Amicizia femminile in letteratura: piccole dee e amiche geniali

A dispetto dei luoghi comuni, il rapporto più intenso per le giovani donne non è quello con il primo amore. È quello con l’amica del cuore. Così recita la quarta di copertina di Piccola Dea, il brillante romanzo d’esordio della statunitense Rufi Thorpe edito in Italia da Sonzogno nel 2015.

Mi riconosco particolarmente in queste parole e ho infatti trepidato nella lettura di questa storia vibrante e dura come se mi coinvolgesse in prima persona. Le tormentate vite delle protagoniste Mia e Lorrie Ann, il loro rapporto viscerale e indissolubile e la struttura stessa della narrazione non hanno potuto che riportarmi alla mente Elena e Lila, le due amiche geniali dell’omonima, tanto chiacchierata quadrilogia di Elena Ferrante.

piccola deaIn entrambe le opere le ragazzine protagoniste crescono in un ambiente degradato e privo di prospettive dal quale distaccarsi sembra difficile, se non impossibile. Per Lila ed Elena si tratta del rione di Napoli nel quale sono nate e parrebbero destinate a morire, in Piccola Dea, invece, il luogo incriminato ha il nome di Corona del Mar, una cittadina californiana in cui sembra accumularsi tutta la gente che non ha prospettive e che ha ormai rinunciato a costruire un futuro migliore. In questa categoria rientra senz’altro la famiglia di Mia, giovane voce narrante del romanzo, che fin dalla prima adolescenza deve affrontare una madre perennemente ubriaca, un padre e un padrino assenti e due fratellini da crescere da sola. Lorrie Ann sembrerebbe, invece, vivere in un’isola felice: la sua famiglia è unita e allegramente fuori dagli schemi e la dura vita del paese non l’ha resa cinica e insensibile ma ha al contrario alimentato la sua indole dolce e altruista.

Parrebbe quindi, in un primo momento, di leggere la storia de L’amica geniale come se a narrarla fosse la brillante e misteriosa Lila piuttosto che Elena. Le cose prendono però ben presto una strada diversa. L’evento che segna per sempre le vite di entrambe le ragazze è una gravidanza indesiderata. Potrebbe apparire forzato che due amiche debbano affrontare la stessa situazione a distanza di un paio d’anni, ma è Mia stessa a fugare questo dubbio: a Corona del Mar non si tratta di una coincidenza insolita, le due ragazze sono anzi perfettamente nella media del paese grazie ad una campagna di educazione sessuale inadeguata e fuorviante.

Davanti alla scelta, la quindicenne Mia non ha dubbi: si prepara all’aborto e poi ritorna alla sua vita di sempre, decisa a studiare duramente per entrare in un’università prestigiosa e lasciare la realtà di paese che le sta sempre più stessa. Lorrie Ann, invece, nonostante abbia già pronto un futuro all’Università di Berkeley e nonostante sia evidente a tutti quanto deleteria sia questa decisione, decide di tenere il bambino e di sposarne il padre.

È qui che i destini delle due amiche si ribaltano e Mia inizia a raccontarci l’infinita, a tratti grottescamente eccessiva serie delle disgrazie di Lorrie Ann, descritte con una dovizia di particolari a tratti disturbante sia dal punto di vista fisico che emotivo. Mentre Lorrie Ann vive terribili momenti di violenza ostetrica e sembra costretta a scontare da sola l’ira di un dio malvagio, Mia frequenta l’Università a Yale, si innamora, diventa una apprezzata ricercatrice e si impegna nella traduzione dal cuneiforme del poema sumerico sulla dea Inanna.

In Inanna e nei vari passaggi della sua epopea Mia identifica Lorrie Ann e la sua vita sempre più strana e ingarbugliata che lei fatica sempre più a comprendere e ad accettare. È a questo punto che ci accorgiamo che non solo Mia è molto più simile ad Elena che a Lila, ma anche che non poteva essere altrimenti: Lila e Lorrie Ann sono creature troppo lontane dalla percezione perché noi, che siamo in fondo un po’ tutti come Mia ed Elena, possiamo mai sperare di comprenderle e di raccontarle. Le amiamo e le ammiriamo, diamo loro consigli e le accogliamo nei momenti di difficoltà, ma non riusciremo mai a guardare, davvero, dal loro punto di vista.

Questa impressione non mi ha abbandonata nel finale del romanzo, in cui la storia di Lorrie Ann acquista coerenza: finalmente sia Mia che il lettore riescono a vederla con più chiarezza e le sue disavventure, che apparivano tanto eccessive se causate dalla malevolenza di un dio, diventano infine dolorosamente plausibili se possono essere attribuite a un uomo.

In Piccola dea come ne L’amica geniale si indaga senza pudore negli anfratti più l'amica genialenascosti del rapporto tra due esseri umani, si cerca febbrilmente il momento di cesura dall’infanzia in cui la nostra mente smette di funzionare all’unisono con quella della persona con cui siamo più in sintonia e si svelano tutte le più scomode implicazioni di quei rapporti così profondi che è riduttivo chiamare amicizie. Questi romanzi mostrano senza vergogna tutta la trama di senso di colpa, invidia, gelosia, bisogno, egoismo e noncuranza che orbitano intorno al volersi bene ed è per questo che è impossibile restarvi indifferenti: o ci si riconosce in queste parole e li si ama, o li si odia.

Se la voce de L’amica geniale è morbida, profonda e riflessiva, in Piccola dea troviamo uno stile più secco e serrato, forse più convenzionale, che regala tuttavia alcuni momenti emozionanti. Trattandosi di un’opera più breve, anche gli interrogativi sollevati dal romanzo di Rufi Thorpe sono più espliciti e brutali di quelli della Ferrante: fino a che punto le nostre scelte condizionano la nostra vita? Esistono davvero i rapporti disinteressati o in tutte le nostre amicizie non facciamo in realtà altro che cercare noi stessi?

Come in tutta la buona letteratura avviene, queste domande non trovano una risposta precisa ma sono presentate con tanta vibrante sapienza che il lettore se le porrà a lungo dopo la fine del libro. Più sommessa e insinuante, Rufi Thorpe ed Elena Ferrante posizionano invece una piccola certezza: tutti siamo l’amica geniale e la piccola dea di qualcun altro.

Loreta Minutilli

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