Il cielo è nero, la terra blu, Rossella Sorbara
(NEO Edizioni, 2026)
Il cielo è nero, la terra blu, debutto narrativo di Rossella Sorbara, si è classificato al secondo posto del Premio Nazionale di Narrativa NEO Edizioni, concorso che la casa editrice indice da qualche anno per scovare voci degne di nota nel panorama letterario nazionale contemporaneo. E che siano possibilmente voci che non scivolano via leggere (col rischio, quindi, di esser dimenticabili): l’idea del progetto editoriale pare piuttosto preferire cascate e mulinelli rispetto all’acqua cheta di una lingua già sentita altrove e di una storia che dà solo qualche carezza condiscendente al lettore, senza dissestarne troppo le aspettative.
Com’è vero anche per le altre opere scoperte grazie al Premio, questo romanzo non ha nulla di docile nella trama, né di conformista nella forma.
La voce che dice ‘io’ nella storia appartiene a una ragazzina di tredici anni; il racconto ha inizio quando nella sua scialba cittadina di provincia sbarca il circo, che ogni anno monta il proprio appariscente tendone rosso vivo in un campo abbandonato.
Questo l’incipit che immette accompagna subito in questa cittadina, per prendere atto dell’abulia dei suoi abitanti:
Nel paese in cui mi capita di vivere, l’unica cosa che succede è la nebbia.
Questo non cambia la vita a nessuno, lo so, non è che sono qui a lamentarmi, qualcuno si vede che ci doveva vivere da queste parti, per delle ragioni che non sta a me di mettermi a capire, eccetera. Mi dispiace solo che, tra tutti quelli a cui poteva capitare, è capitato proprio a me. Ma che posso farci?
Si vede che doveva andare così, mi dico.
Insomma, in questo paese la gente la vedi così poco che sembra ci sia appena stata un’epidemia di peste nera e se cammini per strada, come me, ti viene la malinconia a vedere tutte le case chiuse, le macchine parcheggiate dietro ai cancelli automatici. Io dico, secondo me, la vita, alla gente di qui, gli fa schifo. (p. 9)
L’arrivo del circo scuote la monotonia in cui è impigliata la vita di Nicoletta e di Cosimo, il suo unico amico, etichettato come squilibrato dalla massa dei suoi coetanei. I due, nella comunità di cui loro malgrado fanno parte, sanno di interpretare il ruolo di emarginati nel senso letterale e duplice del termine: sono cioè individui spinti, espulsi ai margini dall’altro, ma nondimeno in quei margini si appiattiscono volentieri, facendosi osservatori defilati e discreti.
È così, ad esempio, che la protagonista è abituata a comportarsi anche a casa, per sfuggire dalle angherie invelenite di quella lì: la ragazzina ha infatti smesso di chiamare mamma quella donna che, dalla nascita della sorellina minore della protagonista, si aggira per la casa con un’espressione sempre affranta o stizzita, pronta a tramutarsi in sfuriate crudeli con cui si scaglia di continuo contro la figlia maggiore. Le lancia addosso i zoccoli che indossa come ciabatte, le rinfaccia di essere nata e di averle rovinato la vita, la costringe a tapparsi in bagno per sgattaiolare dai suoi violenti inseguimenti.
Perciò, dopo la visione di una donna che, tra le artiste del circo, le pare così simile a sua madre com’era prima – affascinante, affettuosa, piena di premure e con l’odore di buono addosso, e non insaccata sempre da una vestaglia stinta – la protagonista si convince che dev’essere avvenuta una ‘sostituzione’: forse sua madre è stata rapita dai circensi, e quella lì con cui lei si ritrova a convivere è un suo surrogato guasto, una sua versione aliena e incattivita.
Questa speranza innerva tutta la storia e dà alla ragazza la forza di andare avanti e cercare altrove l’amore che, nel suo microcosmo familiare, le è stato ferocemente negato.
Come si pregusta già a partire dall’incipit riportato sopra, la lingua ancheggia fin da subito con un deciso portamento colloquiale: inciampa in anacoluti, abbonda di ‘che’ polivalenti, dispensa con fare compiaciuto ripetizioni, sgrammaticature e deformazioni della sintassi, qui slogata in costruzioni che restituiscono un riconoscibilissimo effetto di mimesi del parlato.
In questa peculiare maniera di modellare la lingua letteraria, la voce dell’autrice ricorda da vicino quella di Paolo Nori, con la sua inconfondibile prosodia dai lasciti regionali.
In più, per rimanere sempre nel Nord Italia, altri testi che con l’esordio di Sorbara intrattengono un rapporto di ‘affratellamento’ sono ad esempio quelli di Mattia Grigolo (si pensa specialmente a La raggia e a Gente alla buona), il recente Oppure il diavolo di Luca Tosi: romanzi in cui campeggia il racconto di una provincia asfittica, ignorante, inchiodata alle proprie abitudini come a una croce.
La voce che la racconta sceglie quindi di contaminarsi di un certo idioletto, a cui corrisponde una visione del mondo, che per questi personaggi è piccolo piccolo, come una gabbia per uccelli o una scatola di latta.
E però, nella voce della ragazzina protagonista de Il cielo è nero, la terra blu, malgrado il senso di chiusura, ignoranza e squallore che avverte attorno a sé, pulsa comunque il vitalissimo desiderio di emanciparsi, di diventare altro e persino di fondare un altro mondo, all’indomani di un’apocalisse di cui si paventano gli effetti:
I Signori della Desolazione… avevo tirato fuori il biglietto dalla tasca e lo avevo guardato di nuovo.
Eravamo andati avanti così tanto, a immaginare quel mondo, che era come vivere un’altra vita, ve lo giuro e ogni volta aggiungevamo un pezzo.
La cosa più bella era quando ci inventavamo che poi, nella Desolazione, incontravamo altri mutanti come noi e questi ci volevano bene, perché erano gente che ci assomigliava, non come le facce di merda dei nostri compagni.
[…] Allora poi, con questi sopravvissuti, ricostruivamo il mondo, lo facevamo bello, tutto senza bombe atomiche, senza facce di merda, senza razzisti che ti urlavano terrone, marocchino o zingaro […], (p. 134)
In conclusione, con lo spirito del romanzo di formazione Il cielo è nero, la terra blu ripercorre alcune delle tappe dell’apprendistato affettivo di una ragazzina sulla soglia dell’adolescenza che racimola da sé, come può, gli strumenti con cui darsi una forma: legge Dostoevskij; cerca di capire a tentoni i prodromi d’innamoramento che le germinano dentro; si lascia ipnotizzare dal fascino dei contorti discorsi filosofici con cui la sorella maggiore di Cosimo, studentessa universitaria a Torino, la stordisce; prospetta l’apocalisse solo per il gusto d’immaginarsi un mondo nuovo; fa di tutto per non odiare la madre seppure, dal suo punto di vista (che poi coincide con quello di chi legge), lei la odia.
L’autrice ha raccontato la complessità di questo rapporto che è un groviglio di ambiguità e passi falsi, senza indugiare mai in sbrodolature stucchevoli o deludenti banalizzazioni, il tutto con una lingua fresca, energica, che sa esattamente quello che vuole, risultato più che ammirevole se si tiene a mente che questa è la sua prima prova narrativa.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza di Joenomias da Pixabay)

