Veneri deformi, Yasmina Pani
(NEO Edizioni, 2026)
Con Veneri deformi di Yasmina Pani NEO edizioni inaugura una nuova collana di non fiction, dal titolo Diversioni. Se è vero che possono scovarsi infiltrazioni sottopelle tra la narrativa e tutto quello che non è rubricabile come finzione ‘pura’, con questo recente progetto la casa editrice indipendente si dice pronta a raccogliere materiale interessante, pur se non modellato univocamente dal linguaggio a cui la narrativa ci abitua.
Dare il via alla collana con una pubblicazione come Veneri deformi è senz’altro una decisione interessante, leggibile come una vera e propria scelta di campo in sintonia con la sensibilità contemporanea e con l’urgenza sempre più ubiquitaria di moltiplicare le vie attraverso cui accedere al discorso sui disturbi alimentari. Discorso che, rispetto a una ventina d’anni fa, sta scrollandosi di dosso con decisione rimasugli di luoghi comuni e stereotipi che pure l’avevano inquinato.
Nel libro, Yasmina Pani adotta il suo punto di vista senza indossare la maschera di un alter-ego né ricorrere a risorse dell’autofiction (virata, quella, che avrebbe invece avvicinato l’opera alla letteratura, mentre il testo se ne tiene alla larga).
Nel raccontare la sua esperienza di bulimica, l’autrice attinge dichiaratamente all’archivio della propria esperienza personale e non s’avverte mai nella sua voce l’arrogante tentativo di universalizzare o dare un nome univoco alle cose.
Certo, è ammissibile dedurre che certi meccanismi – inanellati in veri e propri pattern – si ripetano e siano comuni a numerose esperienze di persone con disturbi del comportamento alimentare; ciononostante non s’avverte mai, da parte della voce che dice io, l’intenzione di afferrare un megafono e farsi portavoce di diagnosi valide per ogni situazione.
A essere scandagliato quindi è unicamente il racconto dell’incrudelirsi dell’autrice nei confronti del proprio corpo. Nella prima parte del libro, in più, ne troviamo ripercorsa più la fenomenologia che non il mondo subconscio delle ragioni profonde, investigate sì attraverso la psicoterapia ma a cui nel libro l’autrice non fa che radi e intermittenti accenni.
Nei primi capitoli vengono descritte le varie fasi del disturbo, che con una solennità da quasi tragedia greca figurano come entità personificate: il Digiuno, l’Abbuffata, il Rito.
Al tremendo trittico si agganciano poi altri aspetti del problema, che vanno dall’ossessione perfezionistica al rapporto con gli specchi, dal corpo sessualizzato all’invidia nei confronti dei corpi altrui.
Tra le qualità dell’opera di Yasmina Pani va certamente riconosciuta la franchezza di cui sono permeati tutti i ragionamenti, che paiono obbedire al coerente intento di ‘raccontare la propria versione dei fatti’. E quella non può prescindere di certi dettagli morbosi, ributtanti, che possono generare repulsione e allarme in chi legge.
Il lettore che non si sia mai inoltrato in un racconto tanto onesto sui disturbi alimentari potrebbe infatti scontare il rischio di sentirsi spiazzato, se non disturbato, dall’approfondimento di certe dinamiche psicologiche in cui qui riesce a sbirciare. Ma dopo aver letto Veneri deformi quel lettore può dirsi quantomeno permeabilizzato a una sensibilità che gli è stata resa accessibile: ora sa – perché gli è stata urlata contro – che esiste una complessità frastagliata e contorta dietro ogni disturbo alimentare, anche se ha guardato solo dentro quello dell’autrice, rappresentato senza censure né edulcorazioni.
Tra gli snodi del discorso che a mio parere risultano più interessanti – perché davvero nuovi – c’è l’insistenza sul modo in cui l’autrice concepisce il corpo, considerato nella sua esteriorità di involucro:
Il problema è il corpo. Non credo che ricopra particolari significati simbolici. Non per me. È solo un corpo, e il fatto che sia mio è soltanto l’aggravante, dovuta al fatto che è un corpo orribile: deforme sotto più aspetti e deciso a non rispondere ai miei comandi. […]
Spesso, alle persone con disturbo alimentare, chi non conosce i disturbi alimentari e vuole motivare coloro che ama dice che hanno solo dei modelli irraggiungibili in testa, perché li vedono altrove. Una cosa vera c’è: un modello, in testa, irraggiungibile e meraviglioso; ma non ha niente a che fare con il corpo altrui. […] Semplicemente il mio corpo, non essendo per me mio, ha nella mia mente tutt’altra fattezza. (p. 43)
Veneri deformi è perciò sì apprezzabile per la novità che rappresenta, ma non tanto nei contenuti che raddensa, i quali erano già stati approfonditi con puntualità estrema ben prima di oggi: si pensi al coraggio pionieristico insito in Tutto il pane del mondo. Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia di Fabiola LeClerq, uscito nel 1994, e cioè quando i disturbi del comportamento alimentare non avevano ancora trovato spazio nel discorso pubblico.
La sua originalità è piuttosto ravvisabile nel tono scelto: confessionale, colloquiale (ai limiti della trasandatezza in certi punti, ma che si giustifica alla luce di un’intenzionalità precisa, che è quella di essere il più chiara e diretta possibile). Soprattutto, qui si rinuncia a una chiusura consolatoria o motivazionale, lasciando aperto quell’agone col corpo da sempre detestato.
Così come non insegue diagnosi né ripercorre gli sviluppi della terapia, alla fine l’autrice non cerca il riscatto né inocula nel lettore la speranza di una guarigione possibile, ma lascia aperta la visione problematizzante che per tutto il libro ha guidato il suo sguardo.
Viviana Veneruso

