Terra vergine e altri racconti, George Egerton
(8tto Edizioni, 2026 – trad. C. Fabaro)
C’è una sensazione che risulta piuttosto famigliare a chi ama leggere recuperi letterari di scrittrici di cento o centocinquant’anni fa: è il momento in cui alziamo lo sguardo dalle pagine, guardiamo un punto imprecisato nel vuoto o la persona che si trova malauguratamente accanto a noi e ci chiediamo ad alta voce: “Ma come ha fatto a scrivere queste cose, a quel tempo, senza essere tipo bruciata viva?“
Spesso ci rispondiamo da sole: la visionaria scrittrice sarà anche sopravvissuta alla caccia alle streghe, ma è stata di certo subissata di critiche e dimenticata in fondo a una libreria polverosa praticamente fino a oggi, che non è un destino particolarmente più desiderabile. Ecco, questa dinamica rispecchia perfettamente le opere e la vicenda editoriale di George Egerton, una delle autrici più importanti del fin de siècle inglese, comparsa di recente sulle librerie italiane con la raccolta Terra vergine e altri racconti, edita da 8tto Edizioni e curata da Debora Lambruschini.
All’anagrafe Mary Chavelita Dunne, la scrittrice pubblicò la sua prima raccolta di racconti, Keynotes, nel 1893, all’età di trentaquattro anni. La sua carriera letteraria fu breve e frammentaria: dopo alcuni anni di scrittura in cui si alternarono per lei successi e critiche feroci, scelse di abbandonare per sempre il mondo della letteratura in seguito a un evento traumatico, la morte del figlio nel 1915 al fronte. Il suo pseudonimo unisce il cognome da nubile di sua madre, George, a quello del suo primo marito, Egerton.
La ragione principale per cui la scrittrice sceglie di usare uno pseudonimo risiede nella matrice autobiografica che potrebbe essere rintracciata nelle esperienze di alcune sue protagoniste. Proprio come Dunne passò l’infanzia e la giovinezza al seguito del padre in varie parti del mondo, le sue personagge si muovono tra Irlanda, Norvegia e Regno Unito, a volte vivono di scrittura e altre lasciano una patria famigliare per solcare il mare in cerca di un futuro migliore. La vera identità dell’autrice di Keynotes non tardò però a diventare nota e questo espose Dunne a una serie di feroci critiche.

Le ragioni per cui l’opera di Egerton fu soggetta a tanto rancore sono almeno due. La prima potrebbe essere stilistica: i suoi racconti anticipano modalità espressive e cifre tipiche del Modernismo, come il flusso di coscienza e l’attenzione per l’interiorità dei personaggi che tende a passare in primo piano in primo piano rispetto a trama e ambientazione. Egerton fa largo uso di espedienti narrativi come i flashback e l’alternanza di punti di vista, costruendo un prodotto davvero molto lontano dallo stereotipo del romanzo vittoriano: è in anticipo sui tempi di circa vent’anni.
La seconda ragione, invece, ha a che fare con i contenuti.
I racconti di Egerton raccontano una femminilità che rifiuta in ogni modo di essere imbrigliata e contenuta: le sue protagoniste hanno pulsioni sessuali esplicitamente raccontate, rivendicano una loro dignità tragica e umana anche quando si macchiano di crimini e non si fanno scrupoli nel denunciare lo stato di abuso a cui è sottoposta la donna in quest’epoca.
“Quelle qualità che in un uomo farebbero di lui un Napoleone – irrazionalità, spregiudicatezza, disprezzo per l’opinione altrui e un ego smisurato – si ritrovano più spesso in una donna che in un uomo.”, scrive Egerton nel racconto Lenze incrociate, con una baldanza che non ci rende difficile immaginare quanto leggere queste righe potesse essere sgradevole per i suoi contemporanei.
Eppure, il suo lavoro si inserisce in un genere letterario che diventava sempre più forte in quel periodo: la New Woman Fiction, un filone di opere (per lo più racconti) che esplorano il tema della nuova femminilità mettendo al centro protagoniste indipendenti che non sono raccontate unicamente attraverso i loro interessi romantici, ma soprattutto nella loro ricerca della libertà economica e sessuale. Questa figura moderna e rivoluzionaria per la sua epoca nasce da un fenomeno curioso, quello delle odd women o “donne di troppo”: il censimento britannico del 1851 evidenziò, infatti, un forte squilibrio demografico verso le donne, e la stampa raccontò come un problema sociale l’esistenza di queste donne in più rispetto alle possibilità di essere prese in spose. E Le donne di troppo è proprio il titolo di un romanzo simbolo della New Woman Fiction, scritto da George Gissing nello stesso anno in cui Keynotes di Egerton arriva sugli scaffali.
Se agli uomini come Gissing può essere concesso esplorare questo territorio letterario e sociale con relativa indulgenza, però, sembra che lo stesso non valesse per le donne: quando si scoprì che dietro George Egerton si celava un’autrice l’indignazione fu potente. Come osava una donna scrivere di donne che desiderano, guadagnano, viaggiano e prendono posizione con tanta sicumera?, si saranno chiesti tutti. E, in effetti, Egerton non se ne lascia sfuggire una: dai figli fuori dal matrimonio al divorzio passando per l’alcolismo, le sue eroine si fregiano quasi con orgoglio di ogni difetto che le avrebbe rese verosimilmente di troppo agli occhi dei loro contemporanei.
In Terra vergine i racconti sono suddivisi in due grandi categorie: Donne e Madri. Una suddivisione dicotomica che ci illude di ricalcare i ruoli di genere tradizionali imposti al sesso femminile, e che invece svela una distorsione radicale di questi stereotipi. La visione dell’essere donna che emerge dalla prima sezione è profondamente amara: incontriamo protagoniste intrappolate nelle fantasie di uomini che non sono in grado di vederle al di là di un ideale, altre che sono costrette a sacrificare il loro onore per salvare la famiglia. Tutte si muovono in confini rigidi e invalicabili e sembra che l’unico mezzo a loro disposizione per restare libere sia un saldo e incrollabile senso di sé.
Devi trovare un appiglio dentro di te. Sta’ in piedi sulle tue gambe, non dare ascolto alle opinioni degli uomini né al disprezzo delle donne, se sei convinta di essere nel giusto. […] Va’, grande donna; e se incontrerai altre donne più deboli, insegna loro a bastare a se stesse. Sii generosa, ma custodisci la tua anima, e non concederla a nessun uomo.
(p. 166)
Le Madri di Egerton, dall’altro lato, non sono meno sconvolgenti. Alcolizzate, dissolute, spesso allontanate con violenza dalla loro prole, sono una denuncia vivida di un disagio sociale che sembra essere particolarmente caro all’autrice: l’impossibilità per una donna di crescere un figlio in autonomia, senza il supporto economico e morale di un uomo. In due racconti, Affondare e Vincolo coniugale, l’alcolismo è il rifugio di donne a cui sono stati strappati i figli con la forza. Tra queste righe si intravede la denuncia di un’altro tema scottante della sua epoca, su cui l’autrice non esita a schierarsi nettamente: “Non ho mai visto una donna bere solo per il gusto di bere, come fanno gli uomini; quasi sempre c’è una ragione” (p. 226).
In Terra vergine i rapporti tra uomini e donne si scontrano con una impossibilità ancestrale di comunicare e capirsi. Come può esistere un legame sincero e alla pari tra persone che hanno un’esperienza del mondo e delle sue possibilità così diversa, e che sperimentano uno squilibrio di potere così intenso?, sembra chiederci l’autrice a ogni pagina. Una proposta diversa si intravede solo ne L’incantesimo dell’elfo bianco, il racconto che chiude la raccolta, in cui Egerton introduce in secondo piano una relazione alla pari e funzionale tra una donna che scrive per lavoro e un uomo che bada alla casa e ai suoi affari.
I rapporti tra le donne, invece, sono molto più sfaccettati e complessi. La sorellanza compare come tema ricorrente in diversi racconti: è al centro di Affondare e porta una svolta potente in Vita di una donna in tre atti, suggerendo in modo abbastanza esplicito che l’alleanza e la comprensione reciproca tra donne sia l’unica via possibile per ottenere una vita libera e felice per tutte. E quando questa compassione manca, la denuncia di Egerton è severissima: “Sono proprio donne buone e irreprensibili come voi – con una virtù che finisce per diventare egoismo – a far sì che donne come lei restino nella condizione in cui si trovano“, afferma con decisione la protagonista di Affondare (p. 202).
Nonostante questi incontri felici tra anime affini, Egerton sa che la vita della New Woman è una vita solitaria. “Ha letto molto, riflettuto a lungo, lavorato sodo e vissuto onestamente e, com’era inevitabile, è rimasta sola“, scrive sempre in Affondare (p. 176). Eppure, questa lucida consapevolezza ha prodotto un’opera che è in grado di scalfire la solitudine di chi vuole rompere gli schemi dei ruoli di genere e lottare per la realizzazione di sé, creando dei modelli di riferimento che riescono ancora oggi a consolare, accogliere e portare consiglio.
Loreta Minutilli
in copertina: Self portrait as a New Woman, By Frances Benjamin Johnston / Adam Cuerden
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