“I rifugiati”, storie di fantasmi e identità ibride

I rifugiati, Viet Thanh Nguyen
(Neri Pozza)

Nguyen è arrivato in America all’età di quattro anni, tra le file dei profughi vietnamiti reduci della guerra. Il suo esemplare percorso di studi l’ha portato a occupare la cattedra di inglese, letteratura americana e studi etnici alla University of Southern California, in un naturale processo d’integrazione nei parametri della cultura statunitense in nome del quale può definirsi a tutti gli effetti “americano”. Eppure quel retroscena biografico familiare che fonda le sue radici in un paese dalla storia dura e controversa fa parte di Nguyen quanto Los Angeles, una “doppia identità” che emerge in forma esplicita tanto nelle interviste da lui rilasciate, quanto nella sua produzione letteraria. Non a caso il Simpatizzante, suo primo romanzo e vincitore del premio Pulitzer 2016 per la narrativa, è incentrato sulla distruttiva guerra combattuta in Vietnam.

vietthanhnguyen-1La complessità del rapporto che lo lega a entrambe le culture e i temi della diaspora vietnamita tornano altrettanto intensamente nella sua nuova opera, I rifugiati.Un’antologia di racconti connessi dal filo rosso di questa “doppia identità”, in tutti i suoi risvolti più destabilizzanti, con personaggi divisi tra gli Stati Uniti e il Vietnam in modi sempre diversi, unici e personali, così da ricordare al lettore che da una sola realtà hanno origine infinite possibili esperienze di vita.

Alle spalle di ciascuna storia pesa però il trauma storico — e talvolta anche personale —  della guerra. Sfilano davanti agli occhi del lettore personaggi che devono fare i conti con le violenze subite in prima persona, ma anche i membri di quella seconda generazione di migranti che la guerra la legge nello sguardo, nei gesti e nelle parole dei genitori. Nguyen racconta di vietnamiti rifugiati in America e americani che visitano il Vietnam, talvolta dopo averlo sorvolato su un aereo militare pieno di esplosivo, molto tempo prima. Alcune storie sono ancorate al passato e al bisogno di fare i conti con quanto successo, altre guardano al futuro, alle possibilità nate dal cambiamento, alla speranza di seguire il “sogno americano” o di contribuire alla rinascita del Vietnam e alle concrete difficoltà nate dall’integrazione.

In alcune storie quindi la guerra è la vera protagonista. Non a caso Donne con gli occhi neri è il racconto che apre l’antologia: madre e figlia devono fare i conti con i traumi di una violenza viscerale subita durante la fuga, ormai lontana nel tempo, e con i fantasmi di chi non c’è più. L’essersi costruite una nuova vita negli Stati Uniti non è stato sufficiente a dimenticare le esperienze del passato.

Altri racconti tendono invece a mettere la guerra in secondo piano, narrando vicende a loro modo indipendenti. Emblematico in tal senso è il caso della storia che chiude l’antologia, La terra del padre, incentrata sul complesso rapporto tra due sorelle vietnamite che condividono la stessa figura paterna, l’una emigrata ancora bambina insieme alla madre negli USA, l’altra che sogna di fare altrettanto in futuro. Si passa così da un incipit incentrato sul dolore del passato a un epilogo che tratta delle speranze per il futuro.

Anche laddove la guerra non rappresenta la tematica centrale della storia, questa continua a vivere in quei personaggi che ne hanno fatto esperienza diretta. Uno dei grandi talenti di Nguyen è l’essere riuscito a integrare una comune esperienza traumatica nel vissuto individuale di ogni singolo personaggio, lasciando che questo si mescoli alle mille altre vicende personali, al contesto narrativo e ai legami relazionali. Così che alla fine la guerra riesce comunque a emergere nelle sfumature caratteriali di chi l’ha vissuta.i_rifugiati_01_1

Un’altra tematica largamente trattata negli otto racconti che compongono l’antologia è la complessità del rapporto tra genitori e figli. Il salto generazionale porta con sé esperienze di vita completamente differenti, con genitori che hanno vissuto la guerra e figli senza radici culturali solidamente impiantate in nessun paese, o tra famiglie rimaste nel Vietnam comunista e giovani profughi emigrati nella “peccaminosa” America. Sono relazioni intime e viscerali, dove emerge con chiarezza il peso dell’educazione famigliare e l’importanza di un legame messo alla prova da ricordi dolorosi, prospettive contrastanti e culture divergenti.

In Gli Americani, per esempio, vediamo un ex-soldato statunitense che si scontra duramente con la figlia quando questa si autodefinisce “vietnamita nell’anima”, ma è un antagonismo nato dall’amore che nonostante tutto continua a unirli. Dall’altra parte, in Qualcun altro oltre a te questa conflittualità generazionale emerge nelle preoccupazioni di un uomo che non vuole diventare padre poiché intimidito dalle implicazioni insiste in un ruolo così importante e dal pessimo esempio dato della sua figura genitoriale di riferimento, ex-soldato vietnamita duro, ottuso e infedele. Le trame citate sono solo due degli esempi possibili: se è vero che la guerra può assumere infinite sfumature nel vissuto personale dei vari personaggi, altrettanto succede con le sfaccettature di un legame intimo e fondamentale come quello che unisce genitori e figli.

Infine ci sono loro, i rifugiati. Traendo forza dalla propria esperienza di vita, l’autore ha potuto descrivere con estremo realismo la complessità esistenziale del profugo. In bilico tra due culture, i rifugiati dell’opera di Nguyen vivono tutta la difficoltà del cercare radici culturali solide senza riuscire a sentirsi completamente né vietnamiti, né americani. La loro posizione in quel continuum che unisce le due realtà è inoltre inevitabilmente diversa da quella dei genitori, dei propri partner e della cerchia di conoscenze. È quasi percepibile il senso di solitudine che accompagna la figura di ciascun rifugiato, quantomeno nell’ambito di questo percorso interiore di costruzione e ricerca di un’identità, la quale non potrà comunque mai prescindere dalla fusione di due sfere culturali molto diverse tra loro.

Come in ogni antologia di racconti, alcune storie sono più intense e riuscite di altre. Sarebbe una classifica comunque impossibile da stilare in modo oggettivo: ciascun lettore compara inevitabilmente i singoli racconti secondo la propria sensibilità. È innegabile però che, nel complesso, I rifugiati sia un’opera perfettamente riuscita, con uno stile chiaro e coinvolgente, una profondità straordinaria e l’evidente merito di aver declinato gli stessi temi in un modo sempre nuovo e originale. Dopo il Simpatizzante, Nguyen si conferma ancora una volta come scrittore di grande talento.

 

(di Anja Boato)

 

5 risposte a "“I rifugiati”, storie di fantasmi e identità ibride"

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