Il tessuto della memoria: un viaggio nell’Armadio di Gianni Denaro

Armadio di famiglia, Gianni Denaro
(minimumfax, 2026)

Sono in tanti a chiedersi: davvero, ancora autofiction? 

Sono in tanti a pensare: questa storia è troppo mia, non posso raccontarla, per lo meno non così com’è, e se proprio mi dovessi decidere a raccontarla, modificherei perlomeno qualcosa.

Qualcosa, per forza. Tipo i luoghi. Tipo le città. Tipo i nomi.

Almeno i nomi.

Questi problemi – assolutamente legittimi per chi abbia intenzione di dedicarsi all’autofiction o al memoir – non sono stati quelli di Gianni Denaro, autore di Armadio di famiglia, uscito a febbraio 2026 per minimumfax.

Nonostante sia stato silenzioso durante quel travaso di guardaroba, mamma mi scopre in azione. Mi trova in mezzo alla mia camera, davanti all’armadio aperto, circondato da vestiti.

– K’ staj cumma’annə?

Nel suo armadio, Denaro ci presenta sé stesso e la sua famiglia senza alcun tipo di filtro. Leggere Armadio di famiglia significa sfogliare un album di famiglia tramite i tessuti – e gli scheletri – che ne fanno parte, potendo parlare non solo ai nomi e ai luoghi, ma anche ai volti stessi dei personaggi. Le foto dell’armadio infatti ci raccontano la storia di Gianni nel dettaglio e da un punto di vista particolare, che è poi quello dei protagonisti del romanzo: i vestiti, i pezzi di stoffa che cambiano di anno in anno e di foto in foto, che i personaggi si scambiano fra loro assumendo via via vari significati, raccontando così le difficoltà e le avventure di una famiglia dell’entroterra siciliano. 

Nello sfogliare Armadio di famiglia, ci si rende subito conto della sua struttura salda e innovativa: Denaro fa del linguaggio una foto, e della foto un abbigliamento. Ogni capitolo si apre infatti con una foto in cui si presentano piano piano tutti i personaggi: la madre Santa, il padre Cristofero, la sorella Andrea, Gianni stesso, e altri amici e parenti che fanno parte della costellazione familiare. Tramite le foto, ma soprattutto tramite i vestiti che ritraggono, Denaro ci parla dei personaggi e del loro vissuto, delle loro relazioni, delle loro paure, del loro, in fin dei conti, crescere e ritrovarsi adulti imperfetti, mentre gli anni passano. Sono i dettagli come il cachemire, una pettorina invisibile, le righe orizzontali o verticali delle camicie, una tutina di ciniglia, ma anche e soprattutto i pigiami, a raccontarci le pieghe di questa storia.

La passione per i vestiti, per la moda, o anche solo per il cucire, è infatti condivisa da padre e figlio, ma anche dalla madre, che si scopre, seppur non appassionata di moda, una bravissima sferruzzatrice.

A ricamare intorno alle descrizioni dettagliate delle foto e dei vestiti che svolgono la storia ai nostri occhi, arriva anche la lingua: un siciliano essenziale, quello di Denaro, che si fa strada fra le maglie di quello che l’italiano non potrebbe comunicare. Così scopriamo ad esempio che il ceffone che Gianni riceve al suo quinto compleanno per aver scartato un regalo senza permesso non è un semplice ceffone, ma una strafalata; che potrebbe anche trattarsi di una tumbulata, janghata, smersa, muccata, cuzzata, lambetta, tubbetta, jargiata; e invece, è proprio una strafalata.

In una storia senza avvenimenti sconvolgenti, Gianni Denaro compie invece un’azione inaudita, costringendo il lettore a scambiarsi i vestiti con i personaggi di cui parla. 

Nel loro abbigliamento c’è un po’ di me, e nel mio c’è molto di loro. La camicia a quadrettoni, superstite degli anni ’90, l’ho trafugata dall’armadio di mamma; il pantaloncino è stato regalato a papà… 

Facciamo questi scambi poco prima di uscire da casa mia. Un minuto prima di essere fuori, mi chiedono di prestargli qualcosa. Accade spesso.

È un gioco di carnevale quello di Denaro, accompagnato da una buona dose di ironia che l’autore affina in una prosa controllata. L’autore infatti ci racconta sì della sua vita, sì di molti dettagli, sì senza filtro, ma senza esagerazioni: non c’è spazio per l’esagerazione o il pathos, non ci sono tragedie, traumi da dover ricucire.

Leggendo Armadio di famiglia succede una cosa a cui non siamo abituati: diventare spettatori di una storia senza dramma, scritta con abilità, in cui tristezza e felicità fanno parte della storia senza diventarne protagonisti, in maniera naturale, come parti della vita – in armonia. Con la sua vena ironica, Gianni Denaro fa della sua vita un racconto nuovo, di cui è impossibile vergognarsi: la sua storia, fatta di chiari e di scuri, potrebbe infatti essere la nostra.

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