L’aneddoto dei calchi, Maria Teresa Rovitto
(TerraRossa Edizioni, 2026)

Pubblicato ad aprile 2026 da TerraRossa Edizioni, L’aneddoto dei calchi è il romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, già autrice di testi per riviste come Nazione Indiana e In allarmata radura e per le antologie L’ordine sostituito (déclic edizioni) e L’ora senza ombre (Pidgin Edizioni). Nel 2025 ha inoltre vinto il concorso Esordi di pordenonelegge con la silloge Beautiful feet – أقدام جميلة (La Gialla – Samuele Editore). Non stupisce che L‘aneddoto dei calchi sia collocato nella collana Sperimentali, considerata la scrittura metaforica, stratificata, magnetica, la struttura ellittica e libera dalle convenzioni, e l’indagine minuziosa sul rapporto tra arte e vita, intesa sia come βίος (bíos) sia come ζωή (zoé). Quest’ultimo termine, non a caso, è anche alla radice del nome di uno dei personaggi principali, Zoa.
«La caratteristica principale di ogni tessuto vivente è la capacità di reagire a uno stimolo; questo può essere di natura fisica, chimica o meccanica e, in ogni caso, produce nel tessuto uno specifico cambiamento di energia. Questa forma di eccitazione può essere una inibizione o un aumento della funzione specifica dell’organo».
Al centro dell’opera c’è il corpo. Esposto, disciplinato, consumato, desiderato, osservato, sacrificato, malato. Parlando di stratificazione, si potrebbe dire che l’arte con la sua sublimità è il primo livello, il corpo con i suoi bisogni è l’ultimo. Ma non sono affatto distanti, anzi, sono legati a doppio filo. Basti citare la performance da cui il romanzo di Maria Teresa Rovitto prende le mosse.
Nel 2010, a Napoli, all’interno dell’ex Mercato Ittico progettato da Luigi Cosenza, Vanessa Beecroft realizza VB66. La performance artistica coinvolge decine di modelle nude, dipinte di nero da capo a piedi e disposte sui banchi di marmo, costrette a restare immobili per circa sei ore sotto lo sguardo del pubblico.
La messa in scena richiama i celebri calchi di Pompei, con i corpi che sembrano statue o resti carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in bilico tra vita e morte. Il corpo femminile è dunque insieme opera d’arte, oggetto di contemplazione, centro percettivo e emblema di vulnerabilità. Ed è proprio questa immagine l’innesco per L’aneddoto dei calchi, l’inizio della ricerca.
«Erano state svuotate dalla performance e voleva svuotare ancora. Era stato un momento di massima concentrazione di esperienze e sensazioni che nella realtà sono invece diluite nell’opaco e nella frenesia dei giorni e dei mesi: pudore, vergogna, attrazione, competizione, solidarietà, finzione, paura, noia, stanchezza, immobilità, costrizione, annichilimento, estasi, attesa, distanza, desiderio di comunicare, toccarsi, trasformazione, essere vive, essere morte. Il reale, in confronto, era un tempo blando e accidentale. Un posto dove reimparare a camminare».
Tra le protagoniste della performance di Vanessa Beecroft nel libro ci sono Livia e Zoa, due lati di una sorta di triangolo ambiguo che coinvolge anche Bruno, fidanzato di Livia. Il loro legame, cementato da VB66, passa soprattutto per il corpo, ma si nutre anche di attrazione, dipendenza e competizione, e si muove sullo sfondo di un universo precario, con il quale Maria Teresa Rovitto sembra raccontare anche una generazione sospesa, povera e colta allo stesso tempo, sempre esposta al giudizio degli altri e incapace di trovare un’appartenenza, nonostante la cerchi con affanno e disperazione.
Livia è una ex ballerina e, attraverso il suo sguardo, la danza, la performance e l’archeologia vengono raccontate come pratiche di controllo e sopravvivenza. Zoa è una giovane artista greca, inquieta, nomade, approdata a Napoli dopo aver attraversato diversi Paesi europei. Porta con sé un passato frammentato, traumatico, che Livia cerca di decifrare, ma senza successo, soprattutto una volta che la performance è terminata e la vernice nera scivola nello scarico insieme all’acqua sporca.
Anche il rapporto tra Livia e Zoa finisce per deteriorarsi, a conferma che tutto nel romanzo ruota attorno alla tensione tra forma e decomposizione. I corpi devono resistere, mantenere una postura, diventare simboli, mentre dentro continuano a sfaldarsi.
Persino Napoli assume i contorni di un personaggio, un organismo in putrefazione. È una città carnale, piena di viscere e scorie. L’autrice la descrive attraverso tubature che sputano residui, forni notturni, scale consumate e vicoli umidi. Una città che sembra scavare dentro chi la attraversa e che trova la sua prosopopea in Patty, una figura-cerniera tra il passato di Livia e la sua vita dopo Zoa, Bruno e la performance.
Patty è titolare di un negozio vintage nel centro storico di Napoli, dove Livia finisce per lavorare, ed è una drag queen. Ironica, teatrale, leggera in superficie ma malinconica nel profondo. Per Livia è anche una sorta di guida, una voce lucida e quasi filosofica che dietro ai consigli nasconde un’ossessione per la propria immagine, tanto da descrivere la sua routine serale come una “imbalsamazione”. Ecco che torna il corpo.
«Zoa voleva andare via perché ormai la vernice era quasi sbiadita dal suo corpo. Lei diceva, Vado via per ciò che resta della Grecia, ma Livia sapeva che era per la vernice. Segno che la realtà, (inter)rotta dal buco della performance, tornava».
La scrittura di Maria Teresa Rovitto è il vero elemento distintivo del romanzo. Densa, colta, sensoriale. Le frasi si accumulano come sedimenti, seguono movimenti circolari, tornano spesso sugli stessi nuclei. Un romanzo che richiede una lettura immersiva e una disponibilità ad apprendere nuove nozioni e a lasciarsi attraversare da immagini e percezioni.
Colpisce soprattutto la capacità dell’autrice di tenere insieme registri diversi. La riflessione teorica sull’arte contemporanea convive con la concretezza brutale della materia organica, la filosofia con la decomposizione, il sesso con la vergogna. Il romanzo è disseminato di riferimenti artistici, archeologici e religiosi ed è ricco di strati e metafore che però celano una domanda fondamentale: cosa resta di noi quando il corpo cambia, si deteriora, smette di essere bramato o riconoscibile?
L’aneddoto dei calchi sembra interrogarsi di continuo sulla possibilità di lasciare una traccia, di sopravvivere allo sguardo degli altri e persino a sé stessi. Come i calchi di Pompei, anche i personaggi di Maria Teresa Rovitto tentano di trattenere una forma mentre tutto, dentro e fuori di loro, continua a consumarsi.
«Affinché qualcosa nasca – qualsiasi cosa, a cui solo dopo molto tempo sarà possibile dare il nome che più si avvicina alla realtà che è stata – è necessario che ci sia un vuoto da molto tempo. Che lo sguardo si posi, è necessario non rimandare il contatto».
Marta Grima
(immagine in evidenza di Foto di Fernando Wiiz da Pexels)
