Speciale Campiello: la monumentale opera di Massini racchiude un mondo

Qualcosa sui Lehman, Stefano Massini
(Mondadori)

Il nome di Stefano Massini potrebbe non dire molto ai più, ma chi segue il teatro sa che al suo nome risponde il drammaturgo italiano più rappresentato nei teatri di tutto il mondo negli ultimi anni. Dal 2015 è responsabile artistico del Teatro Piccolo di Milano e il suo Lehman Thrilogy è tradotto in 15 lingue.

Del fortunato Lehman Thrilogy, scritto tra il 2009 e il 2012, si può dire che Qualcosa sui Lehman sia l’estensione: da un dramma per il teatro si è giunti a un monumentale romanzo-ballata di quasi 800 pagine, un’opera grandiosa, ricca di brio e colpi di genio, che travalica qualsivoglia distinzione di genere. Se la costola da cui nasce è teatrale, invero non solo per l’ampiezza, ma anche per la narrazione, ci troviamo di fronte a una grande saga familiare, a un romanzo storico e di formazione; e al tempo stesso l’esposizione in versi eccede i canoni convenzionali del romanzo e del dramma, tanto che l’opera viene a buon diritto definita ballata. Con Massini, il teatro, la poesia e la letteratura romanzesca si incontrano e si fondono in un ibrido originale, freschissimo, sagace.

6593167_2016786A essere raccontata è la storia dei Lehman. Si parte con Henry, emigrato in America dalla Germania intorno alla metà dell’Ottocento. Apre un piccolo negozio di vendita al dettaglio, che nei decenni, con l’aiuto, l’estro e la caparbietà dei fratelli Emanuel e Mayer si trasformerà in una delle più potenti banche del mondo: la Lehman Brothers Holding, il cui fallimento nel 2008, com’è risaputo, ha scatenato il domino della più grande crisi finanziaria mondiale dopo il crack del 1929, a dimostrazione che la creazione dei fratelli Lehman non smette di avere un ruolo fondamentale sulla nostra società globale anche nella sua fine e quando ormai non esiste più.

Henry, Emanuel e Mayer sono tre fratelli ebrei che hanno dalla loro la voglia, la tenacia, l’istinto di essere grandi. Hanno lasciato alle spalle la vita rurale della Germania e non hanno nulla da perdere, solo tanto da guadagnare. Pure stranieri, incarnano il mito americano del diritto alla felicità e del self-made man. Seguiamo le loro lotte e debolezze, li vediamo crescere, amare, soffrire, declinare. A loro succederanno i figli, e poi i figli dei figli. Tre generazioni a governo di una banca, l’emblema della plutocrazia americana e occidentale.

Seguiamo la loro parabola attraversare tutti i momenti più importanti della storia statunitense: la Guerra di Secessione, il dibattito sullo schiavismo, le due guerre mondiali, gli anni del proibizionismo, la crisi del ’29. Osserviamo i Lehman puntare con arguzia sugli investimenti più futuristici, che poi confermeranno la loro intelligenza: gli aerei, il cinema, la televisione, i computer.

E per quanto
fosse vero che il nome di una banca
poteva stare inciso a sette cifre sulle onde,
Philip Lehman
pensò che forse
stare scritti su uno scafo
non era la sua massima ambizione.
Si accomodassero altri.
E non lo finanziò, il Titanic.
(p. 436)

Interessantissimo è il linguaggio narrativo di Massini, che riflette con sagacia la mentalità dei protagonisti, con un frequente e riuscito utilizzo di metafore spesso a sfondo economico, finanziario o matematico. È la sua una lingua colorata, argentina, vivace e dinamica: insomma, molto teatrale, appunto. Si serve di ripetizioni, ritornelli, parallelismi, rime, un ritmo che si fa metricamente incalzante nei momenti più concitati. Quindi non solo uno strumento, ma parte fondamentale dell’opera, da plasmare in forme sempre nuove in misura agli eventi da raccontare.

Prendiamo ad esempio come viene trattato il capitolo sul proibizionismo, per farsi un’idea di ciò che intendo:

Da quando le gole erano rimaste a secco
la lotta fra i cugini NON aveva sosta.

NON mancava occasione per saltarsi al collo
e se di alcol NON scorreva più una goccia
erano i NON a ubriacare i discorsi:
“NON credi, Philip, che NON sia saggio
fare della banca NON un luogo di risparmio
ma una lavagna di cifre
che NON stanno nel mondo?…” (p.529)

E così via, con la ripetizione delle litote e dei NON in quasi tutte le frasi, a riprodurre le negazioni del Volstead Act del 1919. La lingua, quindi, come riflesso dei sentimenti e dell’indole dei personaggi, delle atmosfere degli eventi.

Entrando nello specifico dei contenuti, aspetto tra i più interessanti che emerge è il conflitto tra l’etica e le regole finanziarie del profitto.

Da una parte vediamo i banchieri che vengono percepiti come aguzzini privi di scrupoli, non simpatici a nessuno; e di contro loro stessi che tentano di convincere gli altri d’essere niente più che lavoratori come tutti, che il pagamento di un interesse da parte di un debitore non è diverso dal pagamento del pranzo che un ristoratore chiede a un cliente.

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Massini, 1975. Fonte umana.it

Dall’altra parte assistiamo alle logiche dell’economia, a come le guerre o i problemi sociali diventano agli occhi del banchiere il modo con cui ottenere guadagni, aumentare gli introiti, creare surplus. Come dice Philip Lehman parlando della Grande Guerra: “Occorrono le banche, dietro gli eserciti, si sa.” (p.484) Il lettore è così introdotto nell’ottica che ormai domina la nostra società, quella per cui ogni cosa è riferita al suo vantaggio economico. Tutto può diventare fonte di guadagno e la guerra stessa appare non come morte e distruzione, bensì come occasione per prestare denaro, e da quel prestito generare profitto attraverso il tasso d’interesse sul debito, e da quel debito estendere sul mondo intero, a svantaggio di una Europa che si è suicidata, il potere americano. Di conseguenza offre un caso perfetto per comprendere come gli eventi storici – del passato e del presente – sono stati mossi sempre dall’invisibile mano dell’economia.
L’esempio migliore lo offre un dialogo tra i Lehman a proposito di un possibile intervento americano nella prima guerra mondiale:

“…Se lasciamo tutto come sta
ne usciremo comunque male:
se vincono i tedeschi detteranno legge a mezzo mondo,
ma se vincono gli Alleati il potere sarà dei russi.
Se invece interveniamo in guerra, comanderemo noi.
Fatti, Herbert: sono tutti fatti.”

“Tu dai per scontato di vincerla, la guerra:
lo definirei un tuo miraggio. Non un fatto.”

“E ti sbagli ancora. Perché adesso gli Stati Uniti
hanno solo un milione di soldati.
Ma grazie all’intervento massiccio delle banche
diventeranno tre milioni in un solo anno.
Con tre milioni di soldati la guerra è vinta.
Ed è uno splendido fatto, caro Herbert.” (p.487)

Massini ci racconta la storia di tre generazioni e al tempo stesso la storia di una banca, che a loro volta non sono che la lente da cui leggere la storia dell’intero nostro Occidente. Una storia potente, originale e spesso geniale, che ha dalla sua, oltre al piacere letterario, anche il pregio di offrire preziose chiavi interpretative per comprendere il nostro passato e il nostro presente.

– Giuseppe Rizzi –

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