Silenzio, Pierangelo Consoli
(Neo Edizioni, 2026)
Silenzio, l’ultimo romanzo di Pierangelo Consoli edito da Neo Edizioni, racconta la storia di un rinomato poeta italiano al quale sta per essere intitolato un Meridiano. All’apice della sua celebrità, il suo nome è addirittura in lizza per il Premio Nobel. Ad affiancarlo nel lavoro che presiede alla pubblicazione del prestigioso volume dedicato alla sua opera c’è sua figlia Claudia, meticolosa e devota, persino risucchiata da ciò che comporta avere a che fare col padre, limare il progetto, negoziare col suo caratteraccio per decidere chi firmerà la prefazione, se è vero che il poeta ha una pessima opinione dei critici tutti i quali, a suo dire, «[…] non sanno creare niente. Arrivano quando la battaglia è finita, osservano le tracce, il sangue rappreso, il fumo d’incendi ormai spenti, e pretendono di raccontare quello che è accaduto» (p. 30)
Questo bouquet di successi indubbiamente scintillanti arriva però quando il protagonista ha sorpassato i settant’anni e sta appropriandosi di lui un senso di sconsolata insensatezza del tutto: perché scrivere? perché aver scritto? e – domanda ancor più impietosa, nel suo caso – perché la poesia?
Quelli che un tempo avrebbe interpretato come massimi, eccelsi traguardi ora lo sorprendono quasi indifferente, persino seccato.
In più, a distrarlo adesso è subentrata nella sua vita la presenza – prima umbratile e sfuggente, poi sempre più corporea –di Danilo: ventenne che il poeta ha deciso di accogliere in casa, impietosito dalla sua situazione difficile. Il ragazzo infatti fa affidamento su poche, traballanti risorse economiche e pare non avere punti di riferimento. Di lui, chi legge non riuscirà a scoprire molto di più, dato il filtro del narratore interno che guarda al ragazzo sì con curiosità e desiderio (pur se censurato, ritratto), ma rimane impalato sulla soglia del suo enigma.
Sebbene Claudia sia in totale disaccordo con l’azzardo di subaffittare lo studio a uno sconosciuto, e all’inizio sospetti persino che si tratti di un delirio allucinatorio del padre anziano che si sarebbe modellato a suo modo il proprio coinquilino fantasma, in verità il ragazzo esiste, e il suo è un seducente corpo in carne e ossa. Dal suo personaggio s’irradiano molti dei flashback che lo riportano indietro nel tempo, a quando era giovane, innamorato, infelice.
Il romanzo è infatti attraversato per intero dal racconto– dapprima sofferto, laconico, combattuto, poi esasperato – della sessualità castrata del protagonista, e del modo in cui certi aspetti di questa sua vita sotterranea si sono infiltrati, goccia a goccia, nella sua scrittura.
Il nuovo romanzo di Consoli parte da una buona idea di trama e insegue un ambizioso obiettivo, eloquentemente annunciato dal titolo: se è vero che la critica ha spesso guardato al protagonista come al “poeta del silenzio”, è proprio questo ammutolirsi della parola (da intendersi come parola tout court, e non solo poetica) che il testo vorrebbe raggiungere adesso. Un cortocircuito quindi, una contraddizione in termini: la voce di un poeta, che ha cantato per tutta la vita, ora vorrebbe azzittirsi, rincantucciarsi nella propria ellittica, desertica pace.
Ne risulta un linguaggio stringato ma non disidratato, un buon equilibrio in cui compendiare la stanchezza del poeta, il suo desiderio di mutismo, con la sua coazione a raccontarsi ancora.
«Se mi fosse concesso, le lascerei vuote. Un Meridiano muto, con centinaia di pagine bianche, pulite, essenziali. La gente potrebbe vederci quello che vuole. Il titolo sarebbe Che cosa ho capito della poesia. Dentro, sfogliando le pagine, la risposta: niente» (p. 10)
Un qualcosa che potrebbe far storcere il naso a chi legge ha a che vedere con la coerenza estrema del protagonista, che finisce per sconfinare nella prevedibilità: tutto ciò che fa e pensa, e il modo in cui lo pensa – meno una scena, quella sì toccante, tumultuosa, riuscitissima, su cui torneremo – lo si riesce a indovinare dalle prime pagine.
Non che per godersi una lettura ci si debba aspettare per forza il reiterarsi di un “effetto sorpresa” o un’evoluzione parabolica del personaggio (che pure un tantino si dà, verso la fine, nell’accenno un po’ forzato al suo tentativo di redimersi con la figlia per il suo comportamento egoista, incontentabile); ma per avvincersi a ciò che il protagonista farà o dirà, e non farsi prendere da un senso di generica monotonia mentre si legge, avrebbe forse aiutato una voce dal colorito più vivido.
A proposito della scena in cui la scrittura stessa scala una vetta, rispetto al (probabilmente) voluto effetto monocorde del resto del testo, si tratta di un dolorosissimo flashback: il protagonista ricorda il giorno del funerale del suo amore mancato, mai dichiarato, forse mai ricambiato.
In un romanzo dove sottotraccia si fiutano perlopiù pragmatico realismo, senso della fine, disincanto – sebbene mai definitiva rassegnazione – colpisce invece la potenza ancora bruciante del dolore che il poeta ricorda di aver provato, e che pare provare tuttora nel presente, mentre ripercorre con la memoria quei momenti.
«Tumtum era il gladiolo bianco che avevo portato, lo stelo lungo che mi arrivava al mento, tutti quei boccioli che sembravano bocche e, pur reciso, il fiore era più vivo di Roberto, troppo vivo, troppo bianco, al cimitero dovremmo portare fiori secchi, fiori morti, piante esauste, e invece io avevo quel fiore ed ero l’unico in tutta la chiesa. Tumtum al quadrato era lo sguardo riprovevole della Madonna che mi pesava sul capo, che mi ricordava tutti i comandamenti che avevo infranto, desiderando l’uomo d’altri, la roba d’altri, la fortuna degli altri, di quei poeti cani che venivano incensati.»
(p. 58)
Questo rientra di certo tra i guizzi epifanici con cui la lingua di Consoli in alcune occasioni si distingue, in una narrazione certo sempre sobria ed elegante, ma perlopiù piana. Altri esempi di illuminazioni del genere sono: «Roberto non ha mai pubblicato niente però partì per il Cile, che sembra comunque una poesia disperata e molto bella» (p. 14), «Nella mia anima ogni maceria ha una storia e ormai è casa mia» (p. 92), o ancora, in risposta a un giornalista che proditoriamente domanda al poeta cos’è per lui la poesia:
«È un petardo» cerco di spiegare. «Tutto quello che c’è in questa stanza, queste sedie, il tavolo, se esplode una bomba, un petardo molto forte, giù in strada, i nostri sensi sarebbero improvvisamente in allerta e, per un momento, la nostra percezione di questa stanza cambierebbe. Per un istante, la sedia non sarebbe più la sedia, e il tavolo e il resto. Questo dovrebbe fare una poesia. Dovrebbe cambiare, anche solo per un momento, la nostra percezione delle cose» (p. 40)
In conclusione l’autore ha spremuto, dalla secca di silenzio in cui il protagonista vorrebbe rinchiudersi, quello che ancora la sua voce aveva da dire, nella convinzione di calviniana memoria che per esaurite che siano (le storie), per poco che sia rimasto da raccontare, si continua a raccontare ancora.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: markusspiske, pixabay)

