Se i computer scomparissero dal mondo

Notturno elettronico, di Hugo Bertello
(TerraRossa Edizioni, 2026)

copertina del romanzo Notturno Elettronico

Nella sua prefazione a ho sognato una rete intergalattica, raccolta di saggi del visionario J.C.R. Licklider edita dalla Luiss University Press, Luigi Laura afferma: “Si dice che la fantascienza preveda e anticipi la scienza, ma in realtà spesso sono gli scienziati a essere ispirati da quello che da ragazzi avevano letto nei racconti di fantascienza e, da adulti, cercano di ricreare.” Se abbracciamo questa convinzione, diventa logico pensare che il modo in cui oggi sceglieremo di raccontare la tecnologia nella narrativa avrà un impatto fondamentale sulle direzioni in cui lo sviluppo tecnologico sarà in grado di evolversi in futuro.

Lo sguardo che autori e autrici scelgono di assumere quando parlano di tecnologia diventa in quest’ottica decisamente rilevante. Tra queste voci spicca quella di Hugo Bertello, il cui romanzo d’esordio, Notturno elettronico, è in libreria da qualche settimana per TerraRossa Edizioni.

Il primo aspetto per cui il romanzo si distingue è la scelta dell’ambientazione: Bertello ignora le più recenti innovazioni tecnologiche e colloca una storia che parla di algoritmi, programmazione, cultura hacker e controllo negli Anni Dieci, prima che l’intelligenza artificiale incidesse inevitabilmente sul nostro immaginario tecnoscientifico. Un contesto storico, però, perfetto per quello che la storia vuole raccontare – un movimento hacker che pianifica la fine della tecnocrazia nel nostro mondo.

Il protagonista, Ricardo, è un giovane programmatore trapiantato a Helsinki più per le circostanze che per una scelta ponderata – e, come mette in chiaro fin dalle prime righe, anche la sua carriera ha seguito un po’ la stessa scia: l’informatica è un ripiego dopo il fallimento di un percorso di ricerca nella matematica pura. Sostanzialmente insoddisfatto della sua vita e della sua carriera, Ricardo si circonda di una serie di personaggi più o meno visionari e scollegati dalla realtà fino all’incontro rivelatore con Yana, una giovane donna che sarà il suo punto di contatto con un gruppo di scalcagnati aspiranti hacker. Yana e i suoi amici hanno un obiettivo cristallino: mettere a punto un virus in grado di hackerare tutti i sistemi informatici del mondo, portando al collasso la cybersecurity globale e restaurando un mondo privo di elementi tecnologici. Per riuscirci, hanno bisogno della matematica.

La tecnologia, progredendo, consente un maggiore accentramento di potere. Pochi individui possono controllare le vite di milioni di persone. Va eliminata l’infrastruttura che rende possibile una tale disuguaglianza.” Così, a grandi linee, si possono riassumere le motivazioni che portano il gruppo a questa decisione drastica. All’inizio, Ricardo si unisce alla missione più per coltivare il rapporto con Yana che per una vera condivisione degli obiettivi del progetto, presto però i due piani si sovrappongono e tutti gli aspetti etici e pratici correlati reclamano la sua attenzione.

Letteralmente, il verbo to hack significa manomettere, modificare: ci fa subito pensare all’azione e al fare, una dimensione che non è immediato associare alla figura del matematico – nello stereotipo, contemplativa, ferma, cristallizzata in un mondo che non sempre coincide con quello reale. Da questa prospettiva, risulta emblematico il personaggio fumoso, citato solo in assenza eppure fondamentale per lo sviluppo della storia, del matematico Grigorij Pereleman: il suo lavoro può essere decisivo per l’attuazione del piano, ma è irraggiungibile (almeno per vie legali) perché ha deciso di non pubblicarlo e capitalizzarlo. Un atteggiamento singolare, soprattutto se collocato all’interno del sistema publish or perish che obbliga chi lavora in accademia alla produttività a tutti i costi.

Mentre Pereleman rimane cristallizzato nel suo mondo puro, fatto di sola teoria, Ricardo e il suo amico e collega Hamid decidono di passare alla pratica e usare la matematica praticamente per mettere a punto un piano hacker. Curiosamente, nessuno dei due si proietta concretamente nel futuro privo di tecnologia che stanno cercando di costruire: i loro impieghi si basano sull’informatica e nel mondo post-virus smetterebbero di esistere. Il lavoro, però, diventa presto un aspetto marginale della vita rispetto al senso di appartenenza e coesione che fare parte del progetto trasmette ai suoi partecipanti.

La bislacca avventura di Ricardo e dei suoi compagni viene raccontata con uno sguardo curato e attento al dettaglio, ma sempre scanzonato, a un passo di distanza dal cuore degli eventi. Questo spazio rende la lettura più interessante e agevole e aiuta a contestualizzare le divagazioni sulla storia della tecnologia e sulle backstories dei personaggi.

La cornice degli eventi è una Helsinki che sfugge allo stereotipo di città fredda e piatta per rivelarsi casa di un’umanità sfaccettata e unita da esigenze comuni: tra foreste isolate da tutto e karaoke pieni di vita, la città si presta perfettamente a fare da sfondo al tentativo dei protagonisti di costruire un’alternativa collaborativa a un presente che non sembra più in grado di rappresentarne le istanze.

La scorsa notte, mentre ammiravo le stelle, ho pensato: l’universo si espande. Anche la luna si allontana di circa dieci metri dalla terra ogni anno.
Perché tutti ci stanno lasciando?
(p. 169)

Al di là di ogni esercizio di stile e esperimento di what if, la sensazione attualissima con cui ci lascia la lettura di Notturno elettronico è proprio questa: la malinconia che deriva dalla necessità di sapere che c’è qualcuno, là fuori, che ci è vicino, e lotta e si impegna per degli obiettivi in cui è facile identificarci.

Loreta Minutilli

In copertina: Foto di Franz Bachinger da Pixabay

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