Misurare il vuoto, Caterina Villa
(Lindau, 2026)
In Misurare il vuoto, romanzo d’esordio di Caterina Villa, l’epicentro della narrazione è una roulotte parcheggiata in un luogo isolato, selvatico, sulle sponde del lago Trasimeno. A prendersene cura è Nicola, un anziano custode che, con fare discreto e laconico, si assicura che tutto sia in ordine e che i roulottanti rispettino il proprio turno, in modo che nessuno si trovi costretto a incrociare gli altri.
D’altra parte, chi frequenta il posto è alla ricerca di un momento di solitudine incontaminata; ciascuno ha il proprio privato e inenarrabile motivo per rifugiarsi lì dentro, la propria maniera di usufruire di quello spazio sicuro per i quaranta benefici minuti che a tutti, turno dopo turno, sono concessi.
Tra le persone che periodicamente frequentano il luogo, chi legge fa la conoscenza di Ofelia e di Simone. I due non potrebbero essere più diversi, per i modi in cui provano ad affrontare lutti e delusioni: Ofelia è alle prese con la recente perdita della madre, vuoto che la giovane donna prova a colmare scrivendo al suo fantasma lettere su lettere. È questo che fa ogni volta, concentrata e afflitta, quando si rintana nella roulotte. Simone invece non ha mai conosciuto i suoi genitori naturali, ha solo ricordi penosi e intermittenti delle madri affidatarie che si sono succedute negli anni. L’esperienza pare avergli impartito lezioni scoraggianti sull’amore, che nella sua vita o è mancato o è comparso coi denti digrignati e le nocche pronte a fare a botte, mostrandosi nel suo aspetto più feroce, violento e mortificante. Ha queste fattezze anche adesso, l’amore che prova e subisce dalla relazione dispotica in cui è invischiato.
Il suo rapporto con lo spazio confortevole della roulotte all’inizio è meno liberatorio, più sofferto. Simone si dice scettico nei confronti di quel posto, gli pare assurdo che solo ritagliarsi del tempo lì dentro possa essergli d’aiuto, lui che nemmeno riconosce lucidamente di aver bisogno di un qualche soccorso. Il suo cinismo si squaglia gradualmente, come chi legge riesce già indovinare, riconoscendo sul suo volto una maschera di durezza e sarcasmo cattivo che gli si addice poco e male.
La scelta del narratore esterno e della focalizzazione interna, dispositivo capace di viaggiare tra i personaggi, consente di volta in volta di calarsi nei pensieri di Ofelia, di Simone e anche di Nicola, il cui passato è un campo minato di ricordi ai quali non vuole ripensare, per paura che tornino a galla in tutta la loro dolorosissima, alluvionale energia distruttiva.
Il filo conduttore che fin dall’inizio accomuna i tre è il malessere che li costringe a sentirsi difettosi e infelici, oltre che tragicamente soli.
Quando Nicola riceve l’avviso che annuncia il sequestro della roulotte il suo sfratto, trattandosi di un catorcio senza proprietario, i tre vengono assaliti da smarrimento e indignazione.
È soprattutto Simone ad accanirsi: si mette a ideare strategie, piani d’azione, convinto che si dovrà pure riuscire a fare qualcosa, risalire al proprietario. Si mette così alla ricerca del custode misterioso a cui Nicola era subentrato, in quel ruolo di traghettatore dai passi felpati.
Si configura così il ruolo di Nicola in tutta la storia: la sua è una presenza che non spicca mai per tinte forti, ma si obbliga sempre a colori slavati, a rincantucciarsi ai margini, con la voce bassa e la testa china.
Da un lato chi legge desidererebbe sapere di più sul suo conto, oltre ai racconti stentati e singhiozzanti che si concederà; dall’altro lato però si è persuasi che il suo personaggio non possa che essere così, dimesso e tentennante, e che la costruzione della sua sagoma sia poi un tratto distintivo di tutta la narrazione che lo ospita.
Caterina Villa ha infatti dato vita a un intreccio fondato sull’ellissi, sull’omissione reiterata di certi particolari – alcuni di questi risaliranno a galla lungo la storia, altri rimarranno inghiottiti nella reticenza dei personaggi, nei non-detti che costellano i loro monologhi interiori. Mentre si attraversa la prima parte del libro, è difficile tenere a bada un po’ di impaziente frustrazione, data dalla fame di capire meglio, di sapere di più di quello che piano piano il testo dice, fornendo finalmente le coordinate necessarie alla comprensione degli accadimenti e del loro strisciante sfilare lungo la trama.
L’iniziale fatica è tuttavia compensata dalla bella lingua dell’autrice, dal grado di dettaglio con cui ci vengono raccontate le emozioni più intime e corporee dei personaggi, al punto che – malgrado i loro silenzi, o forse proprio grazie a quelle lucenti lacune – ci pare di conoscerli da vicino e di toccare con mano l’entità dei pesi che si portano addosso.
Alle vicende dei tre personaggi, che quindi prendono a coesistere in un’unica storia, s’intreccia poi una sottotrama che pare risalire dall’inferno del passato. Qui l’autrice è riuscita brillantemente a sperimentare una prosa che ha un po’ la verve della poesia. In quei brani s’infervora una voce anonima, bruciante e incattivita, che ha l’efficacissima capacità di convincere chi legge ad andare avanti per sondare il disorientante mistero che questa voce fuori campo rappresenta.
A differenza di quei romanzi che promettono di spiegare ogni cosa, sottovalutando l’intelligenza e la lungimiranza dei lettori, Caterina Villa ha invece dato prova di una capacità notevolissima: è riuscita a mostrare le ombre con le parole, senza sforzarli a dissiparle tutte. Il suo libro chiede a chi legge una notevole cooperazione interpretativa per farsi strada tra quelle sagome scure, senza appigliarsi necessariamente alla comprensione piena di tutte le ragioni dei personaggi, alcuni dei quali rimangono ermetici e forse, proprio per questo, più affascinanti.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza di TheArkow, da Pixabay)

