La lingua proibita delle donne di Algeri nei racconti di Assia Djebar

Se leggere vuol dire anche essere trasportati in una realtà lontana e inimmaginabile, Assia Djebar è sicuramente un’autrice che permette di vivere quest’esperienza da ogni punto di vista.

Recentemente ho letto il suo Donne d’Algeri nei loro appartamenti, il libro che l’ha resa famosa in Italia quando, nel 1988, è stato tradotto e pubblicato da Giunti Editore. È stato un viaggio in una terra ignota accompagnata dalla voce melodiosa di una donna straordinaria che merita di essere, ancora oggi, raccontata e conosciuta per comprendere la storia e il presente.

donne d'algeri nei loro appartamenti_copertinaAssia Djebar è lo pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène: la giovane algerina sceglie questo nome per sé quando, nel 1957, pubblica a soli vent’anni il suo primo romanzo. Assia significa consolazione e Djebar significa intransigenza e dopo aver letto le sue pagine non riuscirei a descrivere con una combinazione di parole più precise gli insoliti sentimenti che suscitano le storie tra di esse raccontate.

Nel 1957 è appena iniziata la Guerra di Liberazione in Algeria. Assia Djebar, giovane studentessa dell’’École normale supérieure di Parigi, nonché prima donna musulmana ad esservi ammessa, aderisce allo sciopero generale degli studenti algerini decretato dal Fronte di Liberazione Nazionale: è l’inizio del suo percorso nella Resistenza algerina, che durerà fino alla fine della guerra, nel 1962.

Passerà il resto della sua vita tra Francia, Algeria e Stati Uniti, rievocando minuziosamente la sua patria nei suoi romanzi e nelle sue pellicole: di questo lavoro Donne d’Algeri nei loro appartamenti è forse l’esempio più brillante.

Non la pretesa di “parlare per conto di”, o peggio di “parlare di”, ma l’impegno a parlare “vicino a” e, se possibile, “contro di”, è il primo dei gesti di solidarietà che devono compiere le donne arabe che ottengono e conquistano la libertà di movimento per il corpo e per lo spirito; senza dimenticare che quelle incarcerate – di tutte le età e tutte le condizioni – hanno corpi prigionieri ma anime più che mai in movimento.

Con queste parole Assia Djebar introduce il percorso che l’ha portata a scrivere quest’opera nei vent’anni che vanno dal 1958 al 1978.
Il suo lavoro dedicato all’ascolto e alla rielaborazione delle storie di donne che vivono al riparo dal mondo è prima di tutto uno sforzo di traduzione.

Assia-DjebarPotrei dire: “racconti tradotti da…” ma da quale lingua? Dall’arabo? Da un arabo popolare o da un arabo femminile, come a dire da un arabo sotterraneo, afferma lei stessa nell’Introduzione alla raccolta. I romanzi di Assia Djebar sono infatti scritti in francese e lei stessa rifiuta la decisione del primo governo algerino di imporre come lingua scolastica l’arabo letterario. Per lei il francese non è la lingua dei colonizzatori, ma una materia viva e malleabile che lei trasforma nella propria, personale lingua, e che piega ad esprimere concetti e sensazioni che appartengono alla cultura araba. A riguardo dice:

Scrivo dunque, e in francese, la lingua degli antichi colonizzatori, che è tuttavia diventata irreversibilmente quella del mio pensiero, mentre continuo ad amare, soffrire e anche pregare in arabo, la mia lingua madre.

Proprio grazie al suo inscindibile rapporto con il francese diventa la prima autrice algerina ad essere ammessa, nel 2005, all’Accademia di Francia, e probabilmente solo grazie a questa acuta e profonda scelta linguistica abbiamo in Italia la possibilità di leggere le sue opere e conoscere una parte della Storia che troppo spesso viene taciuta, dimenticata o relegata agli ultimi trafiletti dei libri di testo.

I racconti di questa raccolta sono ambientati in epoche diverse nei vent’anni tra l’inizio della Guerra e il 1978 e sono narrati da cori polifonici e dissonanti. Non contengono quasi mai una storia che inizia e si conclude con un percorso classico e coerente, ma offrono piuttosto schizzi e suoni di vite lontane, delineano appena personaggi in un momento esemplificativo della loro vita e creano un’atmosfera fragile e malinconica.

Così conosciamo la bisnonna di Nostalgia dell’orda che racconta la storia del suo sposo senza mai parlare del suo sposo, sentiamo il dolore di Aisha al funerale della donna che le ha insegnato a vivere ne I morti parlano, percepiamo la differenza labile e scintillante tra le portatrici d’acqua e le portatrici di fuoco nel racconto che da il titolo alla raccolta.

Donne d’Algeri nei loro appartamenti non è un insieme di storie, ma di personaggi e modi di percepire il mondo. Tuttavia, leggendolo si impara molto sulla Storia, sui relitti e le ferite che ha lasciato in una città culturalmente lontana eppure geograficamente così vicina a noi e sul ruolo che in quel contesto hanno avuto le donne:

Queste donne sono solo le sorelle – compagne degli eroi nazionalisti? Certamente no, perché tutto avviene come se gli uomini, isolati, fuori dal clan, avessero percorso una lunga strada dagli anni Venti fino al 1960 per ritrovare le loro sorelle – amanti all’ombra delle prigioni e delle sevizie dei legionari.

Scrive così Assia Djebar nella postfazione alla raccolta. E ancora:

È opportuno chiedersi se le portatrici di bombe, uscendo dall’harem, abbiano scelto per puro caso la maniera di esprimersi direttamente: i loro corpi esposti all’esterno ad aggredire altri corpi. In effetti, le donne hanno fatto uscire dalla casbah le bombe come se scoprissero i loro seni e il tritolo è esploso contro le stesse portatrici.

Questi racconti sono disseminati di storie di corpi di donne: donne torturate e credute pazze, donne vestite in abiti tradizionali, donne nude, donne pudiche, donne che non sanno in che parte del mondo stare. La questione del corpo femminile nella cultura araba viene analizzata dall’autrice in maniera esaustiva sia nell’interessante postfazione, che contiene delle riflessioni accurate sul problema dello sguardo e di come quello delle donne sia considerato quasi pericoloso e sovversivo, sia, in maniera più sotterranea, nei racconti stessi.

Tutte le donne di Assia Djebar si trovano sul confine tra un mondo nuovo e uno antico: spaesate, sole e prive di punti di riferimento, non sanno dove porre il loro corpo, come occupare dignitosamente e nella maniera più completa possibile il nuovo spazio che si estende, aperto e conquistabile, davanti a loro.

Da un’immagine di corpi plastici che si appropriano con naturalezza di tutto lo spazio a disposizione nasce invece il titolo dell’opera, che si riferisce al quadro dipinto da Delacroix nel 1832 dopo aver visitato l’harem di un algerino. Qui il mondo immutabile e segreto delle donne di Algeri è rappresentato dall’artista come se fosse un mistero da svelare: Djebar ne parla in dettaglio nella postfazione e lo definisce come primo approccio europeo ad un oriente al femminile.

donne d'algeri_picassoPiù di un secolo dopo, tra il 1954 e il 1955, alla vigilia della Guerra di Liberazione, Picasso si dedica ad una serie di quindici tele e due litografie sulle Donne d’Algeri. Se, come afferma Baudelaire, il quadro di Delacroix “esala fortemente non so quale profumo di luogo malfamato e ci conduce a precipizio verso il limbo insondato della tristezza”, Picasso rovescia la prospettiva e libera le donne di Algeri:

Infatti, non c’è più l’harem: la porta della stanza è spalancata e la luce vi entra a fiotti. […] Infine, le eroine del quadro appaiono completamente nude […] come se Picasso avesse ritrovato la verità del linguaggio arabo comune che designa le “disvelate” come “denudate” come se a questa caduta dei veli avesse inteso non solo dare il valore di un’emancipazione, ma piuttosto quello di un risanamento di queste donne al loro corpo, scrive Assia Djebar.

Recuperare i bisbigli antichi, le parole sussurrate in una lingua lontana al riparo di una grata, era per l’autrice, deceduta nel 2015, una missione di vita. Leggere ciò che lei ha raccolto e rielaborato è per noi una necessità, il compito che ci spetta assolvere per aprire definitivamente la porta che Picasso aveva già spalancato nella sua opera.

(di Loreta Minutilli)

In copertina: Donne d’Algeri, Delacroix

 

2 risposte a "La lingua proibita delle donne di Algeri nei racconti di Assia Djebar"

    1. Grazie per il feedback e il consiglio, vedrò se il libro è disponibile nella mia biblioteca. Concordo con te sul fatto che quest’autrice merita di essere conosciuta molto di più: a personaggi che rappresentano un mondo complicatissimo come fa lei direi quasi che dobbiamo la nostra attenzione.

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