Lo sbilico, Alcide Pierantozzi
Einaudi editore, 2025
Quando ho cominciato a leggere Lo sbilico, non avevo idea di cosa mi aspettasse davvero. Cosa mi aveva attirato: anzitutto il titolo. “Sbilico” non è una parola ufficiale, non fa parte del vocabolario dell’italiano standard, esiste “bilico”, tipicamente preceduto dalla preposizione “in”, e che solitamente richiama alla memoria – quantomeno a quella di una generazione di italiani millennial – santi, falsi dèi e tutti i miei vorrei. Eppure, se ne intuisce il significato o una interpretazione di significato. Le parole non ufficiali, che siano neologismi o casi unici – quelli che a critici e filologi piace chiamare hapax legomenon, dal greco antico per “detto una volta sola” –, se composte sono come un gioco: non privo di incognite, ma dalle regole chiare.
In secondo luogo, mi aveva attirato la copertina. Pochi colori espressivi, una sagoma precisa ma essenziale, un contrasto violento tra il bianco e il nero e tutto il resto in violente o tenui sfumature di rosso. Un volto che guarda altrove e si sottrae.
Infine mi ha colpito – casuale inciampo su Instagram – la somiglianza tra la figura in copertina e l’autore. Mi ha fatto pensare a una certa sovrapposizione, reale o fittizia, di biografia e autobiografia, prima ancora di leggere la sinossi (complimenti al grafico).
La seconda cosa che so è che dopo una decina di pagine volevo già regalare questo libro al mio migliore amico (l’ho fatto), e dopo uno, due capitoli pensavo di star leggendo qualcosa di diverso da tutto quello che ho letto finora. E ora che ho finito di leggerlo, continuo a pensarlo. Non è un libro facile da definire, ma devo provarci.
Lo sbilico è una autobiografia, ma l’autobiografia di un narratore tanto iper-consapevole quanto inaffidabile, ed è in questo scarto che si gioca l’intera partita: tra razionalizzazione e dolorosa impossibilità di ricondurre tutto alla ragione, tra studio paziente delle proprie traiettorie di pensiero, logiche solo personali, e accettazione combattutissima di quello che non può essere ingabbiato o incasellato.
Ho scritto a matita, cominciata la lettura: onesto scarnificato, libretto di istruzioni. Onesto scarnificato: Pierantozzi si scava di continuo, cerca di guardarsi con tutta la schiettezza possibile, più diretto che può, senza giri di parole, senza imbellimenti, si toglie la pelle e si mette a nudo, che nel suo caso significa spesso cercare di spiegare l’inspiegabile, o in alternativa: limitarsi a descriverlo, ma nel modo più completo che riesce, spesso camminando in zone grigie ben al di là del comfort di una conversazione bene. L’autore non è qui per addomesticare il malessere o renderlo socialmente accettabile o meno scomodo.
Libretto di istruzioni: nella descrizione maniacale del suo pensiero e del suo male, Pierantozzi è ossessionato dal cercare di capire, di rintracciare pattern o regole nell’irriducibile, cerca disperatamente una prevedibilità in cui trovare conforto, cerca di spiegare e di spiegarsi, chiede di essere capito e non etichettato. Chiede di stare nella scomodità, di accettare la compresenza di quello che si fa fatica a vedere come coesistente: una malattia mentale con un intelletto vivacissimo, un funzionamento mentale diverso – neurodivergenza – con una capacità lessicale e creativa rara, degna di autori e poeti più o meno vicini al nostro canone rassicurante di persone “normali” (ma quanti grandi autori, poi, definiremmo del tutto in pace col loro cervello?).
Soprattutto, l’eccessiva intellettualizzazione spesso diventa un modo di evitare di sentire, cercare ossessivamente di capire diventa il tentativo di trovare una via di fuga; scavare per cercare di trovare l’origine, la radice del male, non ne cura i sintomi. Ma il viaggio all’indietro che fa Pierantozzi nei ricordi, quelli d’infanzia, quelli del periodo precedente al peggioramento, serve ad aggiungere tasselli al quadro, a vederlo meglio.
Il titolo è una dichiarazione: non solo tematica – studiare alla luce, al microscopio, l’eterno spazio liminale tra stabilità e crisi – ma anche stilistica. L’autore ha una curiosità, un’attenzione estrema per le parole, le parole desuete, le parole espressive, le parole inventate: le usa per parlare del suo altrettanto desueto mondo interiore, arrivando a dipingere passi fortunatissimi che nulla hanno da invidiare ai maestri del romanzo.
Il mondo emotivo ha una sua complessità a parte. Gestire la sfera sessuo-affettiva è particolarmente difficile, per una persona affetta da un disturbo psichiatrico grave. Sono forse in queste pieghe le pagine più difficili de Lo sbilico, difficili da leggere, accettare e masticare. Eppure è necessario parlarne; il ruolo dei caregivers passa spesso sotto silenzio. Così come è necessario parlare di traumi infantili, di desiderio, di sesso e di libido e di tutte quelle cose pruriginose di cui a maggior ragione non si vuole sentire se in rapporto a disabilità o malattia – di per sé zone grigie del parlato possibile.
L’equilibrio ne Lo sbilico è impossibile – ma Pierantozzi riesce a coniugare cronaca (personale e familiare) e indagine, narrazione e memoria, razionalità e allucinazione, innominabile e sentimento, una strabiliante creatività lessicale con accurate descrizioni mediche, con una lucidità inattesa anche nei momenti di perdita del controllo assoluta, districandosi tra le medicine e i farmaci e l’ipocondria e l’anedonia.
Scrivere non è una cura, l’autore è molto chiaro a riguardo: la terapia è quella farmacologica. La scrittura non è neanche un riscatto, forse è una traccia, forse un seme. Possiamo dirlo? Il vincitore morale del Premio Strega 2026.
Alessia Angelini
Immagine di copertina: Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-persona-gambe-in-piedi-6799844/

