Vite che si sfaldano, “La rosa nel vento” di Sara Gallardo

La rosa nel vento, Sara Gallardo
(gran vía, 2026  Trad. S. Papini)

Pubblicato per la prima volta nel 1979, La rosa nel vento è l’ultimo romanzo di Sara Gallardo, riproposto nel 2026 dalla casa editrice gran vía nella traduzione di Sara Papini. Per decenni il nome di questa scrittrice e giornalista, vissuta tra il 1931 e il 1988, è rimasto ai margini dei canoni letterari ufficiali. Oggi, grazie alla riscoperta critica e alle numerose traduzioni internazionali, Sara Gallardo è considerata una delle voci più originali, audaci e incisive della letteratura latinoamericana del Novecento.

«La rosa che nel vento si sfalda lascia volare i suoi petali in una luce bruciata. Pochi petali possiamo raccogliere da questa storia. Alcuni sono volati via, altri si sono persi, altri ancora si alterano nell’angolo di una memoria». 

Qualche cenno biografico per contestualizzare la sua vita e le sue opere. Nacque a Buenos Aires in una famiglia dell’alta borghesia, ma si distaccò presto dall’ambiente in cui era cresciuta per collaborare con alcune testate giornalistiche. Esordì nella narrativa nel 1958 con Gennaio (pubblicato in Italia da Solferino), un romanzo che affronta temi come l’aborto e lo stupro, allora considerati tabù, attraverso lo sguardo di una giovane contadina. Tra le sue opere più importanti figurano I levrieri, i levrieri, vincitore del Premio Municipal nel 1968, ed Eisejuaz, romanzo radicale che esplora il misticismo indigeno e il rapporto tra spiritualità e marginalità. Morì di asma, malattia di cui soffriva dall’infanzia, nel 1988, a soli cinquantasette anni.

La rosa nel vento rappresenta l’ultimo atto della scrittura di Sara Gallardo, una prosa essenziale e poetica insieme, capace di essere aspra e lirica, profondamente devota alla natura e ai suoi simboli. E si tratta di un’opera che conferma quanto Gallardo abbia saputo anticipare con visione e lucidità temi che adesso riconosciamo come centrali, dalle identità marginali alle dinamiche di genere.

«Potrei dire che ciò che trovammo fu vento. Unghie viola, guanti di lana, cavalcare. Non ero mai montata a cavallo, avevo paura di quegli animali, non mi lamentai. Piangevo con il viso nascosto nella sciarpa, l’ho fatto due volte. Non vidi alberi o altro di bello».

Il romanzo non segue una trama lineare. Tiene insieme episodi e personaggi all’apparenza sconnessi, ma in realtà legati a doppio filo, e soprattutto accomunati da uno stesso destino di solitudine e insoddisfazione.

Sono in costante movimento, in viaggio, i personaggi de La rosa del vento, come la stessa autrice, che visse a lungo in Europa, tra Italia, Spagna e Svizzera, ogni volta prova a ricominciare da capo. Ne La rosa del vento gli spostamenti vanno per lo più dall’Europa all’Argentina, fino alla Patagonia, una terra dominata dal vento, in cui la natura la fa da padrona, nonostante l’essere umano cerchi di addomesticarla e di trarne ricchezza. Il vento è centrale, come si evince anche dal titolo. Con il suo continuo soffiare fa da sottofondo ai giorni e alle notti, agli amori impossibili, a quelli desiderati e a quelli consumati, alle pecore scuoiate, alle menzogne, gli avvelenamenti, i sogni caduti e le speranze tradite.

«Feci per uscire, volevo cercare di scavare una buca prima che tramontasse il sole. Il cane ululò, e io aprii la porta. Ed eccoli là, in fila fuori, tutti e quindici i parenti cenciosi, nel vento, e il fratello grasso che rideva».

Ogni capitolo è raccontato dal punto di vista di un personaggio, ma solo quelli narrati dalle donne sono in prima persona, mentre gli altri sono in terza, sebbene con focalizzazione interna. Una scelta singolare, non casuale, che ribadisce l’attenzione di Sara Gallardo per la prospettiva delle donne, spesso intrappolate nel ruolo di mogli, madri, schiave o seduttrici, ma non per questo meno intelligenti.

Anche i generi e i registri si alternano. Fiaba, Storia, poesia, leggenda, mito, formazione. I confini tra le forme letterarie sono sottili e permeabili, al punto di sentirsi sospesi in un sogno durante la lettura. Un sogno brutale, metaforico, inquietante, dal finale incerto e dai contorni sfumati. Un sogno dai cui si fa fatica a venire fuori, a patto che si voglia uscirne.

«Lì vidi l’ultimo petalo della rosa che sfiorisce senza sosta in quel vento che altri chiamano tempo».

Marta Grima

(immagine in evidenza di Foto di Semanur Çoban da Pexels)

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