ricorrenti. Come detto, anche se nel corso del racconto Kat mostra tutte le sue vulnerabilità, Atwood non modifica radicalmente il suo modo di agire e di muoversi nello spazio. Non c’è bisogno di stravolgere il personaggio o di essere didascalici: la sua fragilità e la sua rabbia emergono da quel camminare di continuo avanti e indietro nella stanza, da quel movimento su cui Atwood insiste in diverse parti del racconto.
Se questo articolo vi ha incuriosito, potete approfondire altri racconti di Atwood, pubblicati sempre da Racconti Edizioni, che presentano alcune risonanze con Palla di Pelo: La mummia della palude (pubblicato in Consigli per sopravvivere in natura), L’uovo di Barbablù e L’uragano Hazel (entrambi contenuti nella raccolta L’uovo di Barbablù).
Al prossimo articolo!
Francesca Rossi

