A chi tocca fare la cova?

La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.

E se covano i lupi, Paola Mastrocola
(Guanda, 2008)

Deve per forza esserci — nella natura più intima e impenetrabile di tutte le cose — una ragione profonda per la quale il lupo sembra essere l’animale che più si adatta al discorso filosofico. Homo homini lupus di hobbesiana memoria, certo; ma anche Il lupo e il filosofo di Mark Rowlands, un libro che si può solo leggere, non raccontare. Tutto ciò senza naturalmente considerare le innumerevoli fiabe e favole in cui il lupo ama aggirarsi, travestito da nonna o alla ricerca di succosi maialini da divorare.

A questo dittico Hobbes-Rowlands, la Nottola ha di recente aggiunto un altro pannello, trasformandolo in un trittico di indizi — i quali, si sa, fanno una prova — sulla natura intrinsecamente filosofica del lupo. Va però fatta una precisazione preliminare: la Nottola, in quanto animale non umano, non ha precisa contezza del calcolo dell’equivalenza di età tra le civette e gli esseri umani. Insomma, non sa bene a cosa corrisponda, sul piano umano, un suo anno di vita. Ecco spiegato perché, pur essendo avanti con l’età (animale), ha di buon grado pescato da una libreria polverosa il libro di Paola Mastrocola E se covano i lupi, pubblicato da Guanda Editore nel 2008; uno di quei libri cosiddetti per bambini e che tuttavia farebbe un gran bene leggere anche a tanti adulti.

Cosa faccia questo lupo nel libro è presto detto: fa la cova. Di uova, nello specifico quelle di sua moglie, la signora Anatra (l’amore può sbocciare davvero ovunque) la quale, sollevata dall’onorevole e oneroso incarico della cova, viene invitata da suo marito Lupo a trascorrere un po’ di tempo in serenità, svolazzando qui e là in attesa della schiusa. La signora Anatra conosce poco il mondo, ed è del resto sacrosanto che, prima di imbarcarsi in un ruolo complesso come quello di madre, ne faccia un po’ di esperienza. Per evitare di perdersi il momento in cui i piccoli verranno fuori, il signor Lupo le regala uno splendido timer da schiusa, che suonerà ventiquattr’ore prima, in modo tale da darle il tempo di tornare, ovunque si trovi:

“«E quando si schiuderanno le nostre uova?»

Il lupo non ne sapeva niente di quanto ci mettano le uova d’anatra a schiudersi, riteneva anzi che dovesse saperlo lei, in quanto anatra. Ma non si scompose. Analizzò per bene il quadrante del timer e vide che era ripartito in ventotto sezioni. «Ventotto giorni, credo…» […]

«Ma come fa?»

«È collegato wireless alle uova. Sente i crepiti interni credo…»”.

Ma perché il signor Lupo ha deciso di diventare il facente funzioni di sua moglie Anatra? E cosa diavolo ha a che fare con la filosofia tutto ciò? Il motivo è piuttosto semplice: il signor Lupo è infatti un insegnante di filosofia, nonché scrittore, e in quanto summa di queste due professioni conduce una vita un po’ astratta, tutta dedita a pensare e a scrivere. Purtroppo, com’è noto, la vita dei pensatori intellettuali è piena di ostacoli: pali contro cui si finisce per sbattere ad esempio, oppure rigatoni scolati inevitabilmente scotti. Sembra non esserci insomma scampo a una vita di inciampi e distrazioni, per il signor Lupo. Fin quando, un bel giorno, la moglie Anatra depone le sue splendide tre uova. Proprio in quel momento,

“davanti alla sua anatra covante, il lupo decise di non voler essere più così astratto. Voleva diventare concreto. […] «E se te le covassi io le Uova?» […]. Il lupo chiarì la sua richiesta, spiegandole che non solo voleva covare, ma desiderava farlo in completa solitudine, per prendersi interamente addosso il carico della faccenda, diventare responsabile, rispondere delle sue azioni, insomma imparare tutte quelle virtù che appartengono al vivere concretamente e fino in fondo la vita”.

Così accadrà: il signor Lupo siederà in una radura a covare le uova, e la signora Anatra svolazzerà libera nel mondo che si estende oltre il loro piccolo angolo di bosco. Nei successivi ventotto giorni però, una girandola di animali farà capolino nelle vite di entrambi: gatti, volpi, gufi, ornitorinchi, tacchini; ognuno di loro rimarrà assieme ai due protagonisti per il tempo necessario ad arabescare davanti al lettore, con delle piccole perle di saggezza filosofica — che la scrittura fiabesca e accessibile di Mastrocola riesce a veicolare senza risultare mai né stucchevole né banale — tutte le strane avventure che si ritroveranno a vivere assieme. Fra tutti, sarà un anziano riccio l’animale più importante, che accompagnerà Lupo nelle mille peripezie che — chi l’avrebbe mai detto? — seguiranno al solenne impegno preso.

Il tema dominante del libro, davvero filosofico nel suo amalgamare l’inizio, lo svolgimento e la fine di tutto, rimane in effetti la cova delle uova da parte del signor Lupo. La cova intanto come vettore di concretezza, di esperienza del mondo; ma la cova anche, in secondo luogo, come epoché, cioè come temporanea messa tra parentesi del mondo stesso, che gira in maniera vorticosa e all’interno del quale si rincorre senza sosta ciò che sembra avere sempre un aspetto urgente, essenziale, improrogabile; la cova dunque come metafora di un’attesa pienamente vissuta di “ciò-che-sta-per”, dell’attimo irripetibile in cui la cosa che deve nascere non è ancora nata, ma sta per farlo. Un tempo tutto interiore, il “tempo della coscienza” come lo chiamava il filosofo Henri Bergson.

La cova andrà a buon fine: le uova si schiuderanno, la signora Anatra tornerà a casa per osservare la schiusa per il rotto della cuffia e il signor Lupo tornerà poi alla sua vita non così concreta. Sembra dunque che, pargoli a parte, nulla sia cambiato, ma non è così: perché tutte le loro avventure avranno cambiato il mondo intorno a loro, che finalmente avrà iniziato ad aspettare. A covare.

“Ma loro due cosa ne potevano sapere? Cosa ne sappiamo noi di quanto cambia o non cambia il mondo a seconda delle cose che facciamo o non facciamo? A noi sembra sempre che fare o non fare, muoversi o star fermi sia proprio la stessa cosa e che non cambi un bel nulla. Ma forse non è così”.

Stefano Vernamonti

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