Briciole, Alessandro Pozzolo
(Edizioni Ensemble, 2026)
C’è un video famoso in cui Keith Haring viene arrestato nella metropolitana di New York. È il 1982 e l’artista non sta nemmeno usando le bombolette, ma dei semplici gessetti bianchi. Per cancellare il disegno sarebbe bastato un colpo di spugna. Nel corso del decennio, colui che diventerà un’icona globale e senza tempo verrà arrestato altre venticinque volte.
Eppure, una leggenda metropolitana vuole che gli stessi poliziotti fossero riluttanti all’arresto, un po’ perché avevano in simpatia il giovane Keith, un po’ perché quegli omini colorati sui muri, in fondo, non dispiacevano affatto.
Quasi cinquant’anni dopo, i graffiti conservano questa intrinseca contraddizione: avanguardia artistica e, insieme, vandalismo da criminalizzare. Nel frattempo, però, i graffiti hanno risalito le scalette della subway, emergendo dal sottosuolo newyorkese per insinuarsi nelle periferie – e non solo – di tutto il mondo. Ed è esattamente tra queste crepe che si muove Briciole, il romanzo d’esordio di Alessandro Pozzolo.
Il protagonista è il neo-diciottenne Pietro, figlio della Roma bene – madre impiegata di banca, padre professore universitario – ed espressione di una ribellione adolescenziale alimentata più dal rigetto e dalla vergogna per la propria estrazione che da un genuino ideale. Un conflitto che lo conduce a scontri violenti con il padre, ma soprattutto a rintanarsi in un sottobosco urbano fatto di bombolette spray, vagoni ferroviari dipinti nella notte e continue fughe dai vigilantes.
Pozzolo ci getta nel pieno di questa metamorfosi che, prima ancora di essere una trasformazione, è una febbrile ricerca d’identità. E ogni identità ha bisogno di un nome. Pietro pesca nel bacino dello sporco e del marcio – sulla scia di Johnny Rotten dei Sex Pistols o di Flea dei Red Hot Chili Peppers – conservando però il gusto per l’ossimoro:
Voglio qualcosa che sappia di marcio come delle vecchie radici che ancora si aggrappano alla terra crepando l’asfalto, o forse di fresco, una folata d’aria che sfiata dal tunnel quando passi su una grata e senti il rombo sotto.
La scelta cade su Larva, che diventerà la sua tag.
Così, da bravo burattino al sicuro nella sua casa agiata di Via Nazionale, Pietro/Larva si fa “bambino vero” tra i binari e le periferie. Ma ogni Pinocchio esige il suo Lucignolo. Quello di Pietro si chiama Sandro, viene dal Quadraro, è figlio di immigrati argentini e in quel mondo di cemento e vernice ci bazzica da sempre. I due diventano inseparabili, attratti come solo possono attrarsi gli opposti: Sandro abita a Roma Sud con fierezza identitaria, Pietro a Roma Nord con vergogna; i genitori di Sandro si disinteressano del suo futuro scolastico, mentre il padre di Pietro non perde occasione per instradarlo sulla “retta via”, sfoderando un’arma di pressione psicologica che affonda le radici nei sacrifici di tre generazioni.
Proprio nel dialogo con il passato – in particolare nel rapporto quasi platonico con il bisnonno Giuseppe – si consuma uno degli elementi più densi del libro, capace di portarlo oltre i confini del racconto underground o del semplice coming-of-age. Nel confronto generazionale pulsa il dilemma chiave dell’opera: è davvero giusto fare la scelta giusta? Dov’è il valore in una vita privata della necessità del sacrificio?
Il testo riesce ad abbozzare risposte profonde, sebbene a tratti appaia schiacciato da una forza centripeta che lo riporta sempre al nucleo tematico: «E allora fammici entrare dentro, a ‘sti graffiti». A volte si avverte l’urgenza di documentare una nicchia ancora poco esplorata dalla nostra narrativa – sul tema, in Italia, viene in mente soprattutto Dilaga ovunque di Vanni Santoni – e questa foga saggistica rischia di prevalere sulla tenuta del racconto. In quest’ottica, la brevità del testo sta un po’ stretta al suo potenziale.
Nelle sue centoventi pagine, tuttavia, Pozzolo dimostra un talento nitido, specialmente sul piano stilistico, grazie a un’alternanza di registri ben calibrata.
L’autore adotta un romanesco marcato e il gergo di strada nelle scene d’azione e di writing, per poi virare verso un italiano letterario, a tratti lirico, nelle sezioni riflessive o domestiche. Il passaggio è netto, ma mai brusco. Notevole anche l’espediente visionario della discesa delle scale, metafora ipnotica dello stato d’animo del protagonista che inserisce l’opera nel solco di una certa letteratura latino-americana, tra Borges e Bolaño.
I limiti del romanzo non dipendono tanto dalla qualità della scrittura, quanto da elementi strutturali. Il primo è l’ambientazione, una scelta obbligata data la biografia dell’autore. Tuttavia Roma tende a fagocitare lo sfondo e a farsi personaggio e protagonista. Il lettore contemporaneo è ormai quasi anestetizzato dalle narrazioni sulla periferia romana. Il secondo limite è speculare: il rischio di una certa antipatia verso il protagonista. In diversi frangenti Pietro può essere percepito come l’ennesimo adolescente viziato che gioca a fare il ribelle; un cliché già visto le cui tragedie interiori rischiano di suonare, a tratti, un po’ infantili.
Ciononostante, Pozzolo dimostra una voce autentica e un ottimo gusto letterario. Briciole ha tutte le caratteristiche del debutto imperfetto, non ancora pienamente maturo, ma innervato dal talento di uno scrittore destinato a crescere.
Giuseppe Vignanello
(immagine in evidenza di Bergadder, Pixabay)

