L’estate, Agostino e il Tempo

Questa settimana mi sarebbe piaciuto parlarvi dell’estate, la cui fine io festeggio gioiosamente non appena comincio a dormire la notte con la copertina, senza sudare in modo imbarazzante. Avrei voluto parlarvi dell’argomento, ma temevo sarebbe risultato abbastanza off topic se avessi semplicemente detto che per me l’estate è come una lunga domenica pomeriggio dell’anno, durante la quale la mia produttività muore inesorabilmente, per risvegliarsi solo con la caduta delle prime foglie autunnali. Se vi avessi detto solo questo, sarebbe stato certamente un discorso fine a sé stesso. Al che ho pensato, grazie ai pochissimi neuroni sopravvissuti al caldo asfissiante, che avrei dovuto cercare un modo intelligente per spiegare il perché per me l’estate passi così lentamente e sia la morte di qualsivoglia pulsione creativa e motoria, mentre per una buona maggioranza di persone invece l’estate dura anche troppo poco; è un’occasione per leggere tutti i libri che non si sono letti durante l’anno e scrivere capolavori. A quel punto, mi è venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto spiegarlo molto meglio di me: Agostino.

Certamente Agostino non si è scomodato a parlare della “lunga estate caldissima”, con buona pace di tutti coloro i quali lo studiano (me compresa), ma del Tempo ha detto qualcosina. Chi ha letto le Confessiones forse sa già di cosa sto parlando, ma facciamo finta che nessuno lo abbia mai letto, nessuno sappia che nell’undicesimo libro dell’opera Agostino abbia tracciato una delle più belle definizioni di Tempo che l’Uomo abbia mai prodotto. Mi commuovo sempre a rileggere certe righe (forse perché per me scoprire che ci sono persone in grado di pensare così “bene” è fonte di grande commozione), e oggi più che mai potrebbero risultare utili a spiegare cosa si agiti in me all’inizio dell’estate; Agostino ci dice che il Tempo è “un’estensione” (‹‹tempus quamdam esse distentionem››). Il tempo si estende in passato, presente, futuro. Ma se il passato non è più, il presente fugge via mentre lo penso, e il futuro non è ancora arrivato, come faccio io a parlare del tempo se non lo so afferrare? Come si misura il tempo? Questa estensione, apparentemente incoglibile, come si definisce? Perché il tempo passa a velocità incostanti, seppur noi ci affatichiamo a misurarlo con numeri e date?

“È in te, spirito mio, che misuro il tempo” (In te, anime meus, tempora metior). Ci vorrebbero dieci articoli solo su questo libro delle Confessiones per spiegarvi per filo e per segno quello che c’è scritto. Ma, semplificando di molto il lungo discorso di Agostino, basterà dire che il tempo non è niente altro che un’estensione dell’anima: noi misuriamo il tempo attraverso l’anima, che ci divide il tempo in passato, presente e futuro, ce lo fa trascorrere e ce lo fa rivivere. Come potrei ricordare la mia infanzia, se non esistesse il passato? E come potrei averla vissuta, se non esistesse il presente? Come potrei sperare di vivere un altro anno nuovo, un altro autunno, un altro inverno, se non esistesse il futuro? Ma il tempo esiste fuori di me, o dentro di me? Agostino ci dice che il tempo è dentro noi, la sua percezione quantomeno. Il tempo in sé, quello che esiste a prescindere della nostra percezione, non credo che neanche Agostino sia arrivato a dire precisamente di cosa si tratti (in pieno stile kantiano): non si può dire altro del Tempo se non che è una creatura di Dio. Ma la percezione di esso è nella nostra anima, noi sentiamo il tempo dentro di noi, lo dividiamo in noi.

Quello che voglio dire è che il tempo non trascorre per tutti in eguale misura, ma passa allo stesso modo: il Tempo in sé è un dato oggettivo, mentre il Tempo nella sua percezione dipende dall’anima che ne fa esperienza. Insomma: il Tempo in sé è quello che ci fa invecchiare, inevitabilmente, ci fa crescere, fa passare le stagioni. Ma il Tempo in noi è quello che ci fa annoiare d’estate, quello che non ci fa pesare tanto l’idea della morte quando siamo vicini a chi amiamo, quello che può rendere pesanti gli anni dell’adolescenza. Forse, azzarderei, se non avessimo la percezione del tempo non avremmo paura della morte e l’estate non ci annoierebbe, perché probabilmente non ci accorgeremmo del suo arrivo. Ma quanto sarebbe brutta un’esistenza senza la percezione della caducità delle cose?

In conclusione: ho sproloquiato per un bel po’, ho addirittura scomodato Agostino in persona per spiegarvi, in una maniera che sembrasse quanto meno insulsa possibile, un concetto davvero barbaro: e cioè che io in estate mi annoio mortalmente, ma che posso almeno scaricare la colpa sulla mia povera anima. I Filosofi, quelli veri, sono i migliori giustificazionisti, l’ho sempre detto.

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Una risposta a "L’estate, Agostino e il Tempo"

  1. moooolto interessante questa tua escursione (o forse meglio estensione…) sul concetto del tempo. confesso che non ho mai letto l’opera e dunque sono davvero felice che tu mi abbia aiutato a colmare almeno una parte di questo buco enorme. e poi, che profondità! il tempo come estensione dell’anima… grazie!!

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