Speciale campiello 2017: “La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi

“La notte ha la mia voce”, di Alessandra Sarchi

La lettura dell’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce, mi ha accompagnata per più di due settimane, che è un tempo piuttosto lungo per i miei standard. Non si tratta di un tomo di più di 500 pagine né di un’opera noiosa, ma ho dovuto centellinarlo per riuscire a tollerarne l’impatto. Provo a spiegarvi perché.

la notte ha la mia voceLa voce narrante del romanzo è una donna costretta su una sedia a rotelle in seguito ad un incidente d’auto. Esiliata da un giorno all’altro in un territorio inesplorato e ostile in cui anche i gesti più semplici richiedono fatica e determinazione, si sente ormai lontana da ogni possibilità di vivere una vita vera. Durante una seduta di fisioterapia, però, incontra la Donnagatto, una giovane donna priva di una gamba, e lentamente il suo approccio verso il mondo cambia.

I fatti, tuttavia, non sono il centro dell’opera e costituiscono piuttosto, quasi come in un romanzo di formazione, il pretesto per addentrarsi nella vita quotidiana di una mente agile e disperata costretta a vivere in un mondo che è al contempo identico a quello che precede l’incidente e completamente diverso perché guardato da un’altra prospettiva.

L’intero romanzo è strutturato come la ricerca di una verità nascosta e necessaria, di una ragione per cui vale la pena comunque vivere, pensare e produrre. Anche lo stile è improntato a trasmettere l’idea di un continuo cercare e interrogarsi: tutte le sensazioni provate dall’io narrante prima e dopo l’incidente sono descritte accuratamente con un lessico che richiama efficacemente tutti i cinque sensi e in particolare il tatto.

Il corpo in generale è il personaggio principale dell’opera e questa è una delle ragioni per cui ho dovuto razionarne la lettura: l’autrice usa un linguaggio medico lucidissimo per descriverne le funzioni, le pecche e le potenzialità e ho trovato questa scelta efficacemente disturbante. A turbarmi è stata la prospettiva severa e precisa della prosa e mi sono sentita costretta come non mai a guardarmi da dentro, a interrogarmi sui meccanismi interni che mi permettono di svolgere le funzioni vitali che ritengo più scontate. Sebbene mi abbia portato a leggere solo qualche pagina alla volta, quindi, questa imperiosità rende il romanzo decisamente originale.

All’ossessione della voce narrante per le gambe e l’atto di camminare si accompagnano alcune pagine estremamente interessanti sull’evoluzione, degna di nota in particolare quella in cui la protagonista paragona la sua condizione a quella del Tiktaalik, un animale preistorico di passaggio tra i pesci e i primi tetrapodi. Altrettanto ossessivo è l’interesse per la danza condiviso con la Donnagatto e in particolare la passione per l’arte e la vita del ballerino Nureyev, che appare come l’emblema idealizzato di tutto ciò che è vita, movimento e desiderio.

Come necessariamente avviene in letteratura, la verità ultima da scoprire e custodire è celata ovunque e da nessuna parte tra le pagine del libro. Io ho scelto di vederla in questo passaggio (pag. 68), con cui chiudo questa recensione.

Non avrei saputo raccontare la vita della Donnagatto e neppure la mia.  L’acqua che scorreva produceva topi, figure cangianti, gorgoglii e neri abissi in miniatura. Ma non c’erano parole per dirlo, io non le avevo. Le parole delle poesie che leggevo, dei romanzi, le immagini dei film e dei dipinti arretravano e si facevano insulse davanti all’enigma dei corpi che ancora c’erano, in alcuni casi erano persino attraenti, ma non servivano più a ciò per cui erano serviti un tempo. Quello che sapevo dire era: sopravvivere alla morte, diventare malati cronici, portare in giro il proprio disagio, superarlo a tratti, a volte sì a volte no, in ragione delle circostanze esterne, delle energie a disposizione, dell’amore altrui. Ma questo non equivaleva banalmente a vivere, come vivevano tutti o quasi?

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