La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.
E allora siamo andati via, Michael Kimball
(Adelphi, 2001 – trad. Paolo Dilonardo)

Alla storia della copertina che fa vendere i libri, da navigata intellettuale della bancarella, la Nottola ha sempre creduto poco. Eppure, una volta pescato nella confusione E allora siamo andati via, scritto da Michael Kimball, ha capito di aver scelto proprio questo, tra i libri usati, precisamente per la copertina che Adelphi ha scelto per lui nel 2001, un anno dopo la pubblicazione del romanzo negli Stati Uniti.
La copertina dell’edizione italiana riporta infatti una foto di Allan Grant, fotografo americano che nel 1948 viaggia lungo la Route 30 — una delle arterie che collega le due coste degli Stati Uniti — collezionando alcuni suggestivi scatti di un’America post-bellica: forse uno dei migliori omaggi al desiderio innato dell’essere umano di alzarsi e partire, anche senza obiettivi e direzioni precise. Eppure, la sensazione che si ha guardando la foto in copertina è di senso completamente opposto a quello che il suo autore aveva immaginato per lei: a volte basta poco per rovesciare l’afflato di libertà che si rincorre lungo l’assolato asfalto in una fuga disordinata dalle proprie tragedie. A volte basta solo un titolo. Ed è così che un furgoncino, fotografato da Grant mentre viaggia scalcagnato e speranzoso verso l’ignoto, diventa l’analogia di un disperato allontanarsi da qualcosa.
Questo effetto di straniamento derivato dalla relazione fotografia-scrittura sulla copertina è però interessante per un secondo motivo, che si scopre una volta iniziata la lettura: il romanzo di Kimball opera infatti lo stesso rovesciamento con uno dei tropi della letteratura americana e cioè con the road, la strada. Dimenticatevi Jack Kerouac o Sons of Anarchy: in E allora siamo andati via c’è una famiglia che, dopo aver sofferto la morte del più piccolo dei tre figli, decide di trasferirsi dal padre di uno dei due genitori. Per far ciò, la famiglia intraprende un lungo viaggio che da Mineola li porterà a Gaylord: un padre, una madre, un fratello e una sorella, e soprattutto il cadavere sepolto e subito riesumato di un bambino chiuso nella propria piccola bara, all’interno del portabagagli dell’auto. Un’identità familiare che si disgrega progressivamente lungo le strade americane dove, per proseguire il viaggio, la famiglia si trova di volta in volta a dover vendere i propri averi materiali. A testimoniare gli eventi dalla casa di Mineola alla casa del “babbo grande”, alternandosi alla cinepresa, sono i due bambini, autori di due racconti connessi dalla trama ma slegati nelle loro costruzioni autonome.
“Tutta quella roba ci ha fatto arrivare fin là. Attraverso tutti quei paesi dove ci siamo fermati e tutti quelli dove non ci siamo fermati fino a quando non siamo arrivati a Gaylord […]. Abbiamo continuato a barattare la nostra roba per chilometri e chilometri. Abbiamo barattato la nostra vita con quella di altre persone, gli abbiamo dato quello che forse poteva capitarci e in cambio abbiamo preso quello che ci è capitato davvero”.
Identità familiare e oggetti personali stanno fra loro in un rapporto metonimico, nel romanzo: l’idea di “sé esteso” mutuata da Russell Belk — l’idea che i nostri beni materiali diventino un’estensione della nostra identità — e proposta in una posa letteraria davvero icastica. In questo senso, la domanda di Kimball è sgradevole ma legittima: fino a che punto è possibile che una famiglia si regga, senza l’apparato materiale che in maniera visibile ma delicata la circonda, quasi trasparente, sorreggendola? Che siano i soldi, dei gioielli, oppure bambole, vestiti, quanto di tutto ciò è spago familiare, colla tra frammenti, e quanto una semplice appendice? Perché se è vero che è la morte del più piccolo a innescare questa catabasi familiare, è altrettanto vero che in ogni tappa, a ogni frammento venduto per poter proseguire la discesa, l’indifferenza e la disperazione percolano nella sostanza familiare sempre più disgregata, porosa:
“Quando barattò il suo temperino con quell’uomo mio padre si allontanò da noi e si chiuse anche dentro lui stesso. Barattando quel temperino aveva anche barattato il tempo che poteva passare con me e mia sorella. Non ci badava più e non ci guardava nemmeno più allo stesso modo”.
E così la madre:
“Ma quell’altra madre prese qualcosa di più della borsetta di mia madre e di tutte le cose piccole che c’erano dentro. Si prese anche la faccia che mia madre si truccava coi trucchi. Dalla faccia e dagli occhi di mia madre vedevamo che erano sempre di più le cose che le mancavano dentro e lei non poteva più coprire”.
Questi spari nel buio sono però nel romanzo semplicemente giustapposti. Non c’è davvero una narrazione organica a sostenerli, fosse solo per il semplice fatto che quest’ultima segue la linea aritmetica e alternata del punto di vista della bambina e del bambino; i quali cumulano fatti senza trarne mai davvero qualcosa. Ma è necessario? Non sono in fondo soltanto due bambini che cercano con capriole poetiche e parole semplici di fare i conti con il dolore? Forse qui si scontrano diversi modi di intendere ciò che la letteratura dovrebbe fare. A seconda del proprio gusto, quella di Kimball è una scrittura che tenta o respinge. Rimane il fatto che sia una scrittura profondamente interstiziale, che si infiltra fra le proprie crepe e le spacca, in una maniera a volte tanto semplice da essere disarmante:
“Viaggiammo fin là continuando a ballonzolare su e giù dentro la nostra macchina-casa per tutta la strada. La testa di mamma andava su e giù e quella di papà pure. Mio fratello si teneva la pancia e il mio didentro mi tremava quando saltava su e poi ricadeva giù e era tutto vuoto. Si sentiva il mio fratellino che rotolava contro i fianchi della cassettina e dentro il portabagagli e il rotolio te lo sentivi anche dentro lo stomaco”.
Stefano Vernamonti
