“Staccare pezzi di carne dai corpi dei santi”

La carità carnale, Monica Acito
(Bompiani, 2026)

Il titolo del nuovo romanzo di Monica Acito, edito per Bompiani, allude alla setta fondata da Giulia di Marco, terziaria francescana vissuta a Napoli nel 1600, ricordata per la prodigiosa scoperta di avere delle stimmate sante tra le sue piccole labbra.
Giulia Di Marco è di fatto il primo personaggio che l’autrice mette in scena, in un prologo che sprigiona lo stesso pathos altisonante di certe pièce teatrali. Di Giulia tuttavia non si ascolterà mai la voce, ma sempre il racconto riportato delle sue gesta e della sua malasorte.

Dalla Napoli seicentesca che nelle prime pagine si scorcia, la narrazione migra poi verso il Cilento dei primi anni 2000, rurale e anchilosato nei propri inerti costumi. È lì che abita Marianeve, che incontriamo prima bambina e poi giovane donna quando, concluso il liceo artistico, si trasferirà a Napoli per frequentare l’Università.
Lodata dalle maestre per le sue qualità da ‘artista’ e adorata come una santa (espressione che è qui sia iperbolica che da intendersi in senso letterale) dal padre Sarchiapone, Marianeve fatica a comprendere quali siano i suoi veri desideri, giacché più che altro si è adattata alle aspettative riverse su di sé e sul suo talento.

Il rapporto col padre è certamente uno dei nervi scoperti del racconto: Sarchiapone è un povero cristo dalle origini campagnole che da tutta la vita si spacca la schiena insieme alla moglie in un negozietto di alimentari nell’isolata Canfora, paesino incuneato nell’entroterra cilentano. Nella nota finale l’autrice dichiara che la località è sì inventata, ma impastata con la materia di luoghi realmente esistenti, rurali e spopolati, che contraddicono la visione vacanziera e soleggiata, da cartolina, di un certo Sud Italia.
Sarchiapone da sempre venera la figlia con devozione, la guarda con occhi innamorati e ‘fessi’, la crede destinata a grandi cose e, malgrado la sua micragnosa capacità economica, si spreme di sacrifici pur di esaudire ogni suo desiderio.

Tra i due il mutuale, intensissimo rapporto d’amore è corroso dal senso di vergogna che Marianeve non riesce a scrollarsi di dosso: quell’uomo dall’istruzione scadente, i modi grezzi e le mani callose stona con l’immagine di sé che vorrebbe restituire agli altri.
I passaggi in cui si racconta dei genitori della protagonista – Sarchiapone e la Miciona, soprannome meritato dal fanatismo con cui la madre di Marianeve si prende cura della propria gatta, al punto da averne assunto certe movenze – sono tra i più riusciti e commoventi del romanzo.

La sua casa a Napoli, la retta all’università, si reggevano sul sudore schiumante di Sarchiapone, sui digiuni della Miciona, sui piedi gonfi e viola come melanzane di sua madre, i suoi sogni si reggevano sull’assassinio dei suoi genitori, sulle libbre di carne che loro si tagliavano per darle in mano a lei, sullo stillicidio di due sessantenni di paese.
(p. 318)

Il legame “ereditario” tra Marianeve e Giulia Di Marco si svela presto, benché la prima – ancora bambina – non sappia dar nome alla prodigiosa capacità che le abita tra le cosce, e che con un odore balsamico guarisce da emicranie croniche una sua compagnella di classe. È questo il primo inconsapevole miracolo compiuto da Marianeve, a cui ne seguirà un altro solo quando, trasferitasi a Napoli, inizierà a fare i conti col suo essere donna, con una coscienza sempre crescente.

Quando Marianeve scopre poi di questa disgraziata anti-eroina del passato – tacciata di eresia per il legame che aveva esperito tra la fede e il corpo, inteso nella sua carnalità, capace di vibrare di piacere – la narrazione comincia ad accogliere sempre più frequentemente excursus che viaggiano all’indietro nel tempo e provano a ricostruire l’appassionante biografia di questo personaggio controverso, su cui le testimonianze storiche scarseggiano.

Rispetto al romanzo d’esordio, Uvaspina, uscito sempre per Bompiani nel 2024, l’autrice dimostra una crescente maturità nel distillare nella sua prosa di precipitati dialettali che non prendono sono la forma di parole o espressioni, ma che a volte modellano proprio le cuciture della sintassi.
Ancora a paragone dell’altro romanzo, si apprezza qui una ‘correzione del tiro’ rispetto a una certa rappresentazione di Napoli: lì pittoresca, ritrita e stereotipata, qui più appassionata, creativa e personale, capace di far leva soprattutto su quella armonizzazione tra sacralità e quotidiano che è alla base dell’identità culturale partenopea.

Pur avendo sotto le mani una trama dalla personalità decisa e colorita, nel leggere ci si impiglia tuttavia nel sospetto che l’autrice abbia abusato della propria capacità di padroneggiare ‘belle parole’ e che abbia così rischiato di schiacciare il potenziale promettente della propria storia sotto il peso di giri di frasi enfatiche che, nel loro ridondare, cedono spesso a un effetto stucchevole.

L’autrice è abilissima a lanciarsi in impeti immaginativi che a volte producono però sequele metaforiche o similitudini fin troppo ravvicinate, per cui ci si chiede se non bastasse una sola di quelle immagini, o due al massimo, per rendere il parallelismo sufficientemente efficace.
Nel cortocircuito immaginifico a cui si costringe il lettore, invece, il rischio in cui finisce per inciampare è che si depotenzi o persino disinneschi la forza anche di quelle immagini riuscite che, nella parsimonia del ‘levare’, sarebbero state folgoranti, ma che così spariscono nell’accumulo in cui sono incorporate.

Certo non è ragionevole chiedere a scrittori e scrittrici di modellare il proprio stile sulle nostre aspettative, e a una voce tanto barocca non è giusto chiedere di esserlo moderatamente, però qui persiste comunque l’impressione che un tale affastellarsi di perifrasi dal sottotono sempre declamatorio finisca per affaticare la lettura.
E, in fin dei conti, rimangono più vive nella memoria espressioni che riescono a scintillare, luminose, perché non fa ombra su di loro il volume schiacciante di altre coppie o triplette di subordinate.
Si riporta qui un solo esempio, tratto dal brano in cui Marianeve si allontana da Canfora e immagina di salutare le compagne della sua infanzia: all’efficacia folgorante della prima frase si accoda una successione di immagini che vorrebbero amplificarla, e su cui rimbalza invece il contraccolpo di farla forse rimpicciolire, indebolire, dimenticare:

Marianeve salutò il Cilento e salutò loro. Negli anni le aveva affogate tutte, nei pozzi della sua testa.
Salutò le loro bocche spalancate, aperte verso il cibo come i becchi dei falchi corallini, i loro capelli di criature arruffate, e i loro petti che ricordavano il profilo del Monte della Nuda, un profilo di carne e spigoli; vi saluto compagnelle mie, pensò Marianeve, salutò i loro occhioni di foglia scura, le loro risate antiche che sapevano di campanelli, vi saluto amichette mie, vi saluto donne e madri di famiglia, saluto i vostri grembi, saluto i figli che avete avuto senza smettere di essere criature. E, per ultima, salutò Lucrezia, che da qualche parte avrebbe avuto sempre mal di testa e che lei non avrebbe curato mai più, che poteva essere già morta, in uno sgabuzzino della sua memoria. (p. 96)

In conclusione, val la pena viaggiare nel tempo per conoscere Giulia Di Marco e lasciarsi abbagliare dal bianco dei capelli di Marianeve, prevedendo che le si incontrerà facendosi strada in una lingua opulenta, frondosa e manierista, dove di tale stile manierista si registrano tanto le strabilianti pirotecnie quanto i limiti.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza: WikimediaImages su pixabay)

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